Quel pugno di luce

Franco Arminio



Quel pugno di luce

mia madre

pensò alla mia morte

quando io ero molto piccolo.

sarebbe interessante avere adesso

tra le mani un oggetto

di quel periodo, un pettine,

una bottiglia di gassosa,

un mazzo di carte.

e invece di quel pugno di luce

e di giorni

non mi resta niente.

e non mi resta niente

di quello che mi accade

mentre vivo

I nervi come fulmini  

Ricordo la scuola

il maestro cattivo

e prima ancore le suore

a cui sfuggivo ogni mattina

dicendomi facendomi malato

come lei voleva.

Ricordo un interruttore

nel primo anno della mia vita

l’anno in cui morì la madre

di mio padre. 

Non ricordo mio padre

perché a quei tempi era pure lui

un bambino, giocava a carte fino 

a notte fonda.

Ricordo il sambuco, le rane

il monte bianco dietro gli alberi di noce,

ricordo l’estate sulla ripa

a cercare il rame, l’alluminio,

ricordo il carro di zio Vito.

L’ansia allora non c’era,

c’erano i nervi come fulmini

nelle gambe, non riuscivo a stare fermo,

non facevo nulla da fermo,

qualcuno a quel tempo mi doveva cucire,

vedere che ero una cosa squarciata,

non potevo vivere in questo modo

e invece sono andato avanti

girando nel mio sangue

a cercare la morte che mi sta davanti,

la inseguo, cerco di fermare

la sua furia di portarmi dalla sua parte.

Sono ancora qui, posso fare a nuoto

il paese, posso andare a stringere le mani

ai seppelliti, ma poi ognuno è la sua cosa,

e io mi spingo sempre più dentro di me,

dentro la cosa che non c’è.








pubblicato da s.nelli nella rubrica poesia il 29 settembre 2014