Mariella Mehr

Antonio Moresco



E’ uscito in questi giorni nella Collana bianca dell’Einaudi Ognuno incatenato alla sua ora, antologia poetica tratta da alcune raccolte di Mariella Mehr, forte, straziante e alta poetessa zingara di etnia Jenisch, per la traduzione e la cura di Anna Ruchat. La sua è una poesia piena di violenza e dolcezza, drammatica, sghemba, esplosiva, pagata fino all’ultima goccia. Leggetela, amatela. Questo diamante in forma di libro si deve alla tenacia della poetessa Anna Ruchat, che non è solo la sua appassionata e sensibilissima traduttrice ma anche la sua amica e la sua sorella, che l’ha presa per mano e proposta da tempo agli editori italiani, tra cui Effigie, che ha pubblicato negli scorsi anni ben quattro suoi libri. Se Mariella (per citare il titolo di un suo libro) è la bambina, Anna è la sua sorellina.
Alcuni anni fa mi è capitato di conoscere e di presentare Mariella Mehr al Festivalletteratura di Mantova. Avevo anche scritto qualcosa su di lei sopra dei fogli che però non riesco più a trovare. Così, per darvi un’idea di questa voce poetica e di questo grido, riporto qui di seguito alcuni versi qua e là, trascritti dopo una prima, veloce lettura:

uomini di ghiaccio
popolano
la luna

bambini morti
strisciano fuori
dai pori
della notte

madri crepano
per via della propria carne

***

intorno alla svolta della notte fuoco
io: pila di legna runa
la scrittura del giorno

rimangono frammenti
spazio tra le parole
il palmo della mano sciolto
una stella
stanchezza

un’ala di vetro azzurro
spezzata

***

Tu non chiedere delle mie ferite
quando la mia bocca affamata
cerca
di custodire gli angeli.

***

Vergogna.
Quest’ultima parola si mescola per
sempre alla carne disabitata
trafitta da lame sorde.

***

… sono una parola senza peso
e trafiggo il tempo
con occhi armati.

Futuro?
Non assolve
me, nata sghemba.
Vieni, dice,
la morte è un ciglio
sulla palpebra della luce.

***

Follia è una parola.
Chi mai deve prendere prigioniero, addomesticare,
quello che, tra me e il firmamento, oro
diventa nelle mani del mendicante?

***

Quando, astro fraterno, dimmi, quando
cadrà la neve nel mio cuore, e
quando, fratello, dimmi,
finalmente la parola mi capirà?

***

Dormire, dici,
per un po’
quando la marea

trascina via il marciume
e così aiuta la mia vita
a venire al mondo.

***

Ho osato un’unica frase:
lungo il cielo bianco-scheletro
uccido e sono.

Già mi trascinano via.

***

Cosa ne so io
delle ombre in volo, quelle plumbee,
delle voragini consolatorie
in cui portano la putredine degli stormi?

Cosa ne so del mio giorno,
quando prende il largo
senza giornale di bordo?

***

Perché nessuno torna
con me nel mare
a sistemare quelle cose
che non sono nelle mani
degli angeli?

***

Bastava la speranza? Allora sperate con me,
tutti voi soccombenti.
Spera anche tu, mio cuore,
un’ultima volta.

***

Non un’ombra di pensiero,
irremovibile
sta di guardia qui e tende l’orecchio.

Eppure,
un uccello potrebbe
imparare timidamente a cantare.

***

Sboccia nero
il papavero
sulle tombe

si svende
la risata,
diventa pietra…








pubblicato da a.moresco nella rubrica poesia il 11 ottobre 2014