Radiografia di un sentimento

Silvana Farina



Dovrei iniziare scrivendo che Morte di un uomo felice di Giorgio Fontana ha vinto e meritato il premio Campiello 2014 e magari srotolare la lunga lista di denunce contro la grande industria editoriale italiana. Il contesto storico in cui viviamo, tuttavia, induce a soffermarsi sul perché una piccola casa editrice (Sellerio) che ha scommesso sul romanzo di un giovane autore ha potuto finalmente riscattarsi. Deve esistere un profondo senso etico nella nostra giovane generazione, una forte consapevolezza del cuore marcio che pompa sotto questo stivale e del fatto che non bastano tutte le rose del bel paese a coprire un abisso nero e profondissimo. Benedetta Tobagi ha fatto una riflessione importante: «Che questo libro delicato, tagliente e doloroso sia stato scritto da un narratore italiano nato nel 1981, lo stesso anno in cui il suo protagonista viene assassinato, è per me fonte di consolazione. E di speranza». Non ci stupiamo, quindi, che il romanzo di Fontana possa farci riflettere con grande tormento sulla giustizia non come mero, quasi astratto, concetto (codici, processi, burocrazia), ma come sentimento, con tutto il suo carico di solitudine: un sentimento primordiale, volendo citare Coetzee (Aspettando i barbari) un’innata «memoria della giustizia» che ognuno di noi possiede.

“Pensava che fra i doveri di un magistrato ci fosse, in modo ben poco ortodosso, anche quello di gestire una perdita. Era in qualche modo un parassita della sofferenza: senza delitti non ci sarebbero state pene, e dunque nemmeno magistrati: gli sembrava giusto restituire al mondo qualcos’altro ancora- il semplice terso frutto della propria comprensione.”

Sin dalle prime pagine l’autore con piglio lucido e calibrato inquadra molto bene il suo protagonista Giacomo Colnaghi, un magistrato cattolico che indaga sulle attività di una nuova banda armata responsabile dell’assassinio di un politico democristiano. L’ambientazione è quella milanese, estate 1981, nella fase più tarda e feroce della stagione terroristica italiana: una città descritta magistralmente nella sua impietosa bellezza e restituitaci nei dettagli delle sue vie, palazzi, periferie. Colnaghi indaga su tutte le varie formazioni di quegli anni dalle Br e Prima linea a tutte le altre organizzazioni che si erano sovrapposte. «Che anno assurdo» ripete fra sé e sé il nostro protagonista mentre cerca di individuare tutte le connessioni delle vicende di quegli anni: a marzo erano stati assolti tutti gli imputati per la strage di piazza Fontana e solo l’anno prima c’erano stati gli ottantacinque morti della strage della stazione di Bologna. Ma una cosa più di tutte ha scosso la sua vita, l’omicidio di Guido Galli il cui insegnamento è alla base del suo pensiero cattolico: «Bisogna sempre trattare anche il peggio criminale come un essere umano». È proprio durante questo episodio che il suo dolore così intimo irrompe, ma è pure un momento in cui grazie alle parole del collega Generoso Petrella (“Ricordate, aveva detto, noi non dobbiamo essere gli uomini dell’ira”) capisce che proprio quando tutto crolla non bisogna cedere alla rabbia, «un dovere difficile eppure un valido motivo per continuare a vivere». Giacomo Colnaghi inizia così a sviluppare una profonda empatia che culminerà nel dialogo con il terrorista Gianni Meraviglia. Sono pagine in cui si ha la possibilità non solo di conoscere l’afflizione interiore di un magistrato, ma di fare i conti con anni terribili, sangue innocente su cui è complesso fare chiarezza. Giorgio Fontana attraversa con il suo romanzo uno dei capitoli più vergognosi dell’Italia.

Lavata –
non ancora, non abbastanza
è lavata la città.
Corre il sangue, corre
verso le chiaviche
flagellato dagli idranti,
incalzato dalle spazzole.
Ecco, non c’è più sangue
in vista,
è disceso tra le griglie
tutto, dentro gli scarichi
pretto o mischiato
con acqua e con fanghiglia
tutto, tutto verso le tenebre.

(Mario Luzi da Belfastina, in Frasi e incisi di un canto salutare)

Giacomo Colnaghi è un uomo inquieto: l’enorme groviglio di fatti e morti innocenti lo tormentano e pretendono un nome, una condanna, un risarcimento, l’espressione di una giustizia umana, secondo Colnaghi sempre insufficiente. Una giustizia che i più considerano fallimentare: carte, anni d’attesa, soldi da spendere, processi irrisolti. Di qui la necessità di mettere a confronto la sua ricerca religiosa con problematiche civili in una prospettiva che rimanda sempre all’assoluto della fede, ma anche al bisogno di verifica storica e terrena. All’ansia di verità e giustizia corrisponde una religiosità problematica e combattiva. La sua è una fede intima e tragica sconvolta da un vuoto che le preghiere non sempre colmano, quello spazio lasciato al libero arbitrio di fronte a cui nemmeno Dio può nulla, ma che va redento in qualche modo (COME SI FA A «PORGERE L’ALTRA GUANCIA » QUI? COME SI FA? - scrive Giacomo in preda ai suoi pensieri). In una duplice prospettiva in cui non può esserci solo il perdono o la condanna, l’uomo deve fare i conti con i propri limiti, duri confini a volte invalicabili e incorreggibili verso i quali Colnaghi (che esamina continuamente il rapporto apparentemente contraddittorio tra errore ed eccezione) non propone una bonaria indulgenza ma una problematica comprensione.

A che pagina della storia, a che limite della sofferenza –

(Mario Luzi, da Al fuoco della controversia)

Il protagonista cerca di resistere facendo leva sulla ragione all’urto devastante della sventura e del dolore, un dolore aritmetico, monumentale, freddo: “Ma per quanto vasti fossero i poteri a disposizione di un uomo per rimettere un torto, non erano mai davvero all’altezza del dolore”. Egli tiene vivo dentro di sé come monito di coraggio il ricordo di suo padre, partigiano ripudiato dalla famiglia (pienamente riuscito è l’incastro tra le due storie, i due piani temporali) e rivendica il bisogno di essere ascoltato (“Più invecchiava, più coltivava l’idea che ascoltare un uomo significa cominciare a salvarlo”), la necessità di confrontarsi con qualcuno a cui mostrare cos’è diventato. Troverà forse la prima vera occasione di farlo con il suo amico Doni, ma solo nelle pagine finali del testo.
Fontana ha costruito un personaggio profondamente reale: ansioso di non riuscire a dare tutto l’amore di cui si sente responsabile, come nei confronti di quel figlio troppo fragile verso il quale avverte un profondo senso di colpa; attanagliato da un problema di coscienza, ossessionato da numerosi dubbi, lui che da giovane aveva interpretato la legge come un argine invalicabile al potere del più forte.
Dunque, probabilmente, questo è un romanzo esistenziale più che un romanzo storico, come lo ha definito l’autore stesso, che ripropone la disperata necessità di riparlare del bene, o (utilizzando un’espressione di Moresco) di «reinventare l’amore». Ci impone di ripensare al concetto di resilienza (nel suo ultimo libro Benedetta Tobagi scrive: «Il tempo è diverso per i sopravvissuti. [...] Il tempo della distruzione è per sempre adesso, il resto è dopo») e di riconsiderare la storia di un’intera generazione: «Stiamo crescendo figli pieni di rancore, si disse. Stiamo crescendo orfani che avranno bisogno di nuovi padri, e io non posso fare nulla». E c’è un capitolo che più di tutti offre una visione chiarificatrice per il protagonista, l’undicesimo: Giacomo Colaghi ha la possibilità di parlare con una professoressa di teologia Maria Chiara Borghi che propone una sua lettura dell’antico testamento nato dalla stessa ispirazione del nuovo. Attraverso l’idea che la giustizia è misericordia si fortifica nella mente di Colnaghi l’idea che la grazia divina è un elemento del diritto: «la giustizia divina vuole ristabilire un ordine nuovo, dona amore ed esige amore». Così inizia un dialogo intenso in cui ci si interroga sulla colpa, la pietà e il ruolo della giustizia. Il dialogo si chiude emblematicamente con le parole di un poeta gallese Dylan Thomas: «e tutte le tue azioni e le tue parole, ogni verità, ogni bugia, muoiono nell’amore che non giudica».

“Facciamo molti errori, signor Colnaghi, e dunque ci serve un orizzonte per contenerli e redimerli. Pensi a tutte le cose che lei chiama giuste. Può essere giusta soltanto una sentenza? Una norma?”

Bisogna essere pazienti con il romanzo di Fontana: l’autore ha una notevole capacità descrittiva (curata anche nella punteggiatura) che però finisce per sottrarre qualcosa alla narrazione, a volte rigida e fredda. La sua abilità sta nell’aver saputo realizzare con estrema semplicità una radiografia del sentimento di giustizia: in modo chiaro e netto possiamo vederne l’impalcatura, la crescita e le perdite come in un corpo duro drammaticamente reale. Si tratta di un romanzo ambizioso certo, ma che non pretende nulla dai suoi lettori, non costringe loro a seguirlo nella lettura. Morte di un uomo felice ci chiede di curare alcune ferite, di tornare a riflettere su fasi storiche fondamentali, sugli anni delle stragi impunite, come sulla Resistenza, proprio in un momento critico per l’Italia. In un sapiente intreccio tra ricerca storica e fiction Fontana inevitabilmente ci porta a ragionare sullo Stato, su una parte del sistema-giustizia nella sua complessità reale: processi per omicidi che trovano solo oggi (pensiamo al caso Rostagno) o che ancora aspettano nella più amara ingiustizia e nel più cupo dolore (non ultimo il caso Cucchi) una degna risoluzione.

Muore ignominiosamente la repubblica.
Ignominiosamente la spiano
i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.
Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli.
Tutto accade ignominiosamente, tutto
meno la morte medesima – cerco di farmi intendere
dinanzi a non so che tribunale
di che sognata equità. E l’udienza è tolta.

(Mario Luzi, Muore ignominiosamente la repubblica, in Al fuoco della controversia)








pubblicato da s.baratto nella rubrica libri il 8 novembre 2014