Cara Cara

di Maria Cerino



Seduti in auto, avvicinandosi, aveva per tre volte tentato di annusargli i capelli. La prima volta aveva avuto come l’impressione che fosse profumo di vaniglia, la seconda e la terza, invece, odore di qualcosa di finto, di chimico nella maniera sbagliata. Si era quindi voltata a guardare la strada cercando lo sguardo di un passante – che corrispondesse a una premonizione, che negli occhi portasse un senso –, lo avrebbe seguito muta dopo esser scesa dalla macchina senza dare una spiegazione. I passanti sono così distratti, non corrispondono mai alla necessità che abbiamo di mondo. Mentre gli sedeva accanto sembrava estranea tutta quella sicurezza, le veniva da chiedergli cosa avesse fatto di quell’uomo incontrato in negozio che non sapeva la propria taglia di pantaloni, di giacca e di camicia. E lei, assunta da solo tre giorni, lo aveva preso per mano e accompagnato in camerino si era poi allontanata ricomparendo poco dopo con un solo vestito completo di tutto. Provalo, gli aveva detto e quando erano ormai passati dieci minuti era entrata nello spogliatoio e gli aveva abbottonato le maniche della camicia, infilato la giacca, raddrizzato il bavero. E nel vestirlo aveva pensato a quanto fosse straordinario questo individuo di mezza età ancora insicuro della propria taglia, che ignorava i propri gusti, che adesso sorrideva guardandosi nello specchio e le diceva grazie. Non le sembrava altro che naturale, quindi, portargli la testa verso il suo seno, la prima volta che erano stati a letto insieme. E sentendo il movimento che faceva con la bocca, il ritmo con cui prendeva e lasciava la mammella, come se ne allontanava per poi ritornare carico di più fame e più sete, il colore, la fattura della stoffa, il modello del vestito che gli aveva scelto le apparivano persino più giusti di quanto avesse pensato mentre glieli porgeva in camerino. Gli avrebbe risposto sì a qualsiasi richiesta, in quel momento, un’altra camicia, una polo più larga – gli aveva visto fare quel gesto rivestitosi e pronto per andare alla cassa, quella mano timida che subito corre a raddrizzare la maglia, temendo che si possa intravvedere un pezzo di carne, di grasso, di tenerezza –, sì anche se le avesse chiesto di diventare sua moglie e arredare casa da capo, diventare madre dei suoi figli, o adottare lui da madre. Ed era stata sua madre quando di ritorno dal parcheggio era entrato in casa inzuppato del proprio piscio, silenzioso a testa china come strusciando nell’aria, si era prima tenuto a distanza – non sapeva come dirlo, il senso, di che nome chiamarlo quell’accaduto – e poi avvicinato quasi piangendo. Lei cercava di fermargli il viso, aveva solo voglia di dormire di disinteressarsi a qualsiasi cosa le accadesse intorno, non di isolare se stessa ma di ammutolire il resto, ma l’uomo le sfuggiva avvicinandosi con l’anca, porgendole la vergogna finché la trasformasse altro. Dopo avergli sfilato i pantaloni e tirato giù le mutande così pesanti da riempirle due mani e calde di affetto e di lontananza, di una misura di tempo sbavata, slabbrata sul finale, aveva sì cercato di tirarlo verso la vasca ma era come ancorato, allora gli aveva detto resta. E lei, invece, andava e veniva dal lavabo – con il bambino vecchio che si teneva alla scrivania – e gli andava incontro con le mani a cono versandogli acqua addosso, piano come se in realtà fosse lui a versarle acqua dall’ombelico e lei con le mani tra le gambe la raccoglieva per poi restituirla ancora e ancora a quel corpo che quasi rinasceva. Per sgravarsi – lontano, discrete e sole come certe bestie – una volta gli aveva consigliato di ciucciarsi il dito, che quello è il gesto più consolatorio e non solo sembra di aver il controllo di ogni cosa, ma anche di averla inventata ogni cosa e di poter fare a meno di ogni cosa, ma lui l’aveva guardata inorridito, offeso, senza capire. Allora aveva aggiunto che lei stessa lo faceva di continuo e lo aveva fatto anche la notte prima. Perché vuoi che ti somigli, le aveva risposto, poi era rimasto sul divano a leggere un libro. Si chiedeva spesso se confidarglielo come lo vedeva, cosa le sembrava, quanta voglia avesse di tenerlo sulle gambe, cantargli una canzoncina, fargli fare su e giù come una bambina, come si dovesse trattenere dal non camminargli avanti, o stargli attaccata alle spalle per coprire con i palmi ogni spigolo. E non del piacere che sentiva ma dell’obbligo che provava e che le faceva credere che l’uomo fosse davvero il suo bambino perché se fosse stato vero il contrario l’impeto non sarebbe stato impeto, torturante, continuo, perciante, ma lezioso affetto. Non quell’ansia così piena di spavento da riempirla tutta, fare di lei una gioia deturpata e aliena.








pubblicato da m.cerino nella rubrica racconti il 1 settembre 2014