Il miracolo

Serena Gaudino



La mia maestra si chiamava Francesca ma tutti la chiamavano semplicemente Franca: era una donna alta, di una certa età – almeno così credevo – con i capelli ondulati nero corvino. Aveva una corporatura robusta con un seno grosso, un poco a punta, sempre leggermente in mostra sotto le magliette scollate, le camicette trasparenti, le giacche attillate. E aveva le caviglie sottili, avvolte in impalpabili calze di seta color carne, che spuntavano sotto le gonne corte a scacchi bianchi e neri o rosse o verde bottiglia.

La mia maestra aveva un viso quadrato, un naso dritto e a punta e la bocca rossa, stretta tra due fossette e il mento largo con una piega al centro. Aveva una voce forte e autoritaria e le piaceva cantare, disegnare e raccontare: storie antiche, storie di guerra, storie di altri mondi e di altre vite. Ogni giorno un pezzetto, mai di fantasia ma spesso prese dai racconti di sua madre o di sua nonna, della sua antica famiglia che aveva avuto un sacco di morti in guerra. Non era troppo gentile la mia maestra ma quando la Pinguino – un essere orribile coi capelli neri e lisci un po’ unti e una pancia infinita che non c’entrava nel banco – mi nascondeva la merenda, lei in silenzio la guardava fissa negli occhi e, il tempo di andare a fare la pipì, la mela ricompariva sotto il mio banco, nel suo fazzoletto di lino bianco ricamato a mano da mia mamma. Una magia! La stessa che faceva mio padre con me e mia sorella: ci guardava negli occhi e noi immediatamente capivamo cosa dovevamo fare. E io per un tempo indefinito ho provato a imitare quegli sguardi, per fare anch’io delle magie: mi piazzavo davanti allo specchio della mia camera e cercavo di assumere un’espressione il più possibile simile a quella di mio padre o della mia maestra. Mi sono esercitata per un sacco di tempo e poi mi sono detta che questa cosa qui riusciva solo agli adulti e a Nicola, che invece ogni volta che mi guardava con quello sguardo là, io gli davo subito i miei soldi e lui si comprava un Topolino che poi mi regalava dopo averlo letto e un poco strappato, per dispetto.
Io, allora, quando andavo a scuola, pensavo che la maestra Franca fosse già vecchia e col tempo ho creduto che fosse addirittura morta. Non la incontravo più. Eppure non avevo mai cambiato casa ero sempre stata là in via Bonito, a qualche centinaio di metri dalla scuola. Tranne poi quando sono andata a studiare a Bologna, a vivere a Roma, a lavorare a Genova e a Torino.
Non che fosse veramente vecchia, la mia maestra, ma mi sembrava un po’ attempata: rispetto alla mia mamma che era così bionda e profumata, lei era troppo nera e sapeva di talco felce azzurra, lo stesso che usava mia nonna.
La mia maestra Franca non rideva mai. Sorrideva soltanto, alzando anche un po’ gli occhi al cielo. Magari avrebbe voluto fare altro nella vita. Magari avrebbe voluto fare la pittrice visto che sapeva disegnare benissimo. Una volta, in uno di quei quadernini in cui tutti i tuoi amici devono farti un disegno e scriverti una dedica, lei mi disegnò un cesto pieno di frutta. Sembrava proprio il cesto di Caravaggio.
Poi qualche tempo fa, la mia maestra, mi è comparsa davanti: viva. Un miracolo. Era ferma all’angolo di via Scarlatti, proprio dietro a casa mia. Stava montando su un tassì con le sue gambe ed era identica a come me la ricordavo. Anziana uguale, coi capelli ancora corti e ondulati nero corvino e lo stesso seno florido e ingombrante. Era estate e portava una magliettina nera con lo scollo a punta e una gonna corta fino al ginocchio a scacchi bianca e nera. Solo, sul viso e sul collo c’era qualche piega in più. Mi è sembrato innaturale, allora l’ho fermata. Mi sono gettata tra le sue braccia e l’ho baciata e nell’avvicinarmi ho sentito quello stesso profumo di trentacinque anni fa: asciutto e penetrante. Avevo il cuore a mille e pensavo: «Oddio, non è morta! Che bello, che bello, la mia maestra non è morta!»
Eppure erano morte quasi tutte le maestre delle mie amiche, come mai lei era ancora così bella pimpante? La maestra di Anna per esempio aveva avuto un colpo apoplettico a cinquantatre anni, mentre, la maestra di Margherita era svenuta in un supermercato e l’avevano portata in coma in ospedale, dove è rimase ricoverata centocinque giorni prima di farla finita. L’unica ad avere avuto una morte serena, che io sappia, è stata la maestra di Carlotta: un infarto mentre dormiva. Non se n’è accorto nessuno, neanche lei. Suo marito al risveglio l’ha trovata ancora calda, posata su un fianco che guardava verso la porta. Pareva addormentata.
Lei, invece, la mia maestra, stava così bene! Peccato solo che di me si ricordava appena. E quando le sono capitata a cinque centimetri dal naso mi ha toccato le spalle con la mano destra, mi ha tastata, come per riconoscere la mia carne oltre che la voce, poi mi ha allontanata un po’, mi ha sorriso e mi ha detto: «Adelaide?»
Adelaide? Chi è Adelaide? Ho pensato io! Eppure credevo di essere stata una delle sue alunne predilette, certamente non come Donata Sassari che era la più bella della classe, ma molto più di Giuseppina Sacco la piattola, questo è poco ma sicuro! E con poco tatto, le ho ripetuto più volte il mio nome quasi urlando: «Arianna, Ari-a-nna…». A questo punto lei mi ha prima guardata bene in faccia e poi ha puntato il suo lo sguardo sul mio seno come se, capito chi fossi, dovesse assicurarsi che il mio seno, appunto, fosse cresciuto tanto quanto prometteva già da bambina: « Ari-a-nna, Arianna cara, come stai?»
Così poco per volta, mentre mi parlava, nella mente della mia maestra, cominciavano ad accendersi dei ricordi, le comparivano, davanti agli occhi, brandelli di memoria. Dicendo all’autista che ne avrebbe preso un altro ha chiuso lo sportello del tassì su cui stava salendo e si è appoggiata al mio braccio indicandomi una panchina, una di quelle che stanno a piazza Vanvitelli a fianco all’orologio. Ci siamo sedute piano piano, credo che avesse mal di schiena per come si muoveva piano, e si è avvicinata di nuovo al mio viso fino al punto che ho sentito un po’ del suo alito pesante sfiorarmi le labbra.
Improvvisamente, e senza che avesse mai risposto a nessuna delle mie domande, mi ha chiesto se poi sono diventata una nuotatrice o una danzatrice come Sonia, quella del primo banco in quarta fila, sotto la finestra.
«Nessuna delle due cose, mi dispiace» ho risposto io. E allora lei con l’aria di chi la sa lunga mi ha detto: «E vabbé sarai diventata una violinista come papà, o una pianista come mamma!»
Io ho preferito risponderle solo con un cenno della testa a metà tra il sì e il no e lei mi ha chiesto qualche biglietto per il San Carlo: «É da tanto che non ci vado, e per te sarà facilissimo recuperarlo, lavori là, no?»
Aveva fatto tutto da sola: nella mente della mia maestra, la mia vita aveva preso una piega completamente diversa da quella che era nella realtà: il mio destino, nel cervello di quella donna miracolata era un destino felice, senza fatiche e nessuna delusione. Le avrei voluto dire tutta la verità, aprirle il mio cuore con sincerità, raccontarle ogni cosa: «Cara maestra, non è così! Io vivo di espedienti nel campo della comunicazione! Non ho un lavoro fisso, neanche un fidanzato. Scopo con uno che non mi vuole veramente da tre anni e spero ogni giorno che il Signore non mi faccia pentire di non aver voluto figli!»
Ma non me la sono sentita di espormi al suo giudizio e ho guardato l’orologio facendole capire che ero in ritardo. Lei mi ha sorriso, con uno di quei suoi soliti sorrisi, un po’ menefreghisti. Ma pareva pure un po’ delusa; chissà, forse sperava che le dedicassi il pomeriggio intero, che le raccontassi qualcosa di più di me e della mia vita, o solo che le dicessi qualcosa di più intimo e osando mi ha soffiato nell’orecchio: «E l’amore? A che punto sta l’amore?»
L’amore! A che punto sta cosa? E che ne so io a che punto sta l’amore, ho urlato in silenzio sperando che un fulmine la colpisse in quel preciso momento e la disintegrasse. L’amore sta, sì, forse sta al punto che dovrei mollare il mio amichetto più giovane di me di sette anni (bello, palestrato e con un pisello così) che abita ancora con sua madre e sposarmi con l’avvocato del piano di sotto che mi sbava dietro da una vita. Oppure rassegnarmi a una vita casta e dedita allo sport, va! Ma anche questa volta ho preferito star zitta e le ho semplicemente detto: «A che punto sta l’amore? Beh, a un buon punto! Sono felice, sono innamorata di un uomo fantastico e… sono incinta! E ora devo andare, perché lui non lo sa e io muoio dalla voglia di dirglielo, ora, subito».
Così mi sono alzata. Lei mi ha seguita a fatica e ci siamo dirette al parcheggio dei tassì proprio di fronte a noi. Di uno ho aperto la portiera e ho aspettato che entrasse. E a quel punto, con la bocca semispalancata la mia maestra mi ha detto che avevo fatto proprio bene a scegliere il mestiere dell’artista perché si vedeva da quando ero bambina che c’ero portata. Da come disegnavo, da come tenevo il ritmo nei coretti, dai bei temi che scrivevo. L’ho aiutata allora a infilare anche la gamba sinistra nella macchina, l’ho baciata mantenendomi in leggera apnea per non scontrarmi di nuovo col suo alito, ho chiuso lo sportello sbattendolo un po’ e l’ho lasciata là, in quel tassì ancora fermo in mezzo alla strada, con l’aria incantata di chi sta cercando di ricostruire, a fatica, una scheggia della propria vita: «Quella era la classe di Contini la figlia del fruttivendolo: avevano la campagna a Capodimonte e il banco nel mercatino rionale. E di Barella della pensione di San Martino che ora non c’è più, e chissà perché! Magari sono falliti o i figli non hanno voluto più continuare il lavoro della madre… ah i figli! È sempre colpa loro! Meno male che ci sono anche i bravi come la figlia della Marchese, la portinaia di via Bonito. Che meraviglia quella bambina e che peccato che c’avesse il soffio al cuore, speriamo che campa ancora. Ah, e poi… sì, la Severino, la figlia della camiciaia, la Pantone, i commercianti. Ma la più brava era la Vitelli la figlia della dottoressa. Oltre naturalmente alla Maestrale, coi genitori musicisti. Ah, Arianna, e chi l’avrebbe mai detto: era così grassa da bambina. Ora è una bella donna, con delle tette ancora belle piene! E poi fa la musicista! Da non crederci, stonata com’era, come avrà fatto non lo so. E meno male che non canta! E comunque meglio questo che stare ancora a rincorrere qualche sogno, magari quello di fare la giornalista, che so, o la scrittrice… e poi ha trovato uno che se l’è presa, anche questo c’ha la sua importanza».

Pubblicato nell’antologia ”Italiane”. Lineadaria, 2010








pubblicato da s.gaudino nella rubrica racconti il 13 dicembre 2011