Acorn of sense

Alberto Manguel



Ho conosciuto Domenico Brancale in seguito a un incontro con un editore che si vantava di un libro d’arte molto prezioso che aveva fatto e in cui Domenico aveva scritto il testo. Diffido dei libri d’artista perché molto spesso sono una sorta di scusa per avere qualcosa da mettere sul tavolo del soggiorno, ma questa volta si trattava di un libro assolutamente ammirabile e ciò che è ancora più curioso è che il testo era ammirabile. Il più delle volte in questi libri d’arte il testo aggiunto è semplicemente una scusa per riempire pagine, dal momento che non merita di essere letto da solo. Non era il caso per il testo di Domenico Brancale. Dopo abbiamo parlato un po’ e ho voluto conoscere altre cose di lui, ho saputo dunque che è un poeta e so che una delle caratteristiche di un poeta è che i libri non sono mai molto lunghi. Questo è un vantaggio per un bibliofilo che ha una biblioteca dove non entra più niente: però adesso ho tutti i libri di Domenico Brancale e quello che mi interessa soprattutto nella sua opera è il rapporto tra quello che si può dire, quello che si vuole dire e quello che è indicibile.

Un’antica visione della poesia ancora sostenuta soprattutto da Valéry nel ventesimo secolo (e anche Shelley e altri la pensavano così) è che la poesia non abbia un autore: la poesia, dice Valéry, è piuttosto una vasta opera anonima alla quale di epoca in epoca si aggiungono pagine di autori o di scribi che di volta in volta prendono un nome. Ma, di fatto, la poesia è un’opera che non ha un autore preciso, a meno che non sia lo spirito santo, la musa o qualcosa di molto più grande. Quelli che scrivono poesia possono dividersi, penso, in due grandi gruppi - ma naturalmente ogni divisione è arbitraria, a me piace questa: quelli che credono che il linguaggio sia uno strumento servile che può essere utilizzato per costruire qualcosa con le parole; e gli altri che pensano invece che il linguaggio sia sì uno strumento, ma uno strumento così debole che non riesce mai a esaudire ciò che vuole dire il poeta. Ed è per questo che il poeta deve fare ricorso a metalinguaggi, come la metafora che è la prova che il linguaggio non serve a dire quello che vogliamo dire. E dunque tra i primi vi sono grandi scrittori come Joyce, Céline, Borges, anche se Borges diceva che il linguaggio non riusciva mai a dire quello che voleva dire - lui lo diceva molto bene, lui si serviva veramente di questo strumento. E tra gli altri, tra quelli che provano questa mancanza che è nella lingua, questa mancanza che è nel linguaggio, io metterei per esempio Beckett, che diceva Fail again, fail better (fallisci ancora, fallisci meglio). Questi dunque sono poeti che falliscono meglio e tra questi vi è Domenico Brancale. È molto importante questo rapporto con la lingua perché quello che questo secondo gruppo di poeti prova a fare è di scegliere solo alcune parole per costruire almeno qualcosa di piccolo, di essenziale, lo scheletro di qualcosa, aspettando che il lettore aggiunga il suo “qualcosa” per finire la costruzione: una collaborazione insomma tra l’autore e il lettore. Borges provando a definire questa costruzione artistica, poetica, dice in un bellissimo testo che s’intitola La muralla y los libros, che il lato estetico è forse l’imminenza di una rivelazione che non avviene. In questo spazio tra quello che il poeta prova a dire e quello che il lettore crede di aver capito c’è il poema.

Io volevo fare una lettura molto personale, certo, provando a cercare, in questo bellissimo libro incerti umani, ciò che già il titolo ci dice: gli umani sono incerti anche perché la parola non riesce a definire “umani”. “Incerti umani” è come dire che non ho una parola per dire umani e dunque devo metterci accanto questa incertezza. E naturalmente, il più grande fra questi scrittori, poeti, che hanno capito che il linguaggio non serve per esprimere – e quello che può fare di più è solo un’approssimazione alla visione finale – è Dante il quale in tutta la Commedia non fa che dire ‘questo non posso dirlo, questo non ho parole per dirlo’. E, naturalmente, la visione finale del Paradiso ci permette di spiegare la lettura che Domenico fa di questa incertezza, perché lui sta dicendo che la memoria dell’esperienza non riesce ad andare lì dove sta quello che voglio dire e l’unica cosa che si può dire è “l’ho visto”. Infatti, potremmo dire che tutta l’opera di Domenico è una ‘forma’ per dire: “l’ho visto, l’ho sentito, l’ho creduto”. Ma che cosa? Quello che noi costruiamo a partire dalla lettura. Prendo solo qualche verso qua e là: “Com’è difficile non incontrarsi”. Questa mi sembra una delle più giuste definizioni dell’amore, ovvero, non di provare a dire che cosa è l’amore, che cosa si sente in una relazione amorosa, ma riconoscere il fatto di trovarsi insieme e dire che in questo caso ciò che sembra impossibile è che l’amato, l’amata, non sia lì, e se mettiamo questo in termini di linguaggio capiamo come è difficile dire l’impossibilità del dire, come è impossibile dire che le parole non sono lì quando non sono lì. Leggo ancora. Qui c’è un’epigrafe, che è ancora una definizione di questa parola poetica: “essere vuole dire poter cadere all’infinito”, cioè non si arriva mai all’ultimo punto. E ancora: “questa deposizione rischiara la tua assenza”. Basta questo, le parole lo dicono e noi dobbiamo credere. E poi un’epigrafe di Beckett: “senza qui né altrove là dove mai avvicineranno o allontaneranno neppure minimamente tutti i passi della terra”.

Se la lingua non riesce a darci le parole per dire ciò che noi sappiano, ciò che vogliamo dire, in che modo costruiamo il dubbio, in che modo costruiamo l’assenza di senso che quella sequenza di parole può avere? Si dice, si tramanda che nel tempo mitico di Babele ci fosse una sola lingua che parlavamo tutti, il che significa che non c’era bisogno di poesia, perché capivamo tutti la stessa cosa, le stesse impressioni del mondo non avevano bisogno di essere tradotte poiché la traduzione stessa era impossibile; non vi erano differenze di lingua, avevamo una comunicazione globale, ma perdendo ciò, e guadagnando la molteciplità delle lingue, siamo riusciti di aver qualcosa di profondamente umano che ci permette di moltiplicare i sensi delle parole attraverso le parole stesse e nello stesso tempo di perdere la possibilità di condividere questo senso. Questo è essenziale perché in qualche modo se mettiamo la storia di Babele all’inizio come una ragione d’essere della poesia, ci porta a dire che di ogni poesia, di ogni espressione artistica si possono avere un numero incalcolabile di versioni. Mi spiego: quando un poeta scrive una poesia arriva a mettere sulla pagina una versione di qualche cosa che gli arriva, il che vuol dire che lui è ispirato. Ma non è che una versione, e questa versione che il poeta scrive può avere svariate forme e dunque è per questo che abbiamo meravigliosi manoscritti che ci mostrano giustamente l’evoluzione di una poesia. L’ultima versione o quella che chiamiamo l’ultima versione, quella che è pubblicata in un libro, non è veramente l’ultima versione. Borges, ancora, diceva che si smette di scrivere sia per stanchezza sia perché l’editore ci obbliga, e ancora Valery diceva che una poesia non è mai finita, soltanto abbandonata. Dunque ciò che abbiamo qui è l’ultimo getto a cui Domenico è pervenuto ma non proprio l’ultimo, un lettore ne fa un altro, un traduttore ne fa ancora un altro e garantisce con queste versioni successive una sorta di modesta immortalità dell’opera, che dunque non finisce.

Riprendo altri versi perché trovo siano straordinari nel loro spogliarsi. Se proviamo a immaginare la forma di lavorare di Domenico è esattamente il contario della tecnica di Rodin: Rodin, quando scolpiva, aggiungeva dell’argilla alla forma che costruiva, Domenico toglie, toglie e continua a togliere fino a che non resta che un granello di senso, e che granello! E dice: «Non resta che il cammino che marcia senza l’uomo», per dire, non ha nemmeno bisogno di noi, esiste come la poesia esiste senza il lettore e questo non può che essere una professione di fede. La poesia che non è letta, che non è recitata ma che esiste senza la presenza umana, è a questo lui vuole andare a finire.

E continuo con una piccola scelta, dicevo che la metafora è dunque un riconoscimento del fallimento del linguaggio, forse è per questo che Domenico utilizza raramente delle metafore, quando ha delle immagini sono delle immagini che valgono di per sé, non sono là per dire qualcosa d’altro, salvo in qualche raro caso e là sono delle trovate di una bellezza e di un’originalità straordinaria – non credo l’originalità sia qualche cosa di ammirabile in un’opera letteraria, ma quando è riuscita, avvertiamo che la metafora ha l’aria di essere molto antica. Lui l’ha inventata ma potrebbe trattarsi di una metafora di almeno duemila anni fa: «la bocca è un carcere a vita senza indulto». Certamente per due ragioni, perchè si tratta di una poesia d’amore e noi sappiamo quanto amore una bocca racchiude ma, anche, perché è il luogo della parola e perché siamo condannati alla lingua, sapendo che non esprime mai ciò che diciamo. Sappiamo che pensieri, sentimenti, intuizioni in tutta la loro profondità, la loro complessità non possono essere espressi attraverso rumori e suoni che emettiamo attraverso questa bocca e, pertanto, dentro questa bocca c’è tutto, tutto ciò che possiamo fare, che possiamo dire, che possiamo immaginare e poichè è il nostro solo strumento di comprensione ci deve bastare, ma non abbiamo l’indulto per questo.

Potrei continuare a parlare a lungo dell’opera di Domenico, ma prima di ciò vorrei dire questo: penso che gli antichi avevano molto meno l’abitudine della classificazione che abbiamo oggi, a dispetto dei metodi delle biblioteche, a dispetto della riflessione di Aristotele, a dispetto di tutte le classificazioni che si vogliono letterarie, ho il sentimento che la letteratura, e soprattutto la poesia, sia stata rinchiusa nei rituali di cui la complessità ha tolto il senso della letteratura. Cito un bel libro L’invention de la littérature di una ricercatrice che si chiama Florence Dupont, dove giustamente l’autrice segnala fino a che punto noi ci sbagliamo quando leggiamo Omero, Catullo, Virgilio semplicemente come un testo, allo stesso modo come se leggessimo un libretto d’opera senza la musica, senza la scena, senza la rappresentazione, senza la presenza della scena. E bene, tralasciando, togliendo il testo dal suo contesto abbiamo forzato tutta questa scrittura, questo secolo di scrittura in classificazioni che sono assolutamente arbitrarie, siano classificazioni di generi, siano classificazioni di nazionalità. So che sfortunatamente i dipartimenti universitari non esisterebbe senza questo, ma nessun lettore legge dicendosi oggi voglio leggere dei sonetti della letteratura albanese in ordine cronologico, nessuno fa ciò; perché? Perché ciò che ci aspettiamo dalla poesia è il riflesso della nostra propria esperienza – non intendo l’esperienza concreta e di tutti i giorni benché questa sia anche inclusa, ma l’intuizione del mondo e l’intuizione di noi stessi. Per parlare in termini biologici, la nostra specie è una specie che dipende dalla parola, dipende dalla parola perché dipende dall’immaginazione per sopravvivere. Nello stesso modo in cui altre specie hanno sviluppato il mimetismo o la possibilità di volare o nuotare per sopravvivere, noi abbiamo sviluppato la possibilità d’immaginare per poter avere l’esperienza di un’esperienza prima di avere l’esperienza ed è per ciò che, per esempio, nel mondo anglosassone, la parola per poeta era maker, qualcuno che costruiva, facitore, e cosa costruiva? Costruiva quelle realtà che Socrate dice a Platone di «non accettare», dice che non bisogna accettare i poeti poiché non fanno che un’imitazione della realtà. Dovremmo rispondere a Socrate: è il contrario, è ciò che chiamiamo realtà un’imitazione dei poeti, e sovente è fatta molto male.

Voglio proprorvi un esercizio: dicevo che la poesia di Domenico è spoglia, si tratta di trovare in un ammasso di parole qualche cosa di essenziale, quello che Shelley chiamava acorn of sense, e man mano che procede e che toglie, qualche cosa resta e con questo denudarsi lui costruisce le poesie, ma siccome la procedura è di un raffinamento tale, che ogni parola ha il suo peso e ogni verso ha il suo senso come se non avessero bisogno di trovarsi nella poesia dove Domenico li ha piazzati. È molto raro in poesia che possiate smantellare un testo e mettere i versi in un altro senso. Ciò che Cortazar voleva fare con Marelle, Domenico senza volerlo l’ha fatto con la sua poesia e quello che gli chiedo è di leggere l’indice. Ascoltate questa nuova poesia: «poiché ti scrivo con tutti i pesi possibili / questa estremità / nient’altro che neve sulle ossa / il vuoto del corpo blindato a quattro mandate / a est del meridiano primo / tre volte sulla lingua / tempia a tempia con l’argilla / in te riposto segreto / questa estremità che tu evochi nello spazio del dorso / è inutile vivremo senza essere stati visti». Te la offro. Grazie molto. Vorrei finire ricordando un vecchio detto latino che tutti conoscono scripta manent, verba volant che si suppone significhi che ciò che è scritto resta, e ciò che si dice sparisce, ma vi è un altro senso, come Domenico lo prova: le parole sulla pagina restano ma restano morte fino a che il lettore non le prende e le dona ali per vivere. E Domenico, quando tu leggi, la poesia acquisisce una seconda vita, ancora più forte di quando noi la leggiamo. Dunque grazie.

[Presentazione del libro incerti umani (Passigli, 2013) tenuta alla Sala Tommaseo dell’Ateneo Veneto, Venezia - 8 giugno 2013.]








pubblicato da s.baratto nella rubrica poesia il 9 settembre 2014