Se la scuola è tutta un quiz

Giuseppe Caliceti



Sono utili i quiz per valutare la formazione di una persona? Ventisette professori, – da Guido Baldassarri, presidente dell’Associazione degli Italianisti, a Rita Librandi, presidente dell’Associazione per la Storia della Lingua Italiana, – questa estate lo hanno detto chiaro e tondo: no. Secondo loro, i quiz che sono stati proposti questa estate ai futuri insegnati, sono un insulto alla cultura e occorre prevedere modalità di valutazione consone alla professione di insegnante, perché non si possono degradare in questo modo scuola e università. E, aggiungo io: non si possono degradare neppure alunni e studenti.

Eppure, negli ultimi anni, osserviamo basiti come le scuole italiane di ogni ordine e grado siano state sommerse da un diluvio di quiz di ogni tipo. Ci sono quiz per entrare nelle facoltà universitarie a numero chiuso. Ci sono quiz di selezione per accedere al Tirocinio che forma i futuri insegnanti. Ci sono soprattutto i quiz dell’Invalsi “somministrati” regolarmente da un decennio a bambini e ragazzi, prima sporadicamente poi in modo sempre più diffuso e massiccio.

Luciano Canfora, docente di Filologia Classica all’università di Bari, sostiene: “I quiz sono antieducativi”. Perché “non sono prove autenticamente culturali e scientifiche”. Perché sono “prove irrilevanti dove un cretino che ha una buona memoria supera i quiz e una persona di cultura che non ricorda un dettaglio viene esclusa”. Un cretino, già. Allora perché i quiz oggi vanno così di moda nella valutazione della formazione? Alcune ipotesi. Primo: proprio perché i test non hanno validità oggettiva? Secondo: perché è il tipo di prova più semplice da copiare e falsificare? Terzo: perché è il tipo di prova più anonima e asettica? Quarto: perché è un ottimo alibi e/o giustificazione per “scremare”, “dividere”, “sopprimere”, “togliere diritti e/o opportunità” in nome di un presunto merito che spesso, col quiz, c’entra meno di quanto si possa comunemente pensare? Esatto.

Ridurre la ricchezza di una formazione scolastica e universitaria a una serie di quiz è infatti funzionale a un altro obiettivo di medio o lungo termine della politica scolastica governativa degli ultimi anni: la riduzione, – per non dire soppressione, se si potesse, sempre per risparmiare, beninteso – dei docenti. E la privatizzazione selvaggia della formazione e della conoscenza. L’atto finale? In Italia, dopo quattro anni da quando fu proposto, è l’approvazione della legge Aprea, volta a cancellare la nostra scuola statale; in quanto la decostituzionalizza, la privatizza, la ristruttura in senso aziendale. Sta accadendo. Ma oggi i tempi sono maturi per completare questo disegno di chiara matrice neoliberista. Cosa cambierà?

Avremo una scuola e una università sempre meno figlie della nostra Costituzione. E sempre più a immagine e somiglianza degli enti privati che le sponsorizzeranno. Scuole e Università Fondazioni, dedite sempre meno all’amore del sapere o allo sviluppo di un pensiero critico, e sempre di più a una cultura del profitto a senso unico, possibilmente di pochi che sfruttano molti, come ogni grande azienda che si rispetti.

Pubblicato su “il manifesto” del 12 settembre 2012.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica scuola il 24 settembre 2012