Scena Primaria

Salvatore Siddi



"La scena primaria è questa: siamo nell’ampia sala della mensa del cantiere, è la pausa di mezzogiorno.
In una delle pareti del locale-refettorio, quella dove è situata la porta principale d’entrata, vi è appeso, a mo’ di totem, di oggetto sacro, un apparecchio televisivo.
Come avviene quasi sempre all’ora dei pasti, tale feticcio infernale è acceso. Si mangia e si guarda la televisione, e qualche volta si commenta ciò che si vede.
La ricordo bene questa scena primaria: il Mediterraneo sullo schermo: si vede il mare pieno di barconi stracolmi di gente di colore. Sullo sfondo c’è anche una nave militare, verosimilmente italiana.
A questo punto, il collega che mangia a fianco a me, tra una forchettata e l’altra, dice: "Ma che ci sta a fare quella nave militare? Dove tiene i missili? Perché non li usa subito?"
"Desiderava che venisse bombardato e affondato quel barcone di disperati?", chiese il medico.
"Ha capito bene dottore".
L’autore di questa eterna e ricorrente necessità della dinamica dell’esserci è uno dei miei colleghi più gioviali e simpatici, un uomo buono. Ha la tessera di iscrizione a un sindacato progressista, è un bravo padre di famiglia e un valente lavoratore. E io gli voglio bene. Eppure, come dagli abissi del mare, caro dottore, così dal profondo del cuore dell’uomo erompono tempeste, guerre. E tu Sindacato, Autorità o Padre Nostro che sei, sembri dormire! Perdoni questa virata sulla teodicea, dottore".
"Non si preoccupi e vada avanti. Mi parli del suo lavoro".

"Il mio cantiere sta nel sottosuolo. Una voragine profonda decine di metri, larga un centinaio e lunga quasi un chilometro. Un baratro, una spaccatura inferta alla Terra, un dirupo, un incavo che è diventato una selva di muri di cemento armato e di solai. Abbiamo scavato una Torre di Babele, una sorta di Der Bau direbbe Kafka".
"Mi pare una persona colta, lei".
"Mah. In quei meandri e cunicoli sotterranei facciamo i turni: si lavora giorno e notte. Ecco l’altra scena di cui vorrei parlarle dottore.
Siamo nel ventre oscuro del cantiere. Un display, grande come il palmo di una mano, brilla nel buio del turno notturno (rima e allitterazione involontari). Il mini desktop acceso è ambivalente, voragine e fonte, risucchia e emette, zampilla pixel e sterco. Alcuni colleghi gli si stringono intorno. Mi avvicino anche io. Si ride nervosamente, si sforzano i muscoli neuronali costringendoli allo spasso virile in modo da proteggerci dalla paura ancestrale del Male e del Serpente, della Colpa.
Nel monitor dello smart-phon si vede un uomo che, inginocchiato, lecca il posteriore di un maiale (o è una scrofa?), prima di sfilarsi il membro e introdurlo nell’orifizio suino.
Numerosi video di tal fattura si avvicendano in un crescente, per me, di orrore e di noia. E si ride, si ride.
Io sorrido amaramente pensando a quando le autorità politiche e economiche inaugurarono la nuova stazione di Bologna: Stazione per l’Alta Velocità. Sono belli e commoventi i discorsi delle autorità quando fanno inaugurazioni: si credono chissà chi questi miserabili Arconti, impastati di banconote e egolatria, questi scherani di Nimrod, miserabili Elohim che credono nell’hadàm globale e interconnesso, ma facendo orecchie da mercante sullo sfruttamento, sull’irrazionale, sul Male, celebrano l’ennesima farsa del progresso.
Alta Velocità dunque.
Io mi chiedo dove si vada così veloci. E soprattutto dove ci vogliono far andare.
Intanto… Nel buio della fossa, sotto terra, in questo ziggurat infossato, lontano da sguardi indiscreti, alcuni rappresentanti della classe operaia danno fondo al loro amore per la tecnologia informatica più avanzata.
Il display è sempre attivo e rigurgita l’immagine di una donna che ha la vagina posizionata nella nuca. La penetrazione d’obbligo (subito attuata!) fa uscire, dalla bocca della femmina, il pene del maschio accoppiante.
È una femmina, in verità, per ora inusuale (vagina posizionata sulla nuca, andiamo!), ma che un futuro prospero di ingegneria genetica miracolosa, renderà possibile.
E sì, caro dottore, dal gorgo eruttante odio infuocato e nero da cui è scaturita la scena ora pennellata, abbozzata con l’inchiostro dell’inferno, ne scaturiscono sempre di più orride.
E si ride, si ride di gusto. Come ride il commensale che rigurgita umani bisogni da genocida, mentre osserva quel barcone stracolmo di negri. Lo osserva stizzito! Ce l’ha contro la nave militare che è lì nei pressi, inutilizzata". "L’altra scena".

"Ah sì ecco. È dura. Adesso vengo al motivo per cui sono qui da lei dottore".
"Non si preoccupi".
"Dalla scatola cranica, dai neuroni da cui scaturì la domanda sdegnata e indispettita del potenziale, e umanamente naturale, nazista (che aspettano ad usare i missili?) germoglia una croce che sfonda il cranio di questo iscritto al sindacato, di questo buon padre di famiglia, di questo mezzo utilizzato da qualcuno. E si effonde il Sangue del Cristo nella sala mensa; si spande mescolato alla materia cerebrale dell’Avversario.
Si smette di mangiare e si urla.
Tutti vomitano.
Le pance degli operai sono piene dei corvi neri di van Gogh.
I corvi neri volano per la città, defecando e infettano l’ecumene. Il virus nero del Male invade i “comitati centrali”, i direttivi; la peste dell’idiozia, della malvagità e del pianto corre per il pianeta interconnesso. È Mezzogiorno ma è anche turno di notte non dimentichiamolo.
Nel display compaiono falli enormi, mammelle gigantesche, amplessi che travalicano gli steccati di specie ordine e grado.
E si ride , si ride.
Veniamo dalla Cina, dalla Romania, dalla Sardegna. Veniamo da ogni parte del mondo, siamo l’hadàm amato.
Amati dalle Autorità quando inaugurano le opere del sudore.
I potenti che inaugurano questa sorta di ziggurat conficcato sotto terra, vestono in gramaglia fine, di bisso e porpora.
Sfilano a portata di telecamera. Sono loro quelli che si sono fatti un nome: i Merola, i Bersani.
Il loro motto è noto: "facciamoci un nome!", e un nome se lo son fatti, i Prodi, i Lupi!
Ma il serpente eterno ha deposto le sue uova, e una di queste si è già dischiusa e dà scacco ancora una volta agli algoritmi degli ingegneri, dimentichi della sconfitta perpetua subita a Sennaar: L’Entropia e il Caos del Sacro rivomitano la loro potenza.
"Che accadde ancora ? Che ha visto?", incalza il dottore.
"Ed ecco che su quei cento centimetri quadrati di lucina blu fluorescente, da sotto quello schermo irrompe, frantumandolo, l’insanguinata Croce del Cristo. Le schegge di vetro sfregiano gli allegri spettatori. Hanno lasciato famiglie, mogli, figli e terre. Si trovavano qui a costruire un’ Alta Velocità.
Immolati al Moloch della minchia, del danaro, della paura. Caro dottore vorrei urlare ai sindacalisti, agli ingegneri, ai contabili : Sapete tutto di quello che succede in questo cantiere? Conoscete tutti i prodigi che vi avvengono? Immagino stentiate a credere alle mie visioni e quindi non crederete neanche a queste altre.
Sapeste cosa ho visto!
Io ho visto troppi colleghi dichiararsi disponibili a fare qualsiasi orario, senza limitazioni. Ho visto troppi colleghi invischiati in una eterna e continua maldicenza: gli uni contro gli altri; ho visto un troppo diffuso bisogno di spuntarla sul collega. Ho visto un troppo diffuso accusarsi a vicenda di essere gelosi, traditori, lecchini.
Ho visto la guerra tra poveri.
Io ho visto che la spinta al razzismo è trasversale e che a questo virus nero e mefitico non è immune nessun gruppo etnico. Fa parte del nostro DNA, anche se a certi radical-chich di sinistra la cosa non garba. Appena sono in maggioranza, sono razzisti anche i rumeni, gli albanesi, i sardi, i calabresi, i napoletani e ogni altra sorte di gruppo etnico immaginabile. Lo dicono le più importante ricerche scientifiche in merito.
Il razzismo sempre latente viene messo in opera realmente solo quando ci sono le opportunità e le condizioni adatte, quando un gruppo minoritario comincia a dar fastidio, per esempio.
Ma vale per tutti. Noi siamo esseri clanici, abbiamo un genetico spirito gregario. I meridionali razzisti? Mi chiederà lei... Sì, quelli che Bossi definiva terroni di merda. Le riporto un mio scambio di battute con un collega rumeno.
Abita vicino al tuo paese quel tuo connazionale?, gli chiedo io.
"Lascia perdere, risponde, quello è uno zingaro!"
Gli stranieri si lamentano, giustamente, che noi parliamo in dialetto e non ci facciamo capire. Mi è capitato di sedere molte volte al tavolo degli stranieri, e hanno continuato allegramente a ignorarmi e parlare nella loro lingua, sbattendosene altamente i coglioni del sottoscritto. Rumeni e ucraini, in altre condizioni storiche, sono stati i più feroci collaborazionisti dei nazisti nello sterminio degli ebrei.
Punto.
Atteggiamento giusto verso l’immigrazione: essere serpenti e colombe. Ma credo che sia finito il tempo a nostra disposizione dottore. Sono grave? Quanto le devo, dottore?"








pubblicato da a.moresco nella rubrica condividere il rischio il 10 ottobre 2014