Per Shabtai # 2

Aviva Lori



Concludiamo il ritratto dello scrittore israeliano Yaakov Shabtai, sintetizzando la seconda parte dell’articolo scritto dalla giornalista Aviva Lori e apparso su «Haaretz» per il trentesimo anniversario della pubblicazione di Inventario, il romanzo capolavoro di questo alchimista della lingua ebraica. La prima parte del nostro riassunto si trova qui.

***

Barukh Harpaz conosceva Shabtai sin dall’infanzia. Dopo la sua morte ricevette una telefonata dal regista Avraham Heffner: «Avreymale mi ha telefonato e mi ha chiesto: “Senti, senti, questo Yaakov Shabtai che ha scritto Inventario è lo stesso Yankele che conosco io, quello della TV?”. Sapeva chi fosse ma non ne era sicuro, perché quel Yankele che conosceva lui era un uomo divertente e pieno di joie de vivre, e quello del libro, invece, era un uomo piegato e infelice e cupo». A detta degli amici e di chiunque lo abbia conosciuto, Shabtai era un uomo di estremi: il più simpatico e il più rabbioso, il più amico e il più nemico, innamorato e il contrario, facile all’entusiasmo come alla noia. Impossibile descriverlo a parole.

Nato a Tel Aviv, nel 1934, da una famiglia di origini polacche, questo charmeur professionista aveva la leggerezza di vita propria di un bambino amato. Il padre lavorava per la più importante ditta edile del paese, mentre la madre faceva la casalinga e crebbe i tre figli in condizioni di ristrettezze economiche. Yaakov era il primogenito nonché il suo preferito, seguito da Aharon, il poeta e traduttore, e da Yoel, un pianista di talento, vissuto per molti anni in Francia, che ha ispirato il personaggio di Israel in Inventario. Se la madre e la nonna riversarono su di lui un amore senza limiti, non si può dire altrettanto del padre: un uomo difficile con cui lo scrittore non ebbe mai buoni rapporti e che nella sua vita costituì sempre una presenza cupa, confluita nella caratterizzazione del padre di Goldman in Inventario.

Durante l’infanzia e l’adolescenza, Shabtai visse e respirò Tel Aviv: asilo, scuola primaria, superiori, la sede del movimento giovanile Hashomer hatzair – tutto il suo universo era racchiuso tra il mare e King George. Sempre circondato da amici, già allora era una star, affascinante e bellissimo, oggetto di invidia e ammirazione. Aveva una capacità di espressione fuori dal comune e la certezza di fare colpo su chiunque, soprattutto sulle ragazze. Era uno studente brillante e uno sportivo eccezionale, il prototipo del sabra: un bel ragazzo col ciuffo la cui fotografia, per ironia del destino, nel 1981 fu usata sui manifesti del movimento di destra Techiyah, prima che la famiglia ottenesse di farla sfuocare.

A tredici anni era il più alto di tutti e già si faceva la barba, cosa che non poteva non impressionare i compagni a cui non era ancora spuntata nemmeno un’ombra di lanugine. Ma durante gli ultimi due anni di liceo le cose cambiarono. «All’improvviso spiccava di meno», racconta l’amico Gady Meiri. «Lo avevamo raggiunto: adesso anche noi eravamo alti, avevamo la ragazza e non eravamo dei fessi. La sua vista peggiorò costringendolo a mettere gli occhiali, e questo lo infastidì molto. Anche la sua abilità sportiva diminuì. Poi cominciò a perdere i capelli, e non se ne fece mai una ragione. In Inventario racconta delle lozioni contro la calvizie che si compra Tzezar. Sono certo che anche [Yankele] abbia provato di tutto. In lui tutto cominciò presto. Anche la malattia di cuore. E anche la morte».

Le prime avvisaglie di questa morte giunsero nel ’71, quando Shabtai fu colpito dal primo infarto all’età di trentasette anni. I medici dissero che poteva vivere ancora a lungo: suo nonno, in fondo, era morto dopo i settant’anni malgrado l’attacco di cuore avuto quando ne aveva quarantadue. Tuttavia, secondo la vedova Edna Shabtai, «Yankele sapeva che il suo tempo era scaduto, che sul collo aveva la lama della falce e il freddo tocco della morte. Capiva che la clessidra si stava svuotando rapidamente, e in lui c’era un grandissimo senso di urgenza». La sensazione della morte lo spinse a spremere il massimo in ogni ambito. Scrisse Inventario e subito dopo cominciò In fine, il romanzo rimasto incompiuto, che ha come protagonista un uomo di Tel Aviv permeato dalla sensazione del proprio annientamento e dal ricordo del tradimento della moglie.

In fine uscì postumo grazie all’editing di Edna e Miron. Come sempre, Shabtai aveva prodotto le bozze in un’infinità di varianti, lasciando cumuli e cumuli di fogli a partire dai quali fu necessario fare delle scelte. Menachem Peri, il responsabile della casa editrice che pubblicò sia Inventario sia In fine, ipotizza che oggi si potrebbe forse progettare un software speciale per identificare la versione che Shabtai avrebbe preferito. Ma allora, quando tutto si faceva a mano, lavorare sui suoi manoscritti era un incubo. «Se avesse potuto aggiungere anche solo un’altra virgola», ricorda Edna, «sarebbe stato tutto molto più perfetto. Sasha Argov diceva che la perfezione era il punto di partenza per Yankele».

Yaakov conobbe Edna a Merchavia, il kibbutz dove lei viveva e dove lui fu mandato dalla scuola per un campo di lavoro. All’epoca frequentavano ancora il liceo, e aspettarono di finire gli studi e il servizio militare prima di sposarsi e stabilirsi proprio a Merchavia. Di fatto la carriera letteraria di Shabtai cominciò qui, come paroliere. Edna faceva parte del comitato della cultura e un giorno invitò il duo Hadudaim per un’esibizione. La conoscenza con i componenti del duo, Benny Amdursky e Israel Gurion, si trasformò in amicizia, e i due chiesero a Shabtai di comporre i testi delle loro canzoni. Lui scrisse Habachurim kvar ayefim (I ragazzi sono già stanchi), e loro fecero il suo nome all’attore-cantante Arik Lavi.In seguito alla collaborazione con Lavi, per il quale Shabtai scrisse tra l’altro Ahuvati sheli livnat tzavar (Mia amata dal collo bianco) e Haghevirah bechum (La signora in marrone), si sparse la voce che a Merchavia c’era un giovane capace di comporre canzoni.

Raggiunta la soglia dei trent’anni, Shabtai cominciò a scrivere anche pièces teatrali e a prendere sul serio la scrittura. «Nel ’63 ero alla mia seconda gravidanza», racconta Edna, «e lui andava a mettere a letto Chamutal nella casa dei bambini e, prima che si addormentassero, gli raccontava delle storie. Fu così che nacque Le avventure di Rospocchio». Shabtai presentò questa pièce al comitato per la cultura e per l’arte del kibbutz, insieme a Mitokh parashat chayav shel Hans Weldmer (Dalla storia della vita di Hans Weldmer), un altro lavoro che aveva scritto sugli indennizzi pagati dalla Germania. Ottenne due premi, ma i soldi che ricevette andarono per la maggior parte al kibbutz. Con quelli rimasti comprò una macchina da scrivere e sei mesi di ferie per lavorarci. Ormai era giunto il momento di lasciare Merchavia.

Shabtai se ne andò per primo. Tornò a Tel Aviv e, prima che Edna lo raggiungesse con le figlie, per un periodo abitò nell’appartamento di Eldar Sharon, l’amico architetto che figura come Tzezar in Inventario. La città che trovò al suo ritorno era però diversa da quella che aveva lasciato. Dopo la guerra dei Sei giorni, Tel Aviv viveva l’apice del suo decadentismo, era una città inondata da ogni manifestazione di creatività, di cui la generazione di Shabtai era promotrice in ogni ambito. Ma più ancora della città era lo stesso Shabtai a essere cambiato. Con il ritorno a Tel Aviv, oltre alle pièces cominciò a scrivere i suoi racconti, a tradurre e a pubblicare sulle pagine letterarie. In altre parole, cominciò a essere uno scrittore.

A Tel Aviv ritrovò i vecchi amici e ne incontrò di nuovi, e divenne un pilastro della bohème cittadina. Al mattino lavorava, mentre il resto del giorno si divideva tra gli amici, il teatro, i caffè e, naturalmente, il mare. Le parole fluivano da lui in racconti, opere teatrali e Inventario, pezzi del quale nel frattempo cominciavano ad apparire sulle pagine letterarie di «Haaretz», sulla rivista di Peri «Siman Keriyah» e su «Chotam», l’inserto settimanale di «Al Hamishmar». Peri fu il primo a ricevere il manoscritto completo del romanzo, che all’epoca si intitolava Il corvo di rame: disse a Shabtai che la sua era una piccola casa editrice e che il libro meritava di raggiungere un pubblico più vasto, perciò gli consigliò di rivolgersi a Am Oved, la cui collana Sifriyah laam aveva 20.000 abbonati. Il caporedattore di Am Oved Avraham Yavin esaminò le bozze e pretese di modificare lo stile del libro, suddividendolo in più paragrafi. Secondo Yavin, questa scelta era dettata dal fatto che doveva offrire qualcosa di leggibile ai suoi abbonati. Se il libro fosse rimasto com’era, ovvero sotto forma di un unico lunghissimo paragrafo, lo avrebbe pubblicato ma in un’altra collana. Shabtai non accettò e Inventario se lo aggiudicò Menachem Peri, il quale dovette però attendere altri due anni prima che il manoscritto fosse completato.

«A quei tempi non facevamo considerazioni di tipo economico», ricorda Peri, che non pensava di rischiare lanciandosi in questa impresa. «Era un’altra editoria. Il nostro pubblico era la comunità letteraria. Eravamo elitisti, lontani da qualsiasi pensiero commerciale. Il successo di Inventario fu una grande sorpresa per noi». Tuttavia, questo successo – ad oggi quantificabile in 60.000 copie vendute in Israele – fu lento ad arrivare. Le prime recensioni furono stroncature, e solo a distanza di qualche mese apparvero i primi segni di apprezzamento, tra cui la recensione di «Haaretz» che definiva Inventario «un libro avvincente, una celebrazione dell’agonia e del disfacimento». Ciò contribuì a migliorare l’umore di Shabtai, ma il valore della sua opera – «un gigantesco riassunto letterario della cultura del movimento laburista e del suo declino, […] un enorme conseguimento frutto della profonda identificazione di Shabtai con quelle persone in declino», per citare le parole del critico letterario Nissim Calderon – emerse appieno solo dopo la sua morte.

La gioia per la pubblicazione di Inventario fu compromessa dalla vittoria del Likud alle elezioni del 17 maggio 1977, lo stesso giorno in cui Shabtai aveva completato il manoscritto dopo sei anni di lavoro. Secondo il racconto di Edna, «era sotto shock. Non sapeva se piangere o gioire». Come uomo di sinistra, cresciuto in una casa fedele al Mapai, l’ascesa di Begin e del Likud fu un duro colpo per lui. Era molto preoccupato per la situazione politica e le sue sfuriate in merito erano proverbiali. L’attore Oded Kotler sorride ancora nel rivederlo mentre scaglia una sedia contro il televisore, quando sullo schermo appariva il rappresentante di qualche schieramento politico che odiava: «La sua ira era divertente, come se stesse interpretando un ruolo». Harpaz, invece, è certo che Shabtai non avrebbe potuto sopportare i successivi sviluppi: «Si sarebbe talmente arrabbiato che il suo cuore non avrebbe retto. L’occupazione l’avrebbe fatto impazzire, la seconda guerra del Libano l’avrebbe ucciso».

Intanto Shabtai aveva cominciato a lavorare a In fine, e contemporaneamente scriveva per la televisione e per il teatro. Aveva anche conosciuto Dalia Gutman, una produttrice radiofonica con cui inizialmente allacciò un’amicizia sul piano professionale che col tempo si trasformò in una relazione. La moglie era a conoscenza della cosa, anche perché non fu presa alcuna precauzione per tenerla all’oscuro. Edna semplicemente la considerava insignificante, e forse aveva ragione visto che Shabtai non abbandonò mai la famiglia. La relazione con Dalia andò avanti per circa dieci anni, malgrado i tentativi reali e dolorosi di separarsi. Questi tentativi non solo fallirono, ma Dalia rimase incinta e nell’inverno dell’81 partorì Noa. Harpaz ricorda l’angoscia dell’amico durante il suo ultimo anno di vita: «[Yankele] sentiva che c’era un elemento di destino in quel legame, ed era molto molto sotto pressione. Voleva e non voleva allo stesso tempo, non sapendo come si sarebbero sistemate le cose dopo la nascita del bambino o della bambina, quando si sarebbe aggiunta un’altra famiglia. A volte dico che fuggì nella malattia, ma è semplicistico perché la sua era una cardiopatia ereditaria. Diceva sempre che “il vulcano emette rumori dall’interno, preannunciando la calamità”».

Yaakov Shabtai morì il 4 agosto del 1981, nel cuore della notte, sul marciapiede sotto casa. A nulla servirono i tentativi di rianimarlo alla luce dei fari dell’ambulanza. Heffner racconta così il giorno in cui fu sepolto: «Tutto il mio mondo era al suo funerale. Un gruppo ben definito di persone, che oggi sta scomparendo. […] La gente se ne stava lì come se tutto stesse crollando, come se in noi si fosse rotto qualcosa. E in quel momento, davanti alla tomba di Yankele, vedemmo la tomba di qualcuno che era morto qualche giorno prima, un uomo di nome Goldman».

Traduzione dall’ebraico e sintesi a cura di Federica Giardini e Ulpàn: scuola di lingua ebraica

Due parole sulla scuola di lingua ebraica:

Nasce negli anni Settanta per insegnare l’ebraico a chiunque voglia accostarsi a questa lingua, oggi offre corsi di lingua corrente e corsi di grammatica e lettura testi. Tutti i docenti sono di madrelingua ebraica. Il corso di grammatica e lettura testi, in particolare, porta gli studenti ad affrontare in modo autonomo qualsiasi testo scritto in ebraico, comprese le opere di Shabtai e articoli come quello di cui avete appena letto il riassunto.








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 27 settembre 2012