Le Carré, il Nobel mancato al Re dell’ambiguità

Silvio Bernelli



La rosa dei candidati al Nobel per la Letteratura quest’anno ha registrato la scomparsa di John Le Carré, tant’è che i bookmakers inglesi pagavano la sua vittoria 51 volte la posta. Si vede che è girato il vento. Negli ultimi tempi lo scrittore era considerato tra i papabili insieme ai soliti sospetti Philip Roth, Don DeLillo, Bob Dylan, Murakami Aruki, Adonis, Ismail Kadaré, Amos Oz, Joyce Carol Oates e Milan Kundera. Il premio alla fine l’ha vinto Patrick Modiano, certamente un autore di valore. Ne avevamo parlato qui tempo fa.

L’eliminazione silenziosa di Le Carré dalla rosa del Nobel fa pensare ai suoi personaggi che spariscono da un momento all’altro e senza spiegazioni. A volte lo fanno al termine di un’operazione nella quale un agente viene abbandonato al suo destino, lasciato alle fauci dei servizi segreti stranieri per preservare qualche improbabile equilibrio interno o mondiale. D’altronde il silenzio è il rifugio dell’uomo che vive di segreti e così vivono tutti i protagonisti dei libri di Le Carré, lui stesso agente segreto in gioventù. Nelle sue storie ogni illazione, ogni interpretazione, ogni tradimento è possibile. Al di là dell’enorme successo di pubblico, che probabilmente gioca contro un riconoscimento aulico come il Nobel, Le Carré si meriterebbe il premio per aver, meglio forse di chiunque altro, messo su pagina l’ambiguità.

Nei primi anni ’60, quando Le Carré cominciava a scrivere, l’ambiguità sembrava patrimonio esclusivo dello spionaggio e della politica. All’epoca il tradimento dei Cinque di Cambridge capitanati da Kim Philby, agenti del servizio segreto inglese ma in realtà arruolati nello spionaggio sovietico, era materiale infiammabile.

Come i Cinque di Cambridge, i personaggi di Le Carré non dicono cosa pensano, non agiscono come ci si aspetterebbe da loro e quasi sempre non sono la persona che sostengono di essere. Sovente sono agenti addetti al doppio e persino al triplo gioco, ai quali basta una lieve incertezza per finire uccisi. A differenza della spy-story di un tempo e del thriller di oggi, in Le Carré l’ambiguità non è solo la caratteristica dei personaggi "cattivi" ma il veleno che corrompe un mondo di uomini soli nel quale si è tutti "alla mercé di una brutale corrente", come scriveva Shakespeare. L’ambiguità scandagliata da Le Carré appartiene all’animo umano. Per questo viene narrata attraverso uno sguardo partecipe, qualche volta lacerante, che fa di Le Carrè un grande esploratore della psicologia umana. I personaggi dello scrittore inglese vivono perennemente in bilico tra senso di colpa e ricerca di approvazione, tra sicurezza degli affetti e desiderio di dominio, tentando di sfuggire i capricci di una Storia con la maiuscola pronta a sacrificarli in ogni momento.

Sono innumerevoli le pagine nelle quali Le Carré analizza i tormenti dei suoi personaggi, siano essi il Magnus Pym di La spia perfetta o il giovane avvocato idealista Oliver Single di Single & Single. Si tratta in entrambi i casi di padri e figli che si tradiscono, situazione ben conosciuta dallo scrittore inglese che ha avuto come padre un truffatore seriale e bugiardo inaffidabile.
A questo genitore irresponsabile e a suo modo grandioso, Le Carré ha dedicato il breve memoir Ronnie, mio padre (2006). Neanche un centinaio di pagine, ma illuminanti sulla sfiducia nel genere umano provocata da un’infanzia come quella vissuta dall’autore.
Le Carré racconta di un padre attorniato da amici loschi, alla guida di auto di lusso e vestito con abiti tagliati in Savile Row, che lo abbandona in cupi collegi dei quali paga la retta con smodata generosità oppure mai, a seconda se sia appena entrato o uscito dal carcere.

Richard “Ronnie” Cornwell (è questo il vero cognome di Le Carré) diventa personaggio letterario in La spia perfetta, il libro del 1986 che fa da spartiacque nella lunga carriera dello scrittore. Prima ci sono i romanzi più celebri dedicati al genio dell’intelligence George Smiley, tra i quali spiccano La spia che venne dal freddo, La talpa, L’onorevole scolaro e Tutti gli uomini di Smiley. I primi due sono i più famosi anche grazie alle trasposizioni cinematografiche con i divi Richard Burton e Gary Oldman. La spia che venne dal freddo (1963) resta celebre per la trama a orologeria, un meccanismo narrativo semplicemente perfetto. Sotto gli occhi del lettore la storia "ruota" completamente verso un finale che sembra arrivare da sé, feroce e inatteso. Il lavoro del grande burattinaio George Smiley resta sullo sfondo, negli scantinati della narrazione.
La talpa è il romanzo del 1974 giocato su più personaggi a tutto tondo, evocati nella filastrocca per bambini del titolo originale Tinker, tailor, soldier, spy (Calderaio, sarto, soldato, spia). La caccia alla spia infiltrata nel servizio segreto inglese, il cosiddetto "Circus", richiama direttamente il tradimento dei "Cinque di Cambridge" degli anni ’60.
Il dettaglio più interessante del romanzo è il coinvolgimento personale di Smiley, che scopre amaramente quanto il tradimento della moglie non sia che una mossa nell’operazione di depistaggio ordita dalla spia.

L’onorevole scolaro (1977) è il romanzo imperniato su quello che forse resta il personaggio più commovente inventato da Le Carré. Il rapporto tra Jerry Westerby, l’onorevole scolaro del titolo, e George Smiley è il cuore di questo racconto spietato. Sullo sfondo una Hong Kong vagamente esotica, dominata dagli intrighi e dal denaro.
Tutti gli uomini di Smiley (1979) è il più proustiano dei libri di questa ideale quadrilogia. Qui Smiley e i suoi collaboratori, oltre che contro il nemico sovietico e l’inaffidabile alleato americano, si battono contro il tempo, la pungente nostalgia del passato. La storia prende le mosse dalla morte di un vecchio agente del servizio segreto, che lascia dietro di sé indizi leggibili solo dai colleghi, come il particolare segno di un gesso su un muro di città. È una delle molte tracce decifrabili solo attraverso una grammatica morta, superata dai tempi. Basta questo dettaglio a velare le pagine di malinconia. Le fasi di riassemblaggio della vecchia squadra spionistica di Smiley sono descritte con lo stesso struggimento con cui si potrebbe scrivere di una rock-band che si riforma dopo anni: l’invecchiamento dei corpi, le vecchie energie che c’erano e non ci sono più, l’irresistibile miraggio del passato, l’impossibilità di chiudere i conti con i propri demoni.

A questo Le Carré più famoso, cantore critico della Guerra Fredda, segue uno scrittore meno classificabile. La spia perfetta del 1986 era già più un intenso dramma famigliare che una spy story, dove il tradimento passa di padre in figlio. Il libro divide i vecchi dai nuovi lettori di Le Carré. I primi smettono di seguirlo, sconcertati dalla trama troppo poco thrilling; i secondi si avvicinano a un autore di enorme popolarità sulla scia dei vecchi successi e delle trasposizioni cinematografiche dei suoi libri.

È ovvio che il crollo del Muro di Berlino – il luogo dove finiva La spia che venne dal freddo – abbia un enorme impatto sull’immaginario dello scrittore. Il mondo del quale aveva descritto così bene crudeltà e intrighi, la cristallizzazione Ovest-Est che sembrava destinata a durare per sempre, va in pezzi in una sola notte. Ne sarà la riprova La Casa Russia che esce proprio nel 1989, l’anno del collasso delle dittature comuniste europee. Un romanzo debole e di sicuro fuori tempo massimo. Un cambio di passo è necessario, cosa che peraltro lo scrittore aveva già probabilmente compreso nel 1983 con la pubblicazione di La tamburina, il romanzo precedente a La spia perfetta e incentrato sul conflitto israelo-palestinese, che non è certo uno dei suoi migliori.

Ma è chiaro. Il vecchio scenario del pianeta diviso a metà, anche se in modo incerto e permeabile, non regge più. Dagli anni ’90 Le Carré si dedica a cercare nuovi fondali sui quali proiettare l’ambiguità dell’essere umano, i nostri tormenti più oscuri, le debolezze, la nostra intrinseca ricattabilità. All’anima in vendita dei suoi eroi neri Le Carré continua a contrapporre eroi grigi troppo deboli per vincere, troppo fedeli ai propri ideali per scamparla. Da questa ricerca scaturisce una serie discontinua di romanzi nei quali l’autore cerca, pur restando fedele al mondo dello spionaggio, di inserire nuove trame e fondali.

C’è la guerra in Caucaso in La passione del nostro tempo del 1995, lo stato di Panama in Il sarto di Panama del 1996, l’Africa corrotta e inguaribile in Il canto della Missione del 2006. A questi e altri lavori di secondo piano un ritrovato Le Carré può comunque contrapporre due romanzi d’impatto. Single & Single del 1999 prende di petto la collusione della finanza internazionale e dei grandi studi di avvocati con gli ambienti mafiosi. L’ambiguità della scrittura di Le Carré raggiunge un livello tale che l’ultima pagina si presta a diverse interpretazioni. Il destino dei tristi eroi di questo libro resta in sospeso, probabilmente come sberleffo al lettore che nei thriller cerca la facile evasione e il finale fintamente a sorpresa tipico del genere.

Il giardiniere tenace affonda il coltello nella multinazionali di Big Pharma, pronte a uccidere su larga scala per vendere una pasticca, un medicinale, un vaccino in più. Luogo del delitto di massa, un continente africano dove i servizi segreti occidentali lavorano non più al servizio di un’ideologia ma del denaro, e ovviamente non importa quanto questo denaro sia sporco.

È forse anche grazie a questi libri che l’ultimo Le Carré sembra aver ritrovato un certo slancio. Lo dimostrano i tre romanzi pubblicati tra il 2008 e il 2013, Yssa il buono, Il nostro traditore tipo e Una verità delicata. Le Carré è tornato alle sue storie-tipo, con tanto di agenti segreti dei servizi inglesi, dirigenti CIA e oligarchi russi dalla dubbia fortuna. Lo sfondo non è più quello della Guerra Fredda naturalmente, ma la società globale del capitalismo selvaggio, satura di bugie trasmesse dai media per un elettorato sempre più cieco. Dei tre, Yssa il buono è il più tagliente. Si può essere alleati e anche nemici, questo sembra ricordarci Le Carré raccontando la parabola di un ragazzino musulmano che vive in Germania lontano dal minaccioso padre (ancora!). Il tema dell’immigrazione dall’Est e il Sud del mondo torna sotto vesti diverse in Una verità delicata. La parte migliore del libro è quella iniziale ambientata a Gibilterra, dove Le Carré ricostruisce la suspense dei tempi migliori. È la stessa suspense che l’autore riesce a infondere al finale lento e struggente di Il nostro traditore tipo, dove l’inazione di un paesino sulle montagne svizzere allude a un fulmineo cambio di strategia. Come al solito, Le Carrè, non guarda in faccia a nessuno. Chiunque tu sia, sei solo una danno collaterale, una vittima sacrificabile.

Tornano in questi libri i temi più cari allo scrittore inglese: le parole che perdono il loro valore e lo sfarinamento dell’identità, moneta corrente nel mondo tecnologico di oggi affollato di cloni e avatar inaffidabili. E naturalmente ci sono anche il linguaggio carico di forza immaginifica e quelle riunioni in cui anche il tuo vicino di scrivania potrebbe alla fine dimostrarsi il nemico, l’uomo che ti mette a morte a causa di una decisione presa chissà da chi e perché.

Rispetto ai libri degli esordi, gli ultimi Le Carrè sono più corrosivi nei confronti dei governi britannici e americani, il sistema finanziario, le grandi multinazionali. In particolare, a John Le Carrè non è andato giù l’intervento militare in Iraq del 2003 fortemente voluto da Tony Blair, e così sono molte le pagine nelle quali l’ex premier laburista viene attaccato frontalmente per le sue scelte di politica internazionale.

Nessun scrittore può vincere il Nobel per Letteratura senza l’appoggio del suo paese e chissà che non sia stata proprio la brutale messa in stato d’accusa del governo britannico a indebolire la candidatura di John Le Carré. Niente smentirebbe questa tesi meglio del premio. Nel 2015, magari.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica libri il 15 dicembre 2014