Opera iniqua

Federico Febbo



Pubblico alcune pagine di un romanzo inedito di Federico Febbo, intitolato Opera iniqua. Più di due anni fa avevo già pubblicato alcuni brani di un altro romanzo inedito dello stesso autore, intitolato Tramonto Italia, che avevo definito "un indefinibile testo all’insegna dell’enfasi teatrale, dell’altisonanza e dell’ingorgo emozionale". Ritrovo alcune di queste caratteristiche in queste nuove pagine, narrativamente più fluide.
Antonio Moresco

La carrozza scivolava fuori dal lungo Tevere per tagliare sulla via della Conciliazione, dove i cavalli rallentando mossero dal trotto al passo sotto l’ordine delle mani di Cleto, come per sancire la fine della fuga dalla brutta avventura di poco prima o forse per il rispetto dovuto al severo sguardo di piazza San Pietro. Tra i due amici in contesa di dialogo, Charme era silenzioso. Riscaldandosi sotto il sole primaverile teneva appoggiato il gomito sul bordo del calesse, un gomito che terminava in una mano rannicchiata in un nido su cui poggiava il mento liscio del silente sputatore, incantato, simile a un innamorato dal finestrino di un treno. Nell’indolenza del sabato mattina, vedeva dozzine di ciclisti, e poi tutti. Uomini e donne liberati da maglioni e da stagnanti vestiti invernali, sbocciavano in braccia nude e nel petto, fieramente affrancati da sciarpe e girocolli. Le macchine erano parcheggiate in punizione ai fianchi delle vie, e il riverbero dei parabrezza sulle camice della gente, restituiva quella luce accecante del solstizio che traduceva il sentimento di un eterna beatitudine, di una smisurata immortalità. Alcune bambine, abbarbicate al seno delle loro mamme, lo salutavano come se quella carrozza fosse in parata, mentre altri non lo notavano affatto. Eppure si sentiva al centro dell’attenzione; uno scemo su di un barroccio fuori dal tempo. Quasi tutti passeggiavano tra i marciapiedi proni su quotidiani odoranti di velina leggera e di inchiostro a stampa off-set. Qualche colombino annoiato era fermo ad ammirare l’incomprensibile bellezza della città, chiedendosi perché la sua amata non fosse lì con lui, sotto quel sole che raramente restituiva una luce così pulita sulle teste dei romani.

Ma qualcosa mutò nella circoscrizione vaticana. Charme cominciava a non sentirsi più un pagliaccio su di un carro allegorico che sfilava per il centro di Roma. Voltandosi da una parte e dall’altra, tra le stradine di Borgo Pio, vedeva stormi di suore brune da un lato, e bande di pellegrini imbolsiti dall’altro con in mano bastoni da pastore e appesa al collo la “charta peregrini”, per attestare la loro traversata davanti al Peregrinatio Ad Petri Sedem. E poi turisti con disgustosi cappelli panama, sandali francescani, bermuda militari, venditori di orologi, di santi, di bandiere, ruffiani, fotografi improvvisati e fotografati, perditempo questuanti, un microcosmo promiscuo di cui sospettava e diffidava scansando dall’occhio il fastidioso ciuffo, nero come il buio della gola che gli puntellava il palato asciutto, pensando alle forbici del fioraio che recidevano la sua trachea come secchi rami di una vite, pensando di cambiare la riga dei capelli una volta arrivati a Vulci.

In quel momento incrociarono una carrozza di turisti, con a bordo due inglesi carichi del folklore del giro turistico e si sentì di nuovo stupido. Incrociarono gli sguardi nell’istante in cui le due carrozze si spalleggiarono. Charme quasi si alzò in piedi, come se non avesse voluto lasciarli andare via, per avvertirli di un imminente pericolo. […]

Entravano in una macchia alberata per uscirne velocemente, per poi prendere un sentiero e dunque dirottare di nuovo in una selvaggia aranciera e ancora tra noccioleti, per ritrovarsi in una gola nella valle dell’Insugherata, a due chilometri da Roma. Nell’aria il depensamento di una folie organisée sprigionò gli entusiasmi dei tre amici che iniziarono a ridere e a bere imbrattandosi le giacche di vino e lacrime. I guanti da guida in pelle di Cleto si specchiavano nei gialli raggi solari e le culatte, i jodhpurs attillati di Aronne di una taglia più piccola, ora non tiravano più sul cavallo.
« Oggi ce ne freghiamo del mondo signori, oggi ce ne freghiamo. » gridava di felicità, parlandosi addosso a più riprese, come per ribadirlo a se stesso più che ai compagni.
Ancora non sapevano che non sarebbero mai più ritornati a Roma e qualcuno di loro alla vita. […]

Arrivarono a Capranica tagliando i campi e un guado, così trovarono la vecchia ferrovia abbandonata raggiungendo subito la stazione di Barbarano. Era un edificio delabré a due piani, circondato da erbacce alte un metro e la facciata corrosa priva di stipiti e finestre, con la cavità nera dell’ingresso che lasciava presagire un interno abitato da entità scortesi. Sul frontespizio, attraverso il vetro rotto dell’orologio a muro, si vedevano indistintamente le lancette immobili da decenni segnare le 9:50, esattamente l’ora riscontrata in quel momento dall’orologio da polso di Cleto, che ignorò la straordinaria coincidenza. Le rotaie si notavano a malapena, cancellate dalla barbara fauna, marcata però da feroci tagli orizzontali dovuti ai passaggi delle biciclette.
Decisi costeggiarono i binari fantasma calcando i solchi del terreno e mantenendosi sulla carreggiata che consigliava il sentiero, passando in un’ora e mezza le stazioni di Blera, Monteromano, Civitella Cesi, Allumiere, fino al ponte ferroviario sul fiume Mignone e infine la fermata Aurelia. Si intubavano sovente in gallerie fatiscenti e fangose, in un buio che dissipava l’inclinazione sul pendio della terra in discesa verso il mar Tirreno, dando così la sensazione di correre nel vuoto, procedendo solidi nella speranza di non infilare le ruote nelle cunette di scolo laterali, perpendicolari alle pareti viscide delle muffe dei tunnel.
« Hanno pensato bene di seppellire i morti, ma arriverà il momento in cui toccherà ai vivi. » pensò in quelle tenebre Cleto. […]

In quegli anni si riusciva ancora a passare dal Lazio alla Toscana o all’Umbria, tra i tessuti agricoli di fieno e foraggi con innesti simili alle marcite lombarde, senza incontrare mai una strada asfaltata, spostandosi a cavallo oppure con un favolistico cocchio, fascinoso archetipo di un’era fiabesca, remota come l’illusione dell’infanzia nel recupero di una felicità bambina.
Arrivarono al fantastico castello dell’Abbadia lasciando un polverone dietro di loro, attraversando prima il ponte del Diavolo e stappando una volta lì giunti la seconda bottiglia di vino. Le combinazioni propizie al raggiungimento della meta, e l’elisir della bevanda, li obbligava a scordare gli avvenimenti della prima mattina e li rifugiava in una dimenticanza. Aronne fece nascere il primo caso di racconto sconcertante, partendo proprio dal grande arco del ponte etrusco-romano della Badia. Insisteva sulla sua falsità, poiché ridisegnato interamente in epoca romantica da un barone scozzese, che aveva trasformato questa roccaforte viterbese nel gusto dei castelli delle Lowlands o delle Highlands come il Dunnottar Castle, proprio negli anni in cui lì vicino stava scavando quel celebre Luciano Bonaparte principe di Canino, studioso di archeologia esiliato en plein air.
Nel fumoir tutti si ritrovavano piacevolmente storditi dalle narrazioni che si dissipavano ininterrottamente. I tre le incarnavano trasformandosi in esse “precipitando languidi con sgomento, senza più peso e senza senso, sprofondando di cent’anni in ogni momento” recitava Cleto « Le grandi lettere non sono morte, l’hanno uccise » aggiungeva in una cantilena alzando il bicchiere verso il sole, invitando al brindisi gli astri rintanati dall’altra parte della Terra. Girarono esilarati intorno alla fortezza, con passo marziale ma sciolto, come assassini ubriachi che ballano sulla tomba della loro vittima occultati da fumi lunari. Spensierati alzavano i calici crescendo il ritmo delle bevute, schiarendo il tono delle voci e ingrossandone il volume che echeggiava nella pace della lontananza. A meno di un chilometro da lì, si arrivava finalmente alla vecchia città etrusca.

Camminavano tra le tombe della necropoli di Vulci ma i morti non erano tutti uguali per loro. Distinguevano con attitudine eziologica i suicidi dalle morti accidentali, gli omicidi pensando agli assassini, le malattie dalle cause, le morti a sorpresa o preterintenzionali.
« Avete mai letto il racconto di Emile Plateau, quello in cui un professore di matematica morto e tumulato pensa dentro una bara, sottoterra insomma, sì pensa alla sua vita di accademico. Quando d’improvviso viene risvegliato per ricevere una laurea “honoris causa”, scoprendo così di essere ancora vivo... ehehe » proferì Cleto convulsando, scoppiando a ridere ebbro di allegro delirio e tirandosi dietro anche le risate dei due amici brilli.
Radiosi tra le case e i mosaici, in una promenade de la pensée che rivendicava la volontà di un emergenza del sogno, mettevano un vestito all’aria. Erano accesi e ubriachi, in quel tiepido ma assolato pomeriggio e senza avvedersene mettevano d’accordo cielo e terra decidendo di tornare momentaneamente indietro di alcuni chilometri e alcuni secoli a Gravisca. Lo fecero per andare a festeggiare nei giardini di Adone la morte del bel semidio, fedelmente alla memoria delle vergini etrusche che già usavano quei gesti proprio nei remoti riti di primavera.
Arrivati nella valletta floreale iniziarono le lamentazioni e preghiere. Cleto simbolicamente fece come per coltivare le insalate attenendosi alla tradizione delle giovani innamorate, prima e singolare tappa della cerimonia. Subito dopo Aronne prese una scala in legno poggiata dietro una rete di contenimento che limitava l’accesso ad alcune tombe; era legata alla rete con del semplice fil di ferro. La posò su una muraglia in mattoni di argilla, che metaforicamente doveva rappresentare l’antico purgos di cui rimanevano in verità solo poche pietre rasoterra, che lasciavano intendere la planimetria di quello che poteva essere stato il magico sacello, l’edificio dove Adone quella notte salì attraversando la finestra a congiungersi con Afrodite, per poi morire inaspettatamente all’alba. Proprio da quella stessa finestra la dea si sarebbe infine affacciata all’aurora ad annunciare la disgrazia alle caste fanciulle personificate ora dai tre consapevoli amici. Il susseguirsi degli avvenimenti del pomeriggio alimentavano il senso euforico della sbronza, che li portava ad essere tutt’altro che parodistici, bensì più precisi, attenti, competenti e acuti. Solo il contorno delle loro speculazioni era ilare. Ritornando di fretta verso Canino chiusero quella parentesi e attesero con eccitamento di entrare stavolta nella diletta Tomba François, e una volta rintanati in essa di sedersi sui divani in pietra che demarcano il perimetro nella penombra del celebre sepolcro. Abbandonarono la Padovanella dietro una macchia d’alberi e camminando per un chilometro videro poi l’ingresso interrato. Scesero rispettosamente facendo attenzione a dove posare i piedi e una volta dentro quella tana, o in quel che rimaneva di essa, ricostruirono con la mente le parti mancanti del commovente affresco, respirando l’aria stantia, eppure viva, dei crudi loculi vuoti. Ma l’incantesimo si ruppe dopo pochi minuti, quando sentirono qualcun altro scendere dal cunicolo scosceso dell’entrata. Qualche turista, forse solo un coniglio selvatico, stava per deprimere la poesia del momento. Ma non si lagnarono. Vulci in quegli anni – e addirittura in quella piacevole stagione di rinascita, di ritorno alla luce seguita a un inclemente inverno – raccoglieva pochissimi visitatori, limitatamente a studenti e studiosi. Stettero così a ponderare in ammirazione, sommessamente e a lungo. Dopo quasi un’ora, sortiti come gas delfico dalla prestigiosa urna secolare, tornavano infine a respirare sull’atmosfera terrestre a grandi boccate di brezza, scoprendo con stupore che i colori della realtà erano mutati. Gli alberi erano blu e il cielo verde. Il vino li aveva colorati a suo piacimento. Il sole sfumava pigramente nella prateria funerea di cui a grandi tratti permaneva solo il contorno velato nelle sue linee marginali e fosche. La Ville Lumière non era ancora giunta a Vulci, scelsero di illuminarla idealmente con la pece greca, l’olio o il gas per diffondere del chiarore in quella vasta distesa di rovine che li dominava. Trasognate sensazioni si distribuivano dentro di loro, rivelando la consapevolezza di una partecipazione al gran teatro del mondo e parevano scambiarsele volutamente, amichevolmente.
Cleto rassicurò gli amici, impercettibilmente impensieriti, che la carrozza era fornita di fanalini dove inserire due candele, che avrebbero spianato la strada buia e cieca del ritorno proprio come quei robusti Dottorini emiliani di una volta, che di notte servivano le urgenze del popolo colpito dai malori.
Poi li raggiunse l’ora in cui il cielo e la terra diventano un ematoma. Nel franc parler dei tre compagni la giornata si dissolveva tra frammenti di un oggetto votivo e i mitrei abbandonati.
« Siamo certi di ritrovare la strada dove abbiamo fermato il calesse? » confidò Charme a Cleto come fosse stato un bambino timoroso dell’oscurità.
« Ci siamo mai persi da quando stai con me? »
« No. »
« E pensi che sia opera divina? »
No, non pensava fosse opera divina. La verbosità di Cleto lasciava intuire allo sprovveduto Charme l’inutilità del dubbio posto all’amico. Si incamminarono ora spossati dal girovagare, con gli abiti e la pelle pregni della polvere e il sudore che li aveva così ingrigiti, fino a quando il quadro del panorama peggiorò la nitidezza della visuale. I corpi e i movimenti si erano ridotti in scie di ombre, che lasciavano strascichi di macchie visive dentro le pupille di chi le osservava e che andavano in tal modo a confondersi col cupo orizzonte pastorale. Per quanto si sforzassero di adattarvisi, l’assenza di luce artificiale e della comodità di un commutatore elettrico – che decreta il sacro gesto dell’accensione di una lampadina – li sopraffaceva. A quell’ora di sera, l’abitudinarietà e la protezione della città divenivano le compagne di una vita che più rimpiangevano.
Aronne iniziò a fischiettare il Der hirt auf dem Felsen di Schubert, per rincuorarsi, esattamente come il lavoratore che tornando a casa segna sul marciapiede il proprio passo, sotto il fascio di luce dei lampioni scartando i metri che lo dividono dall’indicibile diletto di obliarsi sul proprio sofà. I due amici al suono della melodia si confortarono a loro volta, rilassando spontaneamente i nervi del collo e della schiena. La riproduzione del sibilo che soffiava tra le carnose labbra di Aronne, plagiava alla perfezione il delicato clarinetto e il soave jodler svizzero, tanto che un plenilunio, come per premiarli, rischiarò l’adombrato panorama.
Figuravano con quegli indumenti tra i campi disabitati, come tre soldati reduci da una sanguinaria battaglia rimasti senza armi e degradati dalle decorazioni. Cleto ebbe poi un’impressione distonica come accade negli appartati bagni dei cinema, quando a fine proiezione la sala si svuota e si rimane soli in un piccolo corridoio simile a uno scavo speleologico. Era un perturbante, era uno smarrimento. Charme invece, che nella torbida marcia lo aveva davanti a se, rievocava gli omini di spalle dei misteriosi quadri di Böcklin. Alzò su di lui lo sguardo fino a quel momento chino a terra impegnato a capire dove infilare i piedi in movimento, ma non lo vide più.
“Era stato risucchiato dalla notte?” pensò dentro di sé con la sua inesperienza, e istintivamente fece per aprire bocca e girarsi indietro, per chiedere una conferma della sparizione ad Aronne, che però ora non fischiettava più. Voltandosi lo vide piegato sulle ginocchia a quattro zampe, come una pecora.
« Aronne! » imprecò Charme allarmato.
Si mosse a soccorrerlo cercando di rialzarlo ma il robusto compagno sembrava di porfido. Prostrato iniziò a vomitare quasi ininterrottamente, singhiozzando e inspirando grevemente come gli fossero stati perforati i polmoni o come se si stesse spegnendo una meccanica dentro la voluminosa ossatura di un automa, esaurendo così una vitale batteria. Rimise in terra l’ansia della situazione che atterriva l’inesperto Charme, spettatore impossibilitato ad aiutarlo. Sull’erba scura l’amico rigettava tappi di sughero, angoscia, spaesamento, mozziconi di sigarette e preservativi, che continuavano a fluire dalle labbra come da una fontana. Charme, che lo reggeva da sotto le braccia, in quel momento desiderava morire, desiderava abitare in quell’appartamento in via dei Villini che aveva sempre sognato e lo bramava ineccepibilmente ora. Con l’amico praticamente tra le braccia, cercò di intercettare Cleto intorno a sé nell’esteso spazio panico, ma non vedeva a più di un metro da quella pietà di carne. Non provò nemmeno a chiamarlo. Aronne, per sua fortuna, poi si riprese quasi subito dagli spasmi. Ora non rimetteva più nulla.
Morire giovane come i faraoni non era una sua prerogativa. Accasciato a quel modo era di una bellezza appena strappata alla morte.
Si rialzò con calma, con gli ondulati capelli madidi di sudore, simili a viscide alghe marine incollate sulla fronte straziata dal patimento. Scansò brutalmente Charme con un gesto del braccio, in un invito ad allontanarsi di qualche passo come per rivendicare un’autosufficienza e un ritorno all’ordine. Il palpito nel giovane petto del ragazzo, così diminuiva facendolo rilassare. Trascurò per un attimo il compagno, cominciando di nuovo ad indagare circospetto per capire dove fosse finito Cleto.
Come una bussola roteava sul proprio bacino alla ricerca, e intanto vedeva Aronne dondolare in piedi assieme l’ambrosia selvaggia che lo attorniava, sotto quel notturno campestre acceso di sbuffi a raso d’erba, puntati dall’occhio bovino di una luna ingrossata da capillari rotti. Entrambi col fiatone, si guardarono negli occhi per la prima volta da quando erano partiti all’alba di quel giorno.
Sei passi li dividevano sotto la panoramica astrale.
Poi Aronne, grevemente, fece qualcosa di inaspettato. Abbassò lentamente il braccio destro verso terra e fermandolo con sicurezza all’altezza del pube si fece lì il segno della croce, proprio sotto il corpulento bacino. Charme sgranò gli occhi di fronte a quel gesto sacrilego e irreale, ma osservandolo attentamente vide che l’amico ora aveva il volto delle decine e decine di amici scomparsi. Pareva avesse assunto un viso metafisico. L’aberrazione stava per avere inizio all’insaputa del povero ragazzo, che guardava nuovamente il grosso compagno negli occhi come per chiedere venia.
Di colpo una pallottola piena di carne gli arrivò diritta in fronte, penetrando il piccolo cranio e terrorizzando la ragione! L’orologio della ratio si fermò gelando il cuore.
Tutto avvenne molto velocemente da lì in poi, in un minuto psichico che devastò la felicità e la salute di Charme. Il muso di Aronne subì una trasfigurazione paragonabile solo alla deformità dei postumi di un intervento maxillo facciale. Sotto lo sguardo atterrito del piccolo e indifeso spettatore, la fisionomia di lui mutava dilatandosi nei nervi e i muscoli della faccia, che si andavano a mescolare e fondere come in un impasto di farina e uova, come una malattia che non vuole morire.
Si deformava velocemente in una paresi che modifica incessantemente punto, colpendo senza preavviso un momento su di una guancia, poi un occhio, oppure un labbro, sotto la motilità accidentale del fato. Il fenomeno carnale delle superposizioni si palesava nei lineamenti e quel corpo quadrato privo di realtà, d’un tratto si riempì di essa, così che l’aspetto sembrò tornare per un momento ma le fattezze ridivennero indecifrabili nuovamente.
Charme, sul punto di piangere, si passò le mani nei capelli stringendo due ciuffi spugnosi come muschio, per strapparli dalla nuca e lacerarli al preludio di un esaurimento nervoso. Aronne iniziò a colare bile biancastra da un lato della bocca, che si allargava in uno spropositato sorriso, come inciso da un rasoio. L’espressione degli occhi era contrita e abnorme e trascriveva il sentimento di un’angoscia ultraterrena. Fissava come un faro il povero Charme, con occhi allucinati e intrisi di intenti pericolosi. Li faceva quasi guizzare dalle cavità oculari, in un’irreciprocità dei sentimenti e della personificazione fisiognomica, che insieme vedeva gli occhi vuoti di espressività, pieni di ardore, ma allo stesso tempo un sorriso che solo la pace e l’amore sanno discernere. Un rovesciamento del significato che sembrava separare il muso di Aronne in due distinte personalità. Nel suo atteggiamento affettato, egli rimembrava all’inerme Charme la bambola jumeau che teneva nella vetrina del salotto la sua zia di Saint-Rémy.
Accade dopo questo ricordo l’irreparabile. La faccia di Aronne continuava a spostarsi come riflessa in uno specchio d’acqua centrato da un sasso e subito dopo comprese.
Vide dodici volti in una faccia sola. Alzando lo sguardo sentì un tuono e poi notò incomprensibilmente un lampo, dunque abbassò nuovamente la testa e riafferrò ancora una volta, nella distanza che li separava, l’atrocità della mutazione di Aronne. Sentì improvviso uno schiaffo violento colpirlo sulla guancia, l’urto lo fece quasi cadere. Era venuto dal niente, come se l’aria l’avesse inflitto e solo dopo vide avvicinarsi velocemente l’amico dalle mostruose sembianze, levare il braccio destro in alto e colpirlo proprio sul grugno.
La vista del giovane aveva subito un’alterazione terrificante, riceveva le immagini in ritardo.








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 14 dicembre 2014