Sparate sul chitarrista

Gianna D’Agostino



Giovanni Truppi live @ Cinema Teatro Lux. Pisa, 6 dicembre 2014.

Un palco vuoto, due chitarre e un uomo solo. Giovanni Truppi sale sulla scena in jeans e canottiera, le luci ancora alte, come se fosse uscito da dietro le quinte a fumarsi una sigaretta.

Parte a ritmo serrato senza un cenno al pubblico: «io mi chiamo Giovanni e il mio nome è un plurale», il corpo scheletrico curvo sulla chitarra, gli occhi chiusi, il volto tirato. Mescolando in maniera inedita tradizione cantautorale e attitudine punk, sfugge alle classificazioni e conduce un live serratissimo, a tratti dolce a tratti straniante, che lascia interdetti, quasi storditi.

Con i tendini tesi e i muscoli contratti, con la voce che rimbalza dal falsetto al baritono nel giro di pochi attimi, la sua figura riempie il palco in maniera obliqua senza cercare approvazione. Truppi produce un amalgama unico di musica e parole, storto e zoppicante, a volte urlato a volte sussurrato, mai compiaciuto. Voce e chitarra si rincorrono, si nascondono, si scontrano, a volte si trovano.

L’uomo solo con le sue chitarre è un bersaglio. Convulsamente esprime il bisogno e la paura di lasciarsi guardare. Di colpire ed essere a sua volta colpito. C’è uno spazio vuoto, sacro per chi ha ancora a cuore la dimensione live della musica, che divide chi canta da chi ascolta. Truppi (quanto consapevolmente?) lascia che sia una nostra decisione percorrere questo spazio per avvicinarlo. L’incontro che si produce è il premio inatteso in fondo a un sentiero impervio.

Sotto il palco alcuni ridono, a sottolineare versi talmente veri da scolorire nel grottesco. Non si accorgono che stanno ridendo alle proprie spalle. Il fatto è che un live di Truppi non è un’esperienza piacevole. In quasi un’ora e mezza di set fastidio, sorpresa e tenerezza struggente si alternano, lasciando lo spettatore privo di punti di riferimento. Truppi racconta momenti che tutti conosciamo, ma che difficilmente ci fa piacere esternare e lo fa rimanendo in equilibrio sul filo sottile che divide l’angoscia dal sorriso. Perché «un amico non mente».

L’ultimo album Il mondo è come te lo metti in testa (I miracoli 2013), eseguito quasi interamente, ha trovato in un anno di tour italiano la sua dimensione live. Canzoni come Ti voglio bene Sabino, Giovinastro, Come una cacca secca, Amici nello spazio, 19 gennaio sono diventate vere e proprie perle. Truppi racconta una generazione senza patria, senza certezze e senza eroismi. Racconta la lontananza e l’amicizia lievemente. Mette in scena il quotidiano, la droga e il «pazzologo» vi rientrano, ma non si appiattisce su di esso e anzi vi insinua il dubbio. Infine racconta l’amore come una cosa che non è facile, che fa paura, che non è solo bella.

La tensione si scioglie solo sul finale, con un sorriso finalmente disteso e il gesto di attraversare a passi lunghi quello spazio vuoto che ci divide: Truppi scende in platea senza passare da dietro le quinte, in mezzo al pubblico vociante che, alla fine, ha capito di volerne ancora. Luce in sala.








pubblicato da s.baratto nella rubrica musica il 10 dicembre 2014