La parabola di un poeta minimalista

Silvio Bernelli



La sera del 23 marzo 1998 sul palco dello Shrine Auditorium di Los Angeles va in scena la premiazione degli Oscar, uno degli eventi televisivi più seguiti nel mondo. Tra la parata di star protagoniste ci sono anche Jack Lemmon e Walter Matthau. La coppia-regina della commedia al vetriolo di tanti film di Billy Wilder, ormai in là con gli anni, è all’ultima, grande apparizione pubblica. Il loro compito è passare idealmente il testimone a una nuova coppia di attori, Matt Damon e Ben Affleck. Le due star in erba salgono sul palco per ritirare da Lemmon e Matthau il premio per la Miglior Sceneggiatura Originale del film che hanno scritto e interpretato: Good Will Hunting (In Italia: Genio Ribelle). Alla regia Gus Van Sant, autore di Belli & Dannati e, anni più tardi, Elephant, Milk e del biografico Last Days, il film che stende sulle ultime ore di Kurt Cobain un velo di finzione assai trasparente.
Good Will Hunting racconta di un genio della matematica (Matt Damon) che non vuole, non sa liberarsi degli amici poveri e ignoranti (Ben Affleck è tra questi) con i quali è cresciuto nei sobborghi di Boston. Alla fine, dopo innumerevoli tormenti e ostacoli, il genio lascia la sua città e la vita di una volta e parte verso un futuro tutto nuovo.
I due futuri beniamini dei botteghini cinematografici salgono sul palco raggianti a ritirare il premio dopo che Lemmon ha gridato i loro nomi al termine della formula di rito “And the winner is..”. Damon e Affleck sono giovani, carichi, emozionatissimi. Si lasciano andare a una lunga gag, snocciolando una lista senza fine di ringraziamenti alle persone coinvolte nella lavorazione del film e non solo: il regista Gus Van Sant, ovviamente; Robin Williams, che proprio con Good Will Hunting si aggiudica la statuetta come Miglior Attore Non Protagonista; l’attrice Minnie Driver e poi addetti alla produzione, l’ufficio stampa, tecnici, fratelli, compagni di stanza, mamme, papà, i produttori della Miramax, agenti cinematografici, l’attore Cuba Gooding Jr., i vecchi amici di Boston. “E se anche ci siamo dimenticati di qualcuno, ti amiamo lo stesso!” grida alla fine Matt Damon alzando al cielo la statuetta. E fa davvero strano che uno dei collaboratori del film non menzionati da Damon e Affleck sia il timido rocker Elliott Smith che quella stessa sera si esibisce allo Shrine Auditorium. Miss Misery, la sua ballata carezzevole e scarna inserita nella colonna sonora di Good Will Hunting, è candidata all’Oscar per la Miglior Canzone.

Alla porta a fianco c’è il lampo della televisione
Fotogrammi blu su un muro
È una commedia degli errori, lo capisci
È come crollare
Svanire nell’oblio
È facile da fare
Io provo ad essere me, ma tu mi conosci
Torno quando vuoi che io torni
Ti manco come dici, Miss Disagio?

La canzone è poco adatta agli standard di Hollywood e ancora meno se confrontata a quelle di altri artisti presenti alla cerimonia, come la superstar Madonna e le regine del pop Céline Dion e Trisha Yearwood.
Elliott Smith sembra aver poco da spartire con i lustrini e la scenografia della premiazione degli Oscar trasmessa in mondovisione davanti a un miliardo di telespettatori. Non sorride al pubblico, non ammicca alla telecamera e per la prima parte dell’esecuzione neanche solleva lo sguardo da terra. Si accontenta di cantare educatamente la sua ballata infelice, chitarra a tracolla, imprigionato in un completo dal biancore accecante. Camicia e cravatta scure. Scarpe in pelle lucida con le stringhe. I capelli unti e maltagliati sembrano un omaggio allo stile grunge primi anni ’90. Sulla guancia c’è una ruga da stravizi. L’orecchino pare più un simbolo di vecchie battaglie che non il tocco alternativo consigliato da uno stilista di tendenza.
Elliott Smith non c’entra nulla con i bravi ragazzi Ben Affleck e Matt Damon, la coppia Lemmon & Matthau al passo d’addio, l’esercito di star del grande schermo che affolla il teatro in ogni ordine di posti.
Elliott Smith è un carneade indie che viene da un pianeta molto lontano da Hollywood. Uscito dal tumulto dei gruppi grunge della costa Nord Ovest degli Stati Uniti, Smith esordisce come solista con Roman Candle nel 1994. Il disco è una collezione di ballate acustiche composte, suonate e incise con l’ausilio di un semplice registratore a quattro tracce. Canzoni minimali, chitarra suonata con la tecnica del fingerpicking, la voce che qualche volta assomiglia a un bisbiglio: con questi pochi ingredienti Elliott Smith confeziona un disco che la critica underground etichetta come folk punk. L’artista pubblica l’anno seguente un disco intitolato semplicemente con il suo nome che si conquista una certa eco nell’underground, ma è il disco del 1997 Either/or a rivelarsi cruciale per la carriera di Smith. Either/or fa sensazione nel mondo della musica alternativa grazie alle atmosfere dolenti e ai testi malinconici. Il disco contiene la cupa Angeles e un altro paio di canzoni che arrivano alle orecchie del regista Gus Van Sant. Il regista è inserito alla perfezione nei meccanismi dello show business di Hollywood, ma è capace di creare opere fuori dagli schemi. Van Sant chiede a Smith alcuni pezzi per la colonna sonora del film che sta per girare: Good Will Hunting, appunto.
Insomma, se non fosse per la curiosità dell’eccentrico Gus Van Sant, Elliott Smith alla cerimonia degli Oscar neanche ci sarebbe. A conferma della sua alterità rispetto al contesto infatti alla fine Miss Misery non la spunta. La statuetta per la Migliore Canzone va al tormentone My Heart Will Go On del superblockbuster Titanic di James Cameron. Il pezzo che per sempre resterà incollato all’immagine di Leonardo DiCaprio e Kate Winslet abbracciati sulla prua del Titanic è quanto di più lontano da Miss Misery. In ogni caso, la Notte degli Oscar è una ribalta sensazionale che proietta verso il successo anche lo schivo Smith.
Le sue storie di solitudine urbana, alcolismo, tossicodipendenza; di un vuoto esistenziale che si rivela più sincero ad ogni ascolto, incontrano, si scontrano, si schiantano su un pubblico ben più trasversale e vasto del solito. XO, il disco uscito dopo la notte degli Oscar, finisce al numero 1 delle classifiche indipendenti americane e sfiora la top 100 di Billboard. Il successivo Figure 8 fa ancora meglio, ma sul piano dei grandi numeri Elliott Smith non sfonda, non diventa una macchina da hit. La fama planetaria conquistata sul palco dello Shrine Auditorium di Los Angeles si è dissolta in un paio d’anni. Il nome del cantautore di Portland, Oregon, è destinato a restare nell’ambito internazionale del rock di qualità.
Il 21 ottobre 2003, provato dal martirio della tossicodipendenza, al termine di un lungo flirt con l’istinto di autodistruzione, a poco più di trent’anni, Elliott Smith si uccide con una coltellata al torace. La sua scomparsa priva un’intera generazione di uno tra i migliori dei suoi cantautori, ma per la platea mondiale che l’aveva scoperto nella diretta Tv della Notte degli Oscar 1998 la morte di Elliott Smith non significa granché. Solo l’addio di un artista che era parso niente più che l’uomo sbagliato nel posto sbagliato, e che, uccidendosi, sembra dar credito all’evidenza insopportabile di quel doppio errore.
Da un lato, la singolare parabola di Elliott Smith suggerisce che all’underground (una volta tanto) diventato mainstream non sia concesso riaffermare il proprio consenso, la propria credibilità, a meno che non ci sia di mezzo una morte tragica. Dall’altro però l’incastro dei fatti regala al nostro eroe il felice destino di essere stato più apprezzato da vivo che da morto. Una fortuna che gli altri dolenti eroi suicidi dell’underground, da Ian Curtis a Vic Chesnutt, avrebbero, chissà, probabilmente sottoscritto. _








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 21 ottobre 2014