Il collare rosso di Jean-Christophe Rufin

Carla Ammannati



Facciamo l’amore non la guerra, dicevano gli hippy della cultura alternativa degli anni ‘60. Proclama che potrebbe porsi in esergo del romanzo di Jean-Christophe Rufin “Le collier rouge”, uscito in Francia per Gallimard nel 2014 e prontamente pubblicato questa estate anche in Italia dalle edizioni e/o nella traduzione di Alberto Bracci Testasecca.

L’autore, medico, classe 1952, è uno dei fondatori di “Medici senza frontiere”, premio Goncourt (nel 2001) e membro dell’Académie française. La storia si ambienta in una cittadina francese del Bas-Berry subito dopo la Grande Guerra, nell’estate del 1919. Al centro tre personaggi: un soldato, il caporale Morlac, insignito della Legion d’Onore come eroe di guerra ma attualmente incarcerato nella caserma del paese per un gesto irriverente che gli è valso l’accusa di vilipendio della Nazione; il giudice militare, maggiore Lantier du Grez, che conduce l’interrogatorio del prigioniero; la giovane ragazza Valentine, che da Morlac ha avuto un bimbo pur essendone al momento radicalmente rifiutata. Ma il protagonista ultimo, e il più particolare, è un altro: Kaiser, il cane che ha seguito Morlac in guerra dalla Francia fino al fronte balcanico, in Macedonia, senza mai lasciarlo, e che adesso abbaia (direi meglio, piange) davanti alla prigione del suo padrone, senza mai fermarsi, notte e giorno. Assai malandato e con “l’aspetto del vecchio guerriero”.

Il testo ha l’essenzialità e la capacità di coinvolgere di un romanzo di Simenon. Il maggiore Lantier, certo che il caso contenga “un mistero da svelare”, si muove con la sapienza di un investigatore dell’anima. Lui stesso conducendo un’inchiesta parallela all’interno di se stesso. E’ stanco della guerra (“Quattro anni passati a servire la Nazione da combattente, e due a difendere l’ordine e l’autorità condannando poveri diavoli.”), tanto che ha deciso, alla fine di quell’ultimo processo, di tornare alla vita civile, a sua moglie e ai suoi due figli.

Lantier è, dunque, uomo del potere nel momento del disincanto: “Aveva voluto entrare nell’esercito per difendere l’ordine contro la barbarie. Era diventato militare per essere al servizio degli uomini. Naturalmente era un malinteso. La guerra non avrebbe tardato a fargli scoprire che era il contrario, cioè che è l’ordine a nutrirsi degli esseri umani, a consumarli e frantumarli.” Questa, come il lettore può capire, è in realtà la “voce” del narratore, ovvero di Rufin stesso, della sua coscienza antimilitarista. Uno dei punti di forza del suo libro sta proprio nella capacità di costruire un personaggio che abita l’altra parte della barricata, imbevuto dell’idea criminale della guerra, capace di attenzione e di rispetto. Alla fine, di umanità. Insomma non siamo davanti a un romanzo manicheo in cui il soldato che ha sfidato lo stato (Morlac) incarna tutto il positivo e l’uomo di stato (Lantier) tutto il negativo. Siamo bensì davanti a figure umane che, dialogando, abbandonano la diffidenza, avvertono in qualche modo l’uno le ragioni dell’altro (e/o dell’altra). In una parola, riescono in ciò che raramente riesce agli uomini e alle donne: comunicano, si capiscono. Pur senza rinunciare ai loro convincimenti profondi. E così Morlac continuerà a vedere la guerra come l’ha conosciuta e come ancora la ricorda: una gratuita carneficina. La gente si rammenta, dice al maggiore Lantier, “che i gendarmi andavano a prelevare i giovani nelle fattorie e che al fronte gli ufficiali sparavano a quelli che avevano un crollo.” L’intero racconto è percorso dalle espressioni di scherno di Morlac verso la guerra. Lui, del resto, durante una parata ufficiale, si era ben tolto la decorazione di eroe e l’aveva appesa al collo del suo cane. Ed era finito in carcere. Nella mia memoria solo il personaggio di Bardamu di “Viaggio al termine della notte” ha accenti altrettanto sarcastici verso l’insensatezza del conflitto del ’14-’18, quando gli uomini al fronte avevano costituito “un’orda di pazzi incarogniti diventati tutto ad un tratto incapaci di far altro che uccidere e farsi sbudellare senza sapere perché.” (1)

L’aspetto, tuttavia, più sorprendente del romanzo di Rufin sta nel ruolo che gioca il buon cane, Kaiser, nella sorte di Morlac. Era stato proprio lui, l’innocente, fedele animale, a scatenare l’inferno. A costringere Morlac a considerare di nuovo come “nemici” una quantità di Bulgari con cui, animato da ideali rivoluzionari e da sincero pacifismo, aveva fino a quel momento fraternizzato. Qui entra in gioco il rapporto con Valentine. Figlia di un ebreo tedesco, membro dell’Internazionale operaia, amico di Rosa Luxemburg, agitatore politico, pacifista, arrestato e morto in prigione. E’ a lei che Morlac, umile contadino, deve la sua maturazione politica. E’ dai suoi libri che pesca quei tre da portarsi al fronte (di Proudhon, di Marx, di Kropotkin): “Volevo vedere cosa gli altri avevano potuto capire della guerra, della società, dell’esercito, del potere, dei soldi.” Poi c’era stata la rivoluzione d’ottobre, in Russia. La sua trincea era contigua a quella dei russi, raggiungibile. Era germinata l’idea di provocare, addirittura, la pace. Un grande “sciopero militare”. E proprio il suo cane… Sarebbe un colpo basso nei confronti del lettore dire di più. Vorrei, però, segnalare un tema cruciale del romanzo: l’intuizione che è sempre un motivo privato, sentimentale, all’origine delle nostre scelte. Delle azioni compiute sul piano della Storia come di quelle ordinarie, quotidiane. Nel caso di Morlac e del gesto che, a guerra conclusa, lo ha fatto incriminare, si tratta di orgoglio ferito. Gelosia. Un morso che gli fa agognare la condanna. Lantier riuscirà, come un Diogene guidato dalla lanterna, a smascherarlo e gli permetterà, infine, di uscire dal suo labirinto mentale, riguadagnando la relazione con Valentine. Insomma, di fare l’amore, non più la guerra.

(1) Ferdinand Céline, “Viaggio al termine della notte”, dall’Oglio editore, Milano 1980, traduzione di Alex Alexis, pag. 35.








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 27 settembre 2014