“Gridavano e piangevano” di Roberto Settembre

Livio Borriello



Non posso non scrivere di questo libro. Non posso non scriverne, perché questo è un libro che sconvolge raccontando una realtà tuttora disconosciuta o minimizzata, o che comunque sembra essere scivolata attraverso le infinite cronache senza aver fatto davvero presa nella coscienza collettiva. In cui una serie di fatti tanto drammatici quanto nevralgici della nostra recente storia civile, quelli di Bolzaneto e del G8, sono definitivamente smascherati dal rigore, l’onestà intellettuale, lo scrupolo documentario dello stesso estensore della sentenza d’appello che li ha condannati, Roberto Settembre. Perché esso squarcia dunque a mio avviso definitivamente il velo sui meccanismi con cui agiscono le nostre forze dell’ordine, o quello che piuttosto retoricamente viene detto il Potere, con cui funziona in definitiva il nostro sistema sociale, e ancor più profondamente sulla natura del Male – tanto più drammaticamente rappresentato, nel momento in cui è perpetrato da coloro stessi che ce ne dovrebbero difendere.

Il valore particolare del libro, che va oltre quello della sentenza stessa, è di mettere in luce senza intenzione pregiudiziale e al di là di ogni ragionevole dubbio 2 gravissimi aspetti dei fatti, che a loro volta, a lume di deduzione logica e di buon senso, non possono avere interpretazioni equivoche o indulgenti: la certezza di impunità – rivelatasi poi in minima parte fallace - con cui hanno agito in quella circostanza una parte significativa delle forze dell’ordine – e la sistematicità delle metodologie applicate.

Certo, è plausibile pensare che a Bolzaneto siano più o meno spontaneamente confluite le frange più fanatiche, viscerali e ideologizzate di quella sorta di sentina della destra che sono i corpi delle forze dell’ordine – medici inclusi – e i gruppi di picchiatori che notoriamente girano da un centro di detenzione all’altro; certo, la situazione di eccezionale tensione e il contesto politico – il primo vero governo di destra in Italia dai tempi del fascismo – favorivano l’esplosione incontrollata di pulsioni aggressive lungamente represse e accumulate; certo, esistono meccanismi normativi, etici e psicologici di controllo e compensazione all’interno di questi stessi corpi.

Tuttavia questi due aspetti comprovano senza margine di dubbio che i metodi da «macelleria messicana», la violenza gratuita, inumana, bestiale più che sadica – il sadismo presupporrebbe già un certo grado di evoluzione culturale e psicologica – l’utilizzo di pratiche di tortura che credevamo remote da noi nel tempo e nello spazio; la stessa uccisione di Carlo Giuliani – che esige un distinguo su cui tornerò – non possono essere considerate un incidente, una discontinuità o devianza eccezionale, ma sono espressione di una violenza strutturale, di una patologia profonda e costitutiva, di una consuetudine al male radicata nelle forze dell’ordine della civile Italia del terzo millennio.

È solo da una parte la presenza di un solido e strutturato sistema di copertura omertosa alle spalle, sorretto da una tacita autorizzazione a ogni livello gerarchico, e dall’altra di un addestramento protratto nel tempo che sia precisamente indirizzato a esercitare pratiche di tortura, o comunque di un affiatamento e un’uniformità delle azioni consolidato nella pratica, che può rendere possibili le modalità con cui si sono svolti i fatti, peraltro documentati e passati in giudicato.

Dopo la lettura di questo libro possiamo dire di essere in grado di immaginare con pressoché assoluta verosimiglianza cosa accada normalmente nei caveau segreti di una centrale di polizia, e cosa sia accaduto alle centinaia di vittime – da Pinelli a Stefano Cucchi – della loro violenza. Possiamo anche dire di poter immaginare meglio cosa sia accaduto a Pasolini e in generale alle vittime delle violenze di stampo neo-fascista e neo-nazista.

Due precisazioni: personalmente sono tutt’altro che un’anima bella della sinistra, sono insofferente agli eccessi del garantismo, del politically correct, di una certa retorica vittimistica della sinistra che non fa che indebolire le sue ragioni. Posto che in questa società imperfetta e forse imperfettibile abbiamo ancora bisogno di sistemi di controllo sociale – esattamente per la stessa ragione per cui né un miliardario né un black bloc lasceranno mai il proprio portafoglio incustodito su una panchina – ritengo retorico, insipiente e ipocrita pretendere che le forze dell’ordine esercitino questo controllo con gli steli dei fiori invece che coi manganelli. Un buon cazzotto dato al momento giusto a un devastatore non mi scandalizza e può essere giustificato; che nel tentativo di cattura di un ladro o un assassino possa scapparci il morto, è un rischio che ahimè deve essere messo in conto dal ladro, dall’assassino e dalla società che ne delega il controllo e il rischio connesso al poliziotto. Non è possibile epurare la morte dalla vita sociale. E non si può arrivare al paradosso comico delle attuali notizie: poliziotto spara al ladro, arrestato il poliziotto. Ma nel caso di Bolzaneto e della Diaz siamo assolutamente in un’altra e mostruosa logica. Non si tratta dell’imprevisto, l’incidente drammatico, della violenza finalizzata a un interesse sociale, della reazione umanamente incontrollata, del costo inevitabile di un’inevitabile conflittualità. Potremmo forse far rientrare in quest’ordine l’uccisione – pur gravissima, pur dolorosissima – di Carlo Giuliani. Tutti abbiamo visto alla tv cosa è accaduto. C’era una camionetta assaltata e semi-incendiata, a rischio di saltare in aria come altre vicine – dei poliziotti all’interno comprensibilmente con aggressività oltre la soglia di controllo, forse in preda al panico. Dei black bloc con armi improprie ma potenzialmente letali che li assediavano. Non si può escludere che il poliziotto che ha sparato fosse una carogna che freddamente cercava il pretesto, ma nemmeno che fosse un sensibile e coscienzioso tutore dell’ordine sociale, cioè di ciascuno di noi.

Seconda precisazione: Roberto Settembre non so se sia di sinistra, ma tutto quello che scrive non appare assolutamente condizionato o deformato dall’eventualità di esserlo. È l’estensore di sentenze generalmente del tutto equilibrate, e riporta in nota un’esemplare ordinanza di custodia cautelare contro gli stessi black bloc, che a me sembra un perfetto specimen di coscienziosità, rigore e imparzialità – o almeno di quella umanamente possibile. I 13 anni di distanza dai fatti gli permettono peraltro una valutazione che ha quasi il distacco di quella storica.

Tutto il resto è nel libro. E innanzitutto i casi raccontati in un allucinante crescendo. Da quello di Gudrum (i nomi sono travisati), ricoperta di sangue, a cui viene fratturata la mascella e la mandibola, e spaccati 7 denti, senza che sia mandata in infermeria (ma si tratta piuttosto di un’inferneria), e che viene anzi sottoposta ad ulteriori pestaggi; a Giacomo – estraneo, come quasi tutte le vittime, in massima parte pacifisti, a qualsivoglia atto vandalico – sguardo fiero, fisico atletico – ma lo stesso trattamento è riservato a Tolga che ha una protesi a una gamba – che si dichiara vero comunista e rifondarolo, e solo perciò viene denudato e torturato, con colpi di manganello inferti profondamente sotto il costato che gli procurano dolori «pazzeschi, allucinanti»; alle minacce e violenze sessuali, penetrazioni e esplorazioni dei genitali cui sono sottoposti uomini e donne; agli insetti nelle mutande, alle umiliazioni che arrivano al far leccare le proprie urine. Tutti o quasi vengono massacrati di botte, assetati, denudati, gasati, sbattuti con la testa sul muro fino alla fuoriuscita del sangue, insultati, marchiati, costretti a recitare slogan inneggianti al duce o a Pinochet e a firmare false dichiarazioni, a volte prelevati dall’infermeria – dove spesso medici compiacenti rincarano la dose – e nuovamente torturati; alla negazione sistematica di ogni diritto, e tout court del diritto alla parola, ovvero del diritto di essere uomini, allo sbeffeggiamento della logica. I poliziotti si accaniscono anzi contro chi ha più argomenti e più «ragione», poiché quel che vogliono negare è proprio questo valore, considerato esplicitamente «di sinistra», o comunque estraneo alla loro visione della realtà. I pochi carabinieri – perlopiù giovani – che tentano di porre un freno vengono minacciati dai colleghi.

In Italia, nel 2001, nell’Italia fantasmatica e mistificata dei mi consenta di Berlusconi, o dei polveroni sollevati per le risatelle della Merkel, delle finte indignazioni di presidenti ciellini per le banane a Balotelli, dei genitori che non resistono due minuti agli strazianti lamenti del figlio che vuole l’iPhone5, dei plastici di Vespa, del leggismo minuzioso e fobico che vieta di vendere le vongole nell’acqua, dei bambini romantici che ci lasciano una canzone sempre sdolcinata e insipiente e della Prestigiacono che si aggiusta la ciocca ogni cinque minuti.

Fino alla fine del Settecento, la punizione doveva avere un carattere pubblico e spettacolare, perché essa doveva svolgere soprattutto una funzione esemplare e deterrente. Bolzaneto sembrerebbe attestare la completa inversione di questo processo. In una società dalla superficie levigata e brillante, il cui principale compito sembra essere quello di rimuovere il male, esso continua ad agire seppellito nelle zone invisibili del reale. Il male proibito, disconosciuto, diviene putrescente, e conservando la stessa morbilità, più maleodorante e nauseante.


Questo intervento, scritto un mese fa, si trova sul blog di Livio Borriello. Un aggiornamento sulla discussione delle proposte di legge sulla tortura in Italia si trova qui.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 8 settembre 2014