Invocazione nomade

Orazio Labbate



Ho trascorso l’estate, calda e incendiata, nel mio territorio di macchia mediterranea, e la terra buterese-gelese non si è dissolta nel buio.

Ci sono state persone che hanno fondato una piccola e grande resurrezione del moto animico verso l’arte, verso la ribellione umana al corpo e infine verso la ricreazione abitudinaria che disfa il volo angelico dell’essere umano.

Repubblica nomade non è fantasma nel sud della Sicilia, è ancora carne davanti alla colonna dorica, a Gela, che l’ha studiata nella sua fondazione. Uomini, donne, ancora discutono, nottetempo, parole di nascita dell’evento che è stato camminamento, battaglie, cani fantasma e cani impauriti e case spettrali e tuttavia persone buone, amici, e il mangiare siciliano per gli stomaci di quest’ultimi. Infine la mia campagna abitata da queste ombre parlanti, questa specie di molteplici bocche di ulivo, questi cantanti notturni. Antonio, Maurizio, Andrea, Irene, Valter, Roberta, e tutti i membri amicali.

Quel giorno non è stato ultimativo, è stato, invece, iniziatico e di giubilo. Le idee acquee stanno incominciando ad avere fuoco. A Butera e a Gela, allora se ne discute, e questi umili vagabondi delle stelle, sono definiti impazzati e i carùsi tuttavia hanno idea d’emulazione autentica.

Io quindi, alimento la loro fiamma, nonostante questi miei luoghi siano oscuri e ancora famelici di fuochi; io non permetterò che quei camminatori andanti, seppur viventi in città diverse, siano, per memoria malinconica d’ogni siciliano, scomparsi.

Condurrò i fantasmi delle loro voci amiche, la loro memoria, didentro le orecchie di coloro che in questa terra giallo fieno hanno combattimento. Repubblica nomade è infatti didentro me medesimo che si contorce per stima, e sarà ‘u fuocu sfrigolante che parlerà ai siciliani che conosco e che non conoscerò sino all’essiccamento di quest’isola antica.








pubblicato da nella rubrica repubblica nomade il 6 ottobre 2014