Io non voglio che tu sia morto per me!

Sergio Baratto



Meditazioni pasquali sul sacrificio rituale di Gesù e sulla sua replica miracolosa e serializzata.

Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica, l’Eucaristia è chiamata anche «Santo Sacrificio, perché attualizza l’unico sacrificio di Cristo Salvatore e comprende anche l’offerta della Chiesa; o ancora santo sacrificio della Messa, sacrificio di lode, sacrificio spirituale, sacrificio puro e santo, poiché porta a compimento e supera tutti i sacrifici dell’Antica Alleanza».

Ho sempre letto la Lettera agli Ebrei con sgomento: «Gesù è diventato garante di un’alleanza migliore. (…) Tale era infatti il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli; egli non ha bisogno ogni giorno, come gli altri sommi sacerdoti, di offrire sacrifici prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo, poiché egli ha fatto questo una volta per tutte, offrendo sé stesso. Venuto come sommo sacerdote di beni futuri, (…) non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsi su quelli che sono contaminati, li santificano, purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo, che con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire il Dio vivente? Per questo egli è mediatore di una nuova alleanza, perché, essendo ormai intervenuta la sua morte per la redenzione delle colpe commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che è stata promessa. Dove infatti c’è un testamento, è necessario che sia accertata la morte del testatore, perché un testamento ha valore solo dopo la morte e rimane senza effetto finché il testatore vive. Per questo neanche la prima alleanza fu inaugurata senza sangue. Infatti dopo che tutti i comandamenti furono promulgati a tutto il popolo da Mosè, secondo la legge, questi, preso il sangue dei vitelli e dei capri con acqua, lana scarlatta e issòpo, ne asperse il libro stesso e tutto il popolo, dicendo: Questo è il sangue dell’alleanza che Dio ha stabilito per voi. (…) Secondo la legge, infatti, quasi tutte le cose vengono purificate con il sangue e senza spargimento di sangue non esiste perdono».

Ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi. L’agnello, l’animale prediletto dai sacrifici rituali giudaici (e islamici): l’uccisione dell’agnello senza macchia (Cristo concepito senza coito e partorito da una vergine) suggella il ripristino del patto tra Dio e il suo gregge – si fa la pace, e il gregge si rassicura: il padre (padrone) è tornato ad amarlo.

È orribile. Non può essere così. Gesù non può essere morto in croce per purificarci, per redimerci dai nostri peccati. Io non ho commesso alcun peccato tale da costringere Dio a un simile (auto)sacrificio! Tutte le colpe sono individuali, anche quelle che chiamiamo collettive. Persino il Catechismo della Chiesa Cattolica lo dice: «Il peccato è un atto personale». Perché dunque, per perdonarmi, Dio avrebbe bisogno di un terzo a fare da tramite, da vittima sacrificale?

Il sacrificio (animale, ma anche umano) è un meccanismo antico, pagano, totalmente alieno dalla nostra sensibilità. Credo che la maggior parte dei cristiani oggi lo troverebbe abominevole. Ma allora perché nel caso di Gesù non scatta un moto di indignazione e di ripulsa, come vorrebbe il buonsenso e come certamente accadrebbe in qualsiasi altro contesto? Perché non si insorge contro questa idea aberrante e non si esclama «Nemmeno per sogno accetterò che un altro – fosse anche un figlio di Dio o un semidio o un’Ipostasi di Dio – si faccia carico delle mie colpe, vere o presunte! Chi è tanto pazzo da prospettarmi una cosa del genere come se fosse la più normale e anzi la più nobile e sacra? Io non voglio che Gesù sia morto per colpa mia al posto mio!»?

Questo è un pensiero che oscuramente ho sempre avuto fin da bambino, quando ho cominciato ad andare a catechismo. Anzi questa mia incapacità di capire in cosa consistesse il perno del cristianesimo ha sempre costituito per me una fonte di angoscia e vergogna. Quando il prete ci spiegava che Gesù era morto per noi, per redimere i nostri peccati e fare sì che tra noi e il Padre si stabilisse una nuova e definitiva alleanza, a me venivano i sudori freddi perché mi sembrava di non riuscire a seguire tutti i passaggi logici e attribuivo questo accecamento a un mio limite intellettuale che vivevo come una cosa ignominiosa, con la stessa sensazione di dolore sconfinante nello spasmo intestinale che ho poi provato per anni al liceo di fronte a teoremi, funzioni e formule algebriche. Insomma, credevo ci fosse qualcosa che, per via della mia scarsa intelligenza o colpevole distrazione, mi era sfuggito e che invece evidentemente era chiara a tutti gli altri, dal momento che nessuno sembrava mostrare il minimo sconcerto. Da lì, per anni, il mio pressoché cronico imbarazzo, il senso di vergogna e inadeguatezza sempre presente in me come un rumore di fondo. In seguito ho capito con sbalordimento che non c’era nulla da capire, che non avevo saltato nessun passaggio logico. Era tutto lì, solo che la mia testa si rifiutava di prendere in considerazione un meccanismo – quello appunto del sacrificio espiatorio dell’innocente – del tutto estraneo alla mia sensibilità e al mio embrione di senso morale.

Ancora. Si insegna che Gesù è morto per togliere i nostri peccati: di nuovo, ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi. I peccati di noi tutti. Ma quali peccati, per esempio nel caso mio? Io non esistevo duemila anni fa quando Gesù Cristo è stato suppliziato! Si tratta delle mie colpe individuali? E allora perché mai non dovrei vedermela da solo con Dio, come sarebbe giusto e onorevole? Perché Dio dovrebbe aver bisogno di sacrificare (di continuo, per di più, dato che – secondo la dottrina cattolica – attraverso il sacramento dell’Eucaristia noi ci cibiamo veramente del suo corpo) il proprio Figlio Primogenito, per potermi perdonare? Che rapporto affettivo malato è questo che mi vede incastrato mio malgrado tra ipostasi divine che mi schiacciano con l’imperio del loro amore? Che amore è questo che si struttura secondo imperscrutabili meccanismi sanguinari? Che rapporto affettivo malato – perché se stessimo descrivendo le medesime dinamiche applicate agli esseri umani non avremmo problemi a parlare di patologia – è questo in cui si ha incessantemente sete di sacrificio per rinnovare l’amore?

Di nuovo: quali sono le mie colpe? I difetti del mio carattere, le piccole cattiverie che ho commesso nel corso della mia vita? Le inevitabili debolezze, le meschinità? Per queste cose duemila anni fa Gesù è dovuto morire in croce? Sarebbe assurdo! Mi rifiuto di dare credito a una cosa tanto sciocca e inverosimile. Se non sono le mie colpe individuali, di cosa si tratta? Di un tradimento dell’antica alleanza da parte degli uomini? Leggo in Eb 8,9: «Poiché essi non sono rimasti fedeli alla mia alleanza, anch’io non ebbi più cura di loro, dice il Signore». E quando si situa storicamente – se si situa storicamente – questo tradimento? Eppure, se anche fosse andata così, io non c’ero, io non ho tradito alcun patto! Sono innocente!

[Queste riflessioni fanno parte di un pezzo più lungo intitolato «Sottomettersi e uccidere il figlio», apparso su Il miracolo, il mistero e l’autorità, il sesto numero della nostra rivista.]

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pubblicato da s.baratto nella rubrica il miracolo, il mistero e l’autorità il 8 aprile 2012