Raccontare l’Italia: un compito immane, un’ambizione artistica piccina

Tiziano Scarpa



IO: Mi ha scritto Goffredo Fofi. Gli farebbe piacere se rispondessi anch’io all’inchiesta che Lo straniero sta facendo tra gli scrittori italiani.

LE PAROLE: Che cosa vuole sapere?

IO: Nella mail diceva che il tema “genericissimo” è “raccontare l’Italia”. Mi ha mandato anche un allegato, dove si parla della tendenza della letteratura italiana attuale a “tornare alla storia di questo paese”. Anche a me chiede “attraverso quali percorsi ne hai fatto l’ispirazione dei tuoi lavori recenti”.

LE PAROLE: E perché sei venuto da noi?

IO: Da chi dovevo andare?

LE PAROLE: Non fare finta di niente. Sei perfettamente in grado di capire la nostra domanda.

IO: Rifàtemela.

LE PAROLE: Ok: perché adesso stai separando da te le parole che scrivi come se fossero un’entità autonoma con cui ti metti a dialogare?

IO: Perché è la verità. Perché io vi sento così, vi vivo in questo modo, e voglio che si veda, subito, fin dall’inizio di questo mio intervento.

LE PAROLE: Dovrebbe essere ovvio.

IO: Non lo è. Mi è sembrato che nelle risposte che sono state date finora in questa inchiesta si corra direttamente ai contenuti, al “tema”, scavalcando voi. Nessuno o pochissimi mettono in evidenza le parole.

LE PAROLE: Perché dovrebbero?

IO: Non fate finta di niente voi, adesso. Perché non dite chi siete veramente?

LE PAROLE: Noi siamo lo scheletro della voce dei morti, dimeniamo le nostre ossa con i vostri muscoli, perché ci serviamo dei vivi, da sempre, attraversandoli, come fa il tempo. Noi veniamo dalle profondità dei secoli, vi precediamo e vi oltrepasseremo.

IO: E perché siete venute da me?

LE PAROLE: Come sarebbe?

IO: Perché vi fate scrivere dai cosiddetti scrittori?, o presunti tali.

LE PAROLE: Perché gli scrittori sono quelli che sanno innescare una nostra prestazione speciale, suscitare nella mente di chi legge una proliferazione di immagini. Gli altri, i saggisti, gli studiosi, gli opinionisti, i giornalisti, suscitano attraverso di noi considerazioni, pensieri… Anche pensieri intelligenti, eh. Ma noi siamo capaci anche di trasfonderci e quasi dissolverci in immagini. Siamo attratte dagli scrittori perché sanno fabbricare frasi che, quando vengono lette, fanno sprigionare immagini.

IO: Quindi, ammettendo che la domanda che ci ha posto Lo straniero sia sensata, a me pare che…

LE PAROLE: Un attimo, scusa. Perché, non è sensata?

IO: Lo è, lo è, solo che io mi riconosco di più quando dicono che “può anche essere che a qualcuno questa richiesta suoni estranea alle sue motivazioni più profonde”. Io ho scritto Stabat Mater per…

LE PAROLE: Come mai parli proprio di quel libro?

IO: Per far capire che per me “raccontare l’Italia” è importante fino a un certo punto.

LE PAROLE: Se possiamo essere sincere, anche a noi “raccontare l’Italia” sembra un’ambizione piccina per uno scrittore.

IO: Piccina… Ma se è un compito immane!

LE PAROLE: Abbiamo detto “ambizione”, non “compito”.

IO: Ah be’, su questo sono completamente d’accordo.

LE PAROLE: Come puoi non essere d’accordo con le tue parole?

IO: Se fossi d’accordo con le parole non scriverei.

LE PAROLE: Non divagare.

IO: Non sto divagando. Quando ho scritto Stabat Mater volevo raccontare la storia di una mia sorella nata tre secoli prima di me. Io sono stato partorito all’Ospedale Civile di Venezia, che, all’epoca, aveva il reparto maternità nello stesso edificio dove un tempo venivano abbandonati orfani e figli di famiglie povere, o figli non voluti, frutti di gravidanze indesiderate. Mia madre, passando di là, mi diceva fin da piccolo: “tu sei nato qui, dove una volta i bambini li abbandonavano”. Io ero fortunato, avevo un padre e una madre che mi volevano bene, immaginavo la vita dei bambini abbandonati. Sono venuto alla luce nelle stesse stanze dove altri cominciavano la loro vita in tutt’altro modo, come figli di nessuno. Io non ho sorelle. Una parte delle ragazze abbandonate in quell’orfanotrofio imparavano a suonare e cantare. Musicisti importanti le istruivano e componevano per loro. Le ragazze davano concerti in chiesa, seminascoste da grate di metallo, su balaustre a qualche metro d’altezza… Ho studiato molto per immaginare la storia della mia protagonista, la mia sorella orfana nata tre secoli prima di me…

LE PAROLE: Non fare il sentimentale, adesso.

IO: Non esagero. Lo sapete bene che, mentre immaginavo la sua storia attraverso di voi, ci sono stai momenti, pagine, in cui mi sono commosso mentre scrivevo…

LE PAROLE: Va be’, questa te la potevi risparmiare.

IO: Bisogna dire tutto, sia il “pubblico” che il “personale”, ce lo chiede Lo straniero.

LE PAROLE: Non scaricare la responsabilità sugli altri.

IO: Insomma, ho studiato molto la situazione storica, la vita di Vivaldi, le ragazze della Pietà, la condizione di Venezia a quell’epoca. Ho letto vari libri e seguito convegni di storia e musicologia, assistito a concerti, ascoltato dischi.

LE PAROLE: Normalissima documentazione…

IO: …durante la quale mi sono reso conto di una cosa che potrebbe essere utile a spiegare l’Italia di oggi. In quel periodo, come si sa, Venezia era in declino economico. L’asse geopolitico fondamentale, dal Mediterraneo, si era spostato sull’Atlantico.

LE PAROLE: Lo sanno anche i bambini delle elementari.

IO: Ma si sa un po’ meno che la città, fra Sei e Settecento, si è dovuta reinventare. È stata la prima in Occidente a far pagare un biglietto per l’opera lirica. A poco a poco si è trasformata in una specie di Hollywood e Broadway. Ogni sera potevi andare a teatro scegliendo fra un’opera ambientata nell’antica Roma, nel Messico azteco, fra i paladini ariosteschi o nel favoloso Oriente… Dietro i teatri c’erano bische che facevano gli introiti più grossi. Si aprivano le prime caffetterie d’Europa che diffondevano la moda delle nuove bevande d’importazione dalle Americhe. E il Carnevale non era uno sfizio degli abitanti, ma una precisa scelta economica: dare la possibilità di aggirarsi in città mascherati, per gran parte dell’anno, attirava quei forestieri che volevano spassarsela in incognito, giocando d’azzardo, frequentando prostitute sofisticate, organizzando feste dispendiose che davano lavoro a artigiani e fornitori. Figli di sovrani e nobili ricchi venivano in questa specie di Las Vegas a spendere patrimoni. E l’offerta di spettacoli comprendeva anche le ragazze degli orfanotrofi musicali. In città ce n’erano quattro, la gente andava in chiesa a ascoltarle, si compiaceva per come venivano educate, faceva beneficenza agli orfanotrofi, era una forma rudimentale di assistenza sociale. Ma la maggior parte di queste cose nel mio romanzo io non le ho raccontate, anche se la Venezia economicamente in crisi di allora, che si snatura e rifonda completamente sé stessa, può essere indicata come una delle sorgenti dell’Italia di oggi, che non sa bene che farsene della sua cultura. Venezia fra Sei e Settecento ha inventato l’industria del divertimento e dello spettacolo. Avrei potuto metterlo in evidenza. Ma non era questo che mi interessava. Non mi interessava nemmeno fare della mia protagonista una specie di antecedente (uguale e contrario) delle ragazze che oggi sono messe in vetrina dai media, dalla pubblicità. E il mio scopo principale, se devo andare ancora più a fondo delle mie motivazioni, non era immaginare la sorella che non ho mai avuto, mai-nata o nata-a-metà in un orfanotrofio, senza volto, invisibile, inattingibile dietro una grata…

LE PAROLE: Lo sappiamo che cosa ti interessava.

IO: Come fate?

LE PAROLE: Lo sappiamo perché noi abbiamo fatto quello che ti interessava.

IO: A me interessava…

LE PAROLE: Ti interessava depurare l’espressione, arrivare all’essenziale, scarnificare la frase, raccontare con poche parole, facendo a meno di tutte le incrostazioni e le precisazioni e i suffissi in -mento -zione -ità -ismo -istico -izzare -izzazione, che infestano le frasi e danno il mal di testa.

IO: Come purtroppo stiamo facendo anche qui, adesso…

LE PAROLE: Volevi frasi perentorie e coraggiose, talmente coraggiose da sfociare nell’ingenuità più inerme, frasi che tu, senza la letteratura, senza un personaggio, senza un romanzo, senza delle parole che non sono le tue, non sapresti mai dire, non sapresti mai scrivere, e forse nemmeno lo vorresti, perché tu non sei quello, non sei noi. Volevi passare attraverso parole trasparenti, immaginifere, ideofore, iconofore – non c’è una parola per designare le parole “portatrici di immagini” – parole che si dissolvono in immagini quando sono lette da qualcuno, e gli fanno sprigionare immagini, lo inducono a produrle da sé… Volevi che queste parole fossero tutte primarie, tutte essenziali, tutte annoverate in un dizionario di base, in un dizionario di sopravvivenza. Volevi riconquistare una specie di poesia, tu, adulto, qualcosa che potesse mostrare che anche da adulti si può vivere dentro quella cosa che in mancanza di meglio chiameremo “poesia”, e nella quale d’altronde tu per primo non riesci a vivere, perché hai bisogno di un personaggio, un’adolescente povera e disperata, una sorella mai nata, non-vissuta tre secoli fa, che sei andato a cercarti nelle pieghe della Storia… Stai zitto?

IO: Io?

LE PAROLE: Non dici niente…

IO: Stavo pensando a quello che è successo dopo. Un romanzo così “lirico e intimista”, come è stato definito, per di più ambientato tre secoli fa, ha preso parte a una battaglia civile di oggi. Alcune persone che sono state abbandonate alla nascita, e che adesso sono attiviste di un’associazione che si batte per far cambiare la legge sul diritto alla conoscenza della propria madre biologica, lo hanno letto. Lo hanno adottato. Pochi mesi fa lo hanno regalato a tutti i membri della Commissione Giustizia della Camera che sta esaminando le nuove proposte di legge. Hanno scelto il mio inattualissimo libro per simboleggiare la loro situazione, per persuadere i legislatori a cambiare una legge ingiusta che li fa stare male… Questa è una delle cose che racconto nel mio nuovo libro, e da cui parto per riflettere su molti altri casi di libri, film e pièce teatrali che innescano un conflitto tra la realtà e le leggi in vigore.

LE PAROLE: Abbiamo capito dove vuoi arrivare…

IO: Questo libro contiene cinque saggi autobiografici sulle conseguenze inaspettate della scrittura. Perché non c’è solo il prima dei romanzi, c’è anche il dopo. Non c’è solo il racconto. C’è quello che succede a causa del racconto. Non ci sono solo le motivazioni. Ci sono anche le cose che si fanno in seguito all’attività di scrittore, e che spesso con la scrittura non c’entrano direttamente. Effetti collaterali della pubblicazione. Per esempio, ho organizzato insieme a altri amici scrittori una manifestazione antirazzista nel cuore del Veneto leghista, ho recitato nell’ultimo film di Monicelli, ho conosciuto padri di giovani suicidi, miei omonimi, che mi guardavano come un surrogato del loro figlio morto. Nel mio ultimo libro racconto tutte queste cose, parto dalle mie esperienze per fare discorsi più generali che spero interessino al di là della mia persona.

LE PAROLE: …vuoi fare pubblicità al tuo ultimo libro.

IO: È pubblicato da un piccolo editore, Effigie. Si intitola… mmh… Ditelo voi.

LE PAROLE: Abbi almeno il coraggio delle tue azioni. Si intitola Come ho preso lo scolo.


Pubblicato su Lo straniero di ottobre 2014.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica in teoria il 17 novembre 2014