La ferocia

Teo Lorini



Si apre con un notturno La ferocia , l’ultimo romanzo di Nicola Lagioia. Il nastro d’asfalto della statale, una stazione di servizio, uccelli, grilli, falene, un gatto randagio e una ragazza. Nuda, pesta e barcollante. È Clara, la figlia di Vittorio Salvemini, capo di un impero immobiliare cresciuto senza sosta né scrupoli a partire dagli anni’70. La prima parte (ma sarebbe più giusto chiamarlo primo movimento) di La ferocia ripercorre appunto, in fluido montaggio tra presente e passato, la scalata verso il successo della famiglia Salvemini e le dinamiche che attraversano i complessi legami tra i suoi membri. Non siamo lontani, come si vede, dalle coordinate (in primis antropologiche) di Riportando tutto a casa (2009): l’ascesa di un’imprenditoria rapace e corrotta che fagocita e travolge tutto, producendo un panorama di cieca devastazione che è evidente metafora del paesaggio italiano contemporaneo. Ma se nel romanzo precedente ad accompagnarci in questo percorso era la voce narrante di un protagonista che con il narratore pugliese aveva molto in comune, qui Lagioia sceglie di ampliare la prospettiva, affidandosi a una coralità di personaggi e, quindi, di ambienti.
Dal Bildungsroman di Riportando tutto a casa, si passa a un affresco dove predomina il nero, anzi il noir, la categoria evocata più frequentemente nelle recensioni di La ferocia .
E non a torto.
Dopo il primo grande tratto, in cui si dispongono sulla scacchiera i personaggi principali e i numerosi comprimari, il romanzo prende a dipanarsi come un’indagine che faccia luce sulla misteriosa morte di Clara, ripercorrendo le tappe della sua vita, a cominciare dal rapporto esclusivo che negli anni si è creato fra lei e Michele, il fratello più fragile e di tutta la stirpe, il più debole e, quindi, il meno Salvemini di tutti, sempre sull’orlo di un tracollo psichico che gli altri faticano a comprendere. Le ragioni di tale irriducibile distanza si precisano nel capitolo che chiude la prima parte, un pezzo di bravura cristallina e rara, le pagine più belle di un romanzo cui, sino a quel momento, si possono rimproverare solo i passaggi in cui Lagioia pare innamorarsi del suo talento al punto da avventurarsi in similitudini gravide, direbbe qualcuno, di goffaggine ambiziosa: “Dalle fessure della serranda il caldo entrava come i cristalli di un caleidoscopio che si tuffino nell’acqua”.

I problemi iniziano con la seconda parte, già dal titolo (“Divenni pazzo, con lunghi intervalli di orribile sanità mentale”) incentrata sul personaggio di Michele. È qui che, accanto alla ricostruzione dell’infanzia e dell’adolescenza di questo fratello instabile e dolente, e del legame che Clara ha costruito con lui, La ferocia dissemina i primi indizi sul meccanismo che ha portato alla morte di Clara, vira più decisamente verso il genere giallo e al contempo lascia trapelare per la prima volta i propri difetti. Le pagine si fanno faticose: non tanto perché la descrizione della sofferenza e dell’insorgere dell’alienazione di Michele, sia riuscita solo in parte. Con questo tema, peraltro, Lagioia si era già cimentato – e con ottimi esiti – nel precedente Riportando tutto a casa (lì però era il protagonista a descrivere il disagio del personaggio di Giuseppe, raccontandolo una prospettiva del tutto esterna). L’impasse di questa seconda parte è casomai una perdita di urgenza nella scrittura: i paragrafi scorrono molto più faticosamente rispetto al maestoso esordio, generando troppo spesso nel lettore l’impressione di uno svolgimento meccanico, destinato unicamente a traghettare il romanzo e colui che ne è diventato protagonista verso un punto fissato. La sequenza si conclude infatti con Michele che perde la propria gatta, l’ultimo motivo di indugio tra le mura di villa Salvemini e che “alle sei e quarantacinque di un mattino di metà giugno, trentadue giorni dopo essere tornato a Bari, si avviò a piedi verso una città che non vedeva da dieci anni”.
È in quella Bari, torrida e torbida come da stereotipo, che si dipanerà la sua quête sul destino della sorella. L’ultima parte del romanzo conduce il lettore in un’inchiesta con tutti i crismi del genere: indizi da scoprire, fili da riconnettere, testimonianze da confrontare. E purtroppo i difetti intravisti in precedenza, si consolidano. Verrebbe da dire che l’errore di Lagioia sia stato quello di regredire volontariamente verso un tipo di narrativa – quella d’indagine appunto – più facile e appetibile per il pubblico. E però non necessariamente facile per lui.
Imbrigliato in passaggi e snodi obbligati, il suo talento di romanziere sembra perdere brio e ardimento, e su molte sequenze (le pagine sullo stormo di pivieri, per citarne solo una) domina una sensazione di malcelata artificiosità, la stessa che investe diversi personaggi (il giornalista Sangirardi, la escort Bianca, i due geometri agli ordini del vecchio Salvemini ecc…) i quali non acquistano mai profondità, ma restano mere funzioni narrative, utili quasi solo allo sviluppo dell’inchiesta. La fedeltà al genere finisce così per indebolire anche il quadro d’insieme. I moventi di Clara, ad esempio. Il moto convulso e patologico con cui la bellissima figlia dell’immobiliarista passava da una relazione all’altra era parte del suo magnetismo, quando Lagioia si dilunga a spiegarlo, riconducendolo a cause più o meno obbligate (persino con alcuni spiacevoli scivoloni moralistici: “avrebbero potuto violentarla […] per lei non sarebbe stato diverso da quello che era successo nella camera d’albergo mezz’ora prima”) finisce per togliere mistero e carisma a un personaggio femminile che sino a quel momento stava degnamente alla pari della fascinosa Rachele di Riportando tutto a casa.

La ferocia è dunque da una parte la conferma di un talento che una volta di più lascia intravedere le sue vaste potenzialità. Dall’altra però, proprio laddove doveva costituire lo scarto nella produzione di Lagioia, risulta un romanzo riuscito solo in parte. Una promessa, almeno per ora, mancata.








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 28 ottobre 2014