Comparse anime sparse

di Maria Cerino



Se la popolana seduta su uno dei gradini che portano dai camerini al retropalco fosse fidanzata con uno dei soldati che ora è sul palco e agita una spada, saprebbe esattamente a che ora (proprio il minuto, il secondo precisi) riceverà un bacio. Nessuno sa l’ora in cui sarà oggetto di cura del proprio uomo e della propria donna – anche quando è stato deciso un appuntamento e d’abitudine usiamo baciare e stringere il nostro amante appena ne indoviniamo la sagoma tra gli estranei e gli andiamo incontro correndo o fingendo di non correre e limitandoci a camminare a falcate ampie, oppure in macchina una volta arrivato e accostatosi al marciapiede dove lo aspettiamo ci aprirà lo sportello e lo abbracceremo perché abbiamo temuto che non venisse solo per l’aver visto altre auto passarci accanto senza accostare prima che comparisse la sua, anche se lui è in perfetto orario – nessuno per quanto condizionato da un rituale, da un anniversario, da un’abitudine, saprà l’orario esatto del bacio. E non lo saprà perché il nostro baciarci accade nel mondo, accade in una distrazione, è ritardato o accelerato da tutto ciò che ci capita; e basta che qualcuno ci saluti, che un gatto si avvicini, che un moscerino abbia la pazienza di tentare per la terza volta di posarsi sul naso del nostro uomo o della nostra donna affinché il bacio che avevamo deciso smetta di appartenerci e venga velocemente rimpiazzato con un altro che invece ci appartiene solo dopo che ci è stato dato. Nessuno di noi saprà l’orario esatto del bacio che darà o riceverà con la stessa esattezza con cui lo sanno questa popolana e il suo militare guerriero che agita una spada e che con il cambio di scena le andrà incontro si chinerà e le bacerà la fronte.

Il teatro assiste le sue comparse più di quanto la realtà assista un assassino che la fa franca. Ed è chiaro quando tutta quell’impressione di sciatto delle ragazze prima di ritirarsi dalle scene si ricompone, quasi, tra i corridoi e i camerini e una di loro inizia a svestirsi, l’altra le passa delle calzamaglie e dopo un minuto sono di nuovo lì a provare dei passi. Non intralciano il passaggio, le ballerine, appaiono come soprammobili numerati, con sotto le stelline o i numeri del pezzo mancante perfettamente aderenti con il perimetro segnato come se ne avessero interrato i semi e fossero spuntate con tutte le radici, come se fossero le sagome esatte di un omicidio. Ad avere la fortuna di guardarle dall’alto, cosa che accade solo ad alcuni tecnici, si ha l’impressione che sia loro quella recondita armonia, che ne siano in un certo senso i custodi, una virtuosa manodopera del tempo mentre vanno in scena in fila indiana raccogliendosi nel giusto ordine, rispettando il ruolo, l’altezza e l’immagine d’insieme. Sono prive di ansia, contente di essere ciò che sono e neppure sembrano appartenere alla stessa terra in cui nasce uno scrittore – anche lo stesso scrittore che ha composto il libretto, perché no – che invece combatte sempre e sempre soffre di quel continuo duello contro il tempo, affinché nessun altro scriva con le sue stesse parole, o la sua idea appaia datata, da cestinare ed egli stesso in ugual modo superato, che non diventi vecchio, che i suoi libri non invecchino e che con il tempo i lettori non lo dimentichino.

Le sarte e le truccatrici che aspettano in un angolo dietro le quinte assomigliano alle mamme dei bambini durante una festa che si tengono in disparte e hanno il bicchiere d’acqua in mano se i figli avranno sete, e hanno i cerotti in tasca se i figli si faranno male, e hanno il maglioncino piegato in borsa se i figli avranno freddo e un giocattolo da casa se i figli si annoieranno. E capita sempre che una comparsa si avvicini claudicante alla sarta – c’è un’impossibilità nell’andare in scena con qualcosa di sbagliato o inesatto che somiglia all’infortunio in un campo di calcio – con la gonna alzata e le vada incontro facendo cenni colpevoli con la testa. La donna le rammenderà l’abito, velocemente, in piedi mentre la comparsa nella sua veste ottocentesca si guarderà intorno cercando la compagnia di una collega o dissimulando il senso di colpa come fanno certi bambini nel momento della punizione o mentre chiedono un regalo.

Sentono gli occhi, le comparse, gli occhi addosso e sembrano immobili anche mentre si muovono in quella grazia d’ingranaggio, e il regista le guarda, con una specie di fremito e ogni movimento calca una morte perché l’errore dice che è tardi per ogni cosa, che l’azione è stata compromessa, che si è fatto un affronto alla storia così come dovrebbe essere e ora è diventata così com’è, sbagliata, sbavata e spenta. Non è permessa alcuna dilazione Perchè hai impugnato la spada sul fa e non sul fa diesis? e il terrore arriva in anticipo di una battuta, mentre la vittima quasi sospira perché una morte sbagliata in scena è una morte che non avviene, tutti gli altri cadono sul palco, improvvisamente muti privati dell’azione, finti e vomitati dal tempo. Diventano come di cera anche gli altri del coro e le ballerine sulle punte che si scaldano accanto a una piramide dorata conservata dietro le quinte; li cristallizza un silenzio.








pubblicato da m.cerino nella rubrica racconti il 16 dicembre 2014