Il cerchio

Carla Benedetti



E’ stato detto che Il cerchio di Dave Eggers assomiglia più a una predica che a un romanzo, che ha trama e personaggi poco complessi, che le persone nella realtà fanno un uso della rete molto più consapevole di quello della "sprovveduta" protagonista e dei suoi amici, che l’autore mostra di avere una scarsa competenza tecnologica. E anche i molti che ne danno un giudizio sostanzialmente favorevole spesso mettono avanti qualche perplessità. A me è parso un libro illuminante, che ci spinge a riflettere sui rischi a cui va incontro un’umanità a connessione totale. E anche un libro coraggioso, perché va a toccare un quasi-tabù dei nostri tempi, rendendo narrativamente evidente qualcosa che non si vuole troppo vedere, sotto l’euforia che da sempre accompagna ogni avanzamento tecnologico, e nella strana soggezione che induce.

E’ sempre stato poco popolare riflettere sull’uso e sui rischi delle nuove tecnologie e fin dal secolo scorso chiunque abbia affrontato l’argomento è stato spesso bollato di atteggiamento retrivo. E’ iscritto nella logica stessa dell’innovazione tecnologica (che non a caso è l’unico settore che viene ancora detto «d’avanguardia» mentre cultura e arte sembra non possano esserlo più), di far apparire arretrati o nemici del progresso tutti coloro che hanno qualcosa da ridire. La ragione, come spiega Günther Anders in L’uomo è antiquato, è che di fronte ai progressi della tecnica e ai suoi mirabilia, l’uomo sviluppa una sorta di vergogna. Si sente come un animale preistorico accanto a quei nuovi congegni, che si trasformano con grande rapidità, mentre il nostro cervello, il nostro corpo e la nostra anima sono gli stessi di milioni di anni fa. Anders stesso si guadagnò l’etichetta di "reazionario romantico" quando negli anni Cinquanta sostenne che l’«inondazione di immagini» a cui ci sottopone la televisione è ciò che ci nasconde il mondo. Così nemmeno Eggers è sfuggito a critiche analoghe.

La storia si sviluppa a partire da un’ipotesi: poniamo che un’azienda, il cui nome è Il Cerchio, riesca a unificare e a fornire tutti i disparati servizi della rete, dagli acquisti ai social networks, inglobando in un unico circuito più di tre miliardi di utenti. L’ipotesi non è inverosimile, anzi sembra iscritta nel naturale corso dell’evoluzione della rete, con i suoi giganti in continua espansione. Tre miliardi e più di anime connesse al Cerchio che comunicano, acquistano, inviano commenti, esprimono opinioni, si votano l’un l’altra. E ognuna visibile in chiaro, con il suo profilo e la sua identità certificata (scomparsi per sempre i troll), grazie a una speciale procedura di iscrizione chiamata TruYou, che ha fatto inizialmente la fortuna dell’azienda: un unico e definitivo account che combina insieme la tua carta di credito, i tuoi profili nei social media, i tuoi account email e tutte le cose fino ad allora rimaste divise. Niente più password diverse da memorizzare. "Un solo pulsante per il resto della tua vita online". All’inizio, racconta Eggers, ci furono resistenze, che invocavano il diritto all’anonimato in rete, ma la comodità, la qualità e la gratuità del servizio travolse ogni opposizione. E poniamo infine che questa azienda sia animata oltre che da fini di lucro anche dai migliori principi, che vanno dalla riduzione della criminalità alla cura della salute, dal rispetto per le minoranze alla difesa dell’ambiente, dal culto della trasparenza a quello della condivisione comunitaria. Poniamo tutto questo e vediamo come si comporterebbero gli uomini in quella condizione.

Il cerchio è stato ripetutamente classificato come distopia, cioè lo stesso genere a cui appartiene ad esempio 1984 di Orwell, molte volte evocato nelle tante recensioni e discussioni che il libro ha suscitato sui giornali e nei blog da quando è uscito in inglese un anno fa. Ma la categoria secondo me è abbastanza impropria. Non solo perché gran parte di quel si racconta nel romanzo è già nel nostro presente e si sta verificando qui e ora, ma soprattutto perché la narrazione ha piuttosto il carattere di un esperimento sull’uomo: collochiamo l’essere umano in una società a connessione globale e vediamo che cosa potrebbe succedere. Perciò, se proprio vogliamo trovargli un modello, più che alle distopie della fantascienza Il cerchio fa pensare al romanzo "sperimentale" come lo intendeva Zola: il romanziere "sceglie il ter­reno concreto sul quale si muoveranno i personaggi e si produrranno i fenomeni". Poi, introducendo delle variabili, "impianta l’esperimento, cioè fa muovere i perso­naggi in una storia particolare", per metterne in evidenza le conseguenze.

Quali sono dunque i risultati dell’esperimento che Eggers compie sotto gli occhi dei lettori? Come dicevo, sono tutti già in embrione nel nostro presente e Eggers non fa che enfatizzarli, portandoli all’estremo per renderli più visibili. Il culto della trasparenza, ad esempio, che il Cerchio spinge sempre più avanti inducendo i politici a portare addosso una telecamera che trasmette ogni loro azione durante la giornata, non è forse già stato abbracciato e diffuso in Italia dal Movimento 5 stelle? Certamente con strumenti tecnologici meno sofisticati di quelli del Cerchio, e solo limitatamente a riunioni riprese e trasmesse in streaming, ma pur sempre simile nell’ideologia, nell’agghiacciante pretesa di subordinare il singolo e la sua autonoma facoltà di pensare, alla volontà di una collettività continuamente monitorata in rete.

Ma di questi risultati, per quanto già presenti nella realtà, solo alcuni ci sono familiari altri invece non riusciamo o non vogliamo ancora vederli. Dei primi fanno parte ovviamente la tanto dibattuta fine della privacy e il possibile controllo totale, e totalitario, sulle vite degli individui. Questo rischio si è già dimostrato possibile nella realtà. Sappiamo che i potentati economici attingono informazioni dai social network, che Google ci fa arrivare pubblicità personalizzata, che l’Nsa e altri servizi di intelligence hanno accesso a quell’immane serbatoio di dati accumulati da giganti della rete come Google, Facebook, Paypal, Twitter ecc. , come raccontano le cronache dei numerosi scandali che hanno accompagnato la crescita dei social network e di altre oligarchie della rete che offrono servizi online. Sappiamo già di essere continuamente tracciati e, in teoria, suscettibili di essere controllati, persino attaccati strumentalmente sulla base di informazioni che abbiamo lasciato in rete. Nel romanzo di Eggers c’è una senatrice che si oppone al crescente monopolio del Cerchio, e di lì a poco viene investita dalla "macchina del fango". Sono cose che si sono già verificate e di cui conosciamo perfettamente il meccanismo, già additate e vagliate da inchieste giornalistiche, da ricerche di settore, da commissioni di vigilanza, da leggi europoee come il "diritto all’oblio". Sono del resto i vecchi spettri di ogni democrazia: le oligarchie, i monopoli, il totalitarismo. E sono anche gli aspetti che le recensioni del libro hanno maggiormente trattato.

Ma se parlasse solo di questo, cioè del rischio di un nuovo sistema totalitario costruito attraverso la rete, più potente di quello già incarnatosi nel nazismo, nel regime sovietico, e prefigurato dal Grande Fratello di Orwell, Il cerchio davvero non sarebbe che una predica, inutile e inefficace. Perché è un fatto che questi rischi, già noti, già elaborati e in una certa misura già digeriti proprio in virtù della loro verbalizzazione, non spaventano più di tanto: forse perché vengono considerati remoti, come se fossero possibilità che non ci riguardano direttamente.

Ma tra le cose che Il cerchio racconta ce ne sono anche altre meno ovvie e risapute, e di queste vorrei ora parlare. Esse sollevano interrogativi che non riguardano solo la democrazia e il rischio di una "dittatura soft" ma anche l’uomo, considerato da un punto di vista antropologico, nella sua interazione con le nuove tecnologie della rete. Mi riferisco alla polpa inquietante di processi psichici e pulsionali che si attivano attorno ai nuovi dispositivi. Polpa umana, non tecnologica, che però è il correlato indispensabile di quei dispositivi. Il romanzo ce la rende narrativamente evidente come forse non era mai stato fatto prima.

Quel canale globale, con i suoi continui flussi comunicativi resi possibili dalle nuove tecnologie, ha infatti bisogno di un carburante umano per poter funzionare. Un corredo di pulsioni già collaudate nei millenni della specie, e che ora vengono convogliate nello stupefacente circuito dove si accumulano e si moltiplicano in quantità esorbitanti, e con una rapidità mai prima immaginabile. Di questi aspetti della rete e delle loro implicazioni nella vita umana è certamente meno facile parlare di quanto non lo sia il rischio di un Grande fratello ammodernato ai tempi dei social network. Ma è proprio questo che ci stimola a fare il racconto di Eggers, andando a toccare qualcosa di cui non sembra si voglia troppo discutere, perché è troppo grosso e sconcertante.

Iniziamo dal processo più macroscopico messo in evidenza nel romanzo. Mae, la protagonista che ci accompagna man mano nel mondo del Cerchio, subisce un veloce adattamento ai nuovi parametri richiesti a tutti gli operatori del circuito - una sorta di lavaggio del cervello, ma ottenuto con una rapidità e una cedevolezza sorprendenti - durante il quale la giovane donna si disfa di abitudini e di valori precedenti, che l’avevano guidata fino ad allora, anche se inconsapevolmente. Per esempio l’abitudine alle fughe solitarie sulla baia a bordo di un kajak. Questa abitudine innocente, a cui ricorreva spesso per distendersi, diventa ora il suo peccato di egoismo.

"Sei andata in kayak?" disse Josiah. "Dove?"
"Nella baia."
"Con chi?"
"Nessuno. Da sola."
Denise e Josiah avevano un’espressione risentita.
"Io ci vado, in kayak" disse Josiah, e digitò qualcosa sul tablet, premendo con forza sul vetro.
"Ci vai spesso?" Denise chiese a Mae.
"Forse ogni due o tre settimane."
Josiah era assorto nella contemplazione del suo tablet. "Mae, sto guardando il tuo profilo. Non trovo nulla su te e il kayak. Né smile, né rating, né post, nulla. E ora tu mi dici che vai in kayak ogni due o tre settimane?"
"Be’, forse un po’ meno."
Mae rise, Denise e Josiah no.
"Quando vai in kayak cosa vedi?"
"Non so. Cose di ogni genere."
"Foche?"
"Certo."
"Otarie?"
"Di solito."
"Uccelli marini? Pellicani?"
"Anche."
Denise digitò qualcosa sul tablet. "Okay, sto facendo una ricerca del tuo nome per la documentazione visiva di qualcuna delle uscite che hai fatto. Non trovo niente."
"Oh, non ho mai portato la macchina fotografica."
Josiah emise un sospirone.
[...] "E’ una cosa che mi fa impazzire, pensare a tutte le conoscenze che vanno perdute ogni giorno a causa di questa specie di miopia. E non voglio dire che sia da egoisti, ma..."
"No. Lo era. Ho capito che lo era" disse Mae.
Josiah si addolcì. "Ma a parte la documentazione, non capisco perché tu non abbia mai detto niente a nessuno del kayak. Insomma, è una parte di te. Una parte integrante."

La prima rinuncia che Mae deve fare è quindi alla riservatezza e alla solitudine. Nessuna parte di sé dovrà essere celata alla collettività della rete. Nessun riparo dal flusso delle relazioni sociali e dai suoi influssi sull’individuo. Questo riparo, che le democrazie moderne hanno canonizzato come diritto alla privacy, è però molto più di un diritto. E’ una dimensione della vita che, in quanto sottratta agli influssi sociali, è la fonte stessa della libertà individuale, nutrita da quella cosa delicata che siamo soliti chiamare vita interiore. L’ideologia del Cerchio, condivisa da operatori, dirigenti e utenti, chiede di rinunciarvi spontaneamente. Come scriveva Proust, quando interagiamo con gli altri restiamo alla superficie di noi stessi. Non nella conversazione, ma nella solitudine entriamo in contatto con l’io profondo, da cui prende linfa anche l’invenzione, la creazione, l’originalità di pensiero e di forma. Il Cerchio lavora per un mondo in conversazione perpetua, dove l’esperienza interiore è, se non proprio bandita ("L’expérience intérieure est désormais interdite par la société en général..." recita un aforisma dell’ultimo film di Godard, Adieu au langage), quanto meno ridimensionata, svalutata, erosa nei suoi margini.

Di questo adattamento, o, se vogliamo, di questa mutazione antropologica della protagonista, Eggers ci fa vivere ogni tappa. Leggendo si è portati a sperare che qualcosa in lei si ribelli alle leggi del Cerchio, che la sua parte migliore alla fine trionfi, come in certi grandi film degli anni ’60, carichi di ribellione giovanile e di fermenti anticonformisti. Invece non sarà così. Mae si conforma pienamente ai nuovi parametri. E questo processo ci viene mostrato in tutta la sua ambiguità: da un lato c’è il successo di Mae che supera una dietro l’altra difficoltà emotive e prestazionali, e arriva in poco tempo ai vertici dell’azienda; dall’altro c’è la sua progressiva mostrificazione. Perché alla fine il personaggio con cui ci identifichiamo, grazie al meccanismo narrativo ben noto (viviamo con lei per più di trecento pagine, a contatto con i suoi pensieri, emozioni e aspirazioni) e per il quale tifiamo, è diventato un mostro.

Un episodio lo illustra in maniera esemplare. Mae, ormai una star della rete, presenta al pubblico del Cerchio e alla globalità dei suoi utenti un nuovo motore di ricerca chiamato SoulSearch e ne fa una dimostrazione a tutti coloro che stanno seguendo il feed in diretta (sul polso, Mae ha un monitor che la informa costantemente sul numero di utenti collegati) e che nel momento culminante superano il miliardo. E’ una sorta di "Chi l’ha visto?" colossale, di potenza moltiplicata rispetto al numero di spettatori che può raggiungere una trasmissione televisiva nazionale.

"Uno dei lati più strani del nostro mondo - comincia a dire Mae in diretta- è il modo in cui i ricercati della giustizia riescono a nascondersi in un mondo interconnesso come questo. Abbiamo impiegato dieci anni per scovare Osama Bin Laden [...] Tra pochi secondi il computer selezionerà, a caso, un ricercato della giustizia. Non so chi sarà. Nessuno lo sa. Chiunque sia, [...] SoulSearch lo localizzerà in meno di venti minuti. Pronti?"

Di lì a poco compare sullo schermo la foto di una donna del Regno unito, ricercata per infanticidio. E subito iniziano ad arrivare i commenti degli utenti. Alcuni affermano di averla vista. I commenti a loro volta vengono votati, e quello che ha avuto più voti balza al primo posto: una donna, che scrive dal proprio cellulare, dice di lavorare con la ricercata in una lavanderia di Swansea. La folla connessa la esorta a "rintracciarla e a catturarla in video". Così in pochi minuti la ricercata viene trovata, inquadrata mentre fugge, e infine braccata. Qualcuno vorrebbe linciarla ma viene fermato. Dove la polizia non è riuscita in tanti anni, riesce in pochi minuti la potenza della rete nella sua totalità. Mae sente di avere "un esercito alle spalle". Una nuova forza la invade.

Il successo della dimostrazione è tale che qualche utente chiede di ripeterla con un altro ricercato. A Mae viene allora l’idea di far cercare il suo amico Mercer, ex fidanzato, renitente alla rete, che da mesi sfugge a lei e al suo potente circuito. La stessa caccia ha luogo. Mae reimpiega gli stessi termini usati per la criminale, piegandoli però allo scherzo. Questa volta - dice - non sarà "un ricercato dalla giustizia ma ... dall’amicizia". In pochi minuti il covo segreto di Mercer viene localizzato in una casa ai margini di un bosco. Alcuni utenti arrivano sul posto con le telecamere: "Arrenditi, sei circondato... da amici". Ma Mercer, appena vede la folla, sale sul pickup e scappa. Un ragazzo appiccica una microscopica telecamera sul vetro del veicolo, così che un miliardo e più di utenti connessi possono seguire la fuga e vedere in primo piano il terrore sul volto del "ricercato". Fino alla fine Mae non si rende conto che lo "scherzo" che sta facendo all’amico per strappargli un sorriso di resa, è in realtà una persecuzione. Spinta da quella forza che la invade, alla testa del suo esercito, Mae è diventata incapace di empatia, e infierisce su Mercer al punto che lui, mentre guida all’impazzata per sfuggire alle telecamere, si getta contro il parapetto del viadotto e precipita nello strapiombo.

Un altro aspetto antropologico che Eggers tocca sono i possibili effetti della continua valutazione a cui si è sottoposti in rete. Qualsiasi attività si svolga nel Cerchio riceve immediatamente un punteggio espresso in numeri: voto dato dagli utenti, numero di commenti ricevuti, numero di smiles, di frown... Ogni cosa che fai riceve immediatamente una stima che compare sul tuo schermo nel momento stesso in cui lo fai (o dopo una piccola frazione di tempo). Mentre risponde ai clienti (la prima occupazione a cui è assegnata appena arrivata al Cerchio), Mae sa immediatamente quanti punti su cento è stata valutata la sua risposta. E se il punteggio scende un po’ sotto la media, subito invia al cliente un follow-up in cui gli pone altre domande sul servizio, su come migliorarlo, e spesso il cliente è indotto a alzare il punteggio. Mentre parla ai suoi followers illustrando le immagini che trasmette con la videocamera appesa al collo, tiene d’occhio costantemente, sul monitor che porta al polso, quanti utenti stanno seguendo, quanti smiles, il numero e il tenore dei commenti. Anche questo esiste già nella realtà. In rete ogni cosa viene ormai quantificata: i blogger sanno quanti visitatori hanno avuto, quanti minuti si sono fermati sul loro sito, quale è stato il post più letto. Su Facebook sai quante persone hanno cliccato "mi piace", quanti amici ti seguono. E’ un feedback continuo sulla propria popolarità, a filo diretto, che crea una specie di dipendenza. Mae e gli altri personaggi del Cerchio quasi non riescono più a far nulla senza sapere istantaneamente quanto si viene valutati (persino il partner di una scopata tormenta Mae perché dia un punteggio alla sua prestazione).

Quando si parla di dipendenza dalla rete, occorrerebbe specificare da che cosa in particolare si diventa dipendenti. Sappiamo che ogni essere umano tiene alla propria reputazione. Alcuni studi mostrano che ogni volta che qualcuno ci fa un complimento o guadagniamo in reputazione si attiva una zona neuronale chiamata nucleo accumbens, un centro profondo del cervello legato alle reazioni di piacere e appagamento. E poiché oggi uno dei modi più diffusi per mantenere buona la propria reputazione è l’uso dei social network, si è anche studiato su un gruppo di volontari come reagisce il nucleo accumbens di fronte ai ’mi piace’ ricevuto dagli amici sulla propria pagina facebook. Lo studio, condotto da Dar Meshi della Freie Universitat di Berlino e pubblicato sulla rivista Frontiers in Human Neuroscience, mostra che maggiore è l’uso dei social network maggiore è l’intensità di attivazione del nucleo accumbens al feedback positivo ricevuto in rete.

Ma oltre alla dipendenza, la continua valutazione espone anche a un altro rischio. La misurazione di tutto ciò che si può misurare è già una delle maggiori ossessioni delle società odierne. I censimenti, le statistiche, i sondaggi, l’Auditel, i rating, il calcolo di quanto ha venduto un libro, di quanti incassi ha fatto un film ecc. hanno ovviamente la funzione primaria che tutti conosciamo. Ma accanto a questa ne hanno sviluppata col tempo anche una secondaria. Quelle misurazioni, rese continuamente pubbliche, comunicate come se fossero notizie, finiscono per retroagire sul comportamento delle persone, influenzando le loro scelte successive. L’uomo è un animale imitativo, e ciò che la maggioranza sceglie ha più probabilità di essere scelto di nuovo da altre persone. La rete, apparentemente più democratica, improntata cioè alla comunicazione orizzontale dove non ci sono più né target né emittenti - perché ognuno è contemporaneamente sia l’uno che l’altro - amplifica enormemente questo collaudato dispositivo di conformità per mezzo di un meccanismo di retroazione istantaneo. E’ come essere continuamente su di un palcoscenico a ricevere applausi o fischi. E poiché ricevere applausi è più piacevole che ricevere fischi, è inevitabile che tutto questo orienterà i nostri comportamenti verso quelli più apprezzati. "

Folla a Coney Island, di Arthur Fellig, 1940. [Clicca sull’immagine per ingrandirla.]

Mark Zuckerberg ha dichiarato che il suo intento nel creare Facebook era di costruire un ambiente in cui non solo le persone potevano condividere tutte le informazioni che volevano ma anche controllare con chi le condividevano. E’ questo meccanismo di retroazione, che nessun altro media consente, la maggiore novità dei social media. Avere un feedback è utile per ogni nostro comportamento finalizzato, perché ci permette di fare continui aggiustamenti per raggiungere il migliore risultato. Persino mentre camminiamo i propriocettori riescono a mantenere l’equilibrio del corpo grazie agli smile e ai frown che la pianta del piede riceve dal terreno su cui si muove, con le sue diverse pressioni. Solo che il feedback che ci spinge a un aggiustamento continuo del baricentro ci viene dal mondo di fuori, inanimato, mentre in rete ci arriva da altre persone, che ci guardano e ci valutano. "Non riesco a scrivere se c’è qualcuno che mi guarda"- scriveva Italo Calvino riferendosi ai lettori o a i critici che lo avrebbero giudicato. Invece in rete si scrive e si agisce sempre sotto quello sguardo. Il rischio è quello di una pressione collettiva sul singolo essere pensante molto più forte di quella che hanno potuto esercitare nei secoli le chiese, i partiti, la pubblicità e la televisione.

In questo gigantesco Noi collettivo che si forma nel Cerchio, come del resto accade già in molte circostanze reali, le opinioni, le passioni collettive e il voto sostituiscono l’operazione del discernimento e in certi casi persino l’operazione del pensiero. Quando ad esempio Mae scatena la caccia alla ricercata, e iniziano ad arrivare i messaggi, la scelta della pista da seguire è del tutto affidata alla votazione. Il commento più votato balza automanticamente al primo posto sullo schermo, così come talvolta balza alla coscienza un pensiero dalle profondità della psiche, conquistando la nostra attenzione. Con la differenza però che la coscienza di questa mastodontica psiche collettiva filtra i propri pensieri in base alla somma dei voti di miliardi di utenti. La capacità di vagliare, di ragionare, di intuire, di seguire l’evidenza della luce interiore, che in millenni di evoluzione la nostra specie ha sviluppato nei singoli individui, diventano superflue, delegate a un calcolo statistico.

Quello che leggiamo nel Cerchio è il racconto non di una dittatura ma di un esperimento di specie. Tre miliardi di esseri umani connessi, un collettività statistica, un Noi ciclopico che preme sul singolo: sarà una nuova chance per la specie umana, un’accelerazione della sua catastrofe o una mutazione di cui non si sanno ancora gli esiti?








pubblicato da c.benedetti nella rubrica qualità quantità il 19 dicembre 2014