Lavoro e calcetto

Giuseppe Munforte



Poche volte mi è capitato di attendere così la pubblicazione di un libro, con il desiderio di rileggerne finalmente la pagina stampata ma anche di saperlo salvo dalle bufere e dagli imprevisti dell’editoria. Il babbo avrebbe voluto dire TI AMO ma lo zio ne faceva anche a meno di Lorenzo Mercatanti, dopo aver trovato il porto franco di Italic/Pequod, è finalmente uscito. Con tutto il suo titolo che annuncia una scrittura anarchica, funambolica, comica spesso involontariamente nel suo tuffarsi in uno straniante groviglio di lavoro e gioco, di investimenti e affetti.

Tutto si svolge in una Prato dove crisi economica e disoccupazione avanzano, i cinesi imperversano, il calcetto serale genera ambizioni e frustrazioni da coppa del mondo, e i figli e le mogli faticano a capire le sfide sorrette da uno spasmo di giovinezza e di vitalità, quelle guerre che il protagonista affronta, sfidando pioggia e malanni, anziché restare a casa a guardare in TV il Dr. House. Il narratore (che come Lorenzo Mercatanti fa l’agente di commercio e gioca come portiere – ma il fatto che sia anonimo marca un’identità e una sfasatura) si muove nella vita come se attorno a lui si verificassero di continuo piccole esplosioni: gli intoppi del quotidiano, le sconfitte sportive e la voglia di rivincita, l’attività di rappresentante, gli impegni con la famiglia, giornate spese fra “beghe, periferie industriali, viaggi in macchina per non concludere nulla, moglie che brontola a casa non ci sei mai, sei sempre a far finta di lavorare che a mala pena rappresenti te stesso”. Botti che provocano straniamento e una sorta di goffaggine e di leggerezza restituiti da una sensibilità sempre in vista di attingere a un humus profondamente toscano.

“ A Prato si è sempre corso parecchio; si è corso dietro al lavoro, fino a raggiungerlo, superarlo e corrergli noi davanti e lui dietro.” Il commercio di filati è alla deriva, fustigato dalla crisi e dalle trasformazioni del mercato come da una tormenta; sta cambiando tutto nel tessile come altrove (qualche anno fa lo ha raccontato, dalla parte degli imprenditori, Edoardo Nesi in Storie della mia gente) ma non la verve dei rappresentanti di filati di cui Mercatanti rivela l’ottusità e la sagacia. Così si va da una corsa a un’altra corsa, da un impegno che sa di morsi e di conati a vuoto a uno svago, il calcetto, a suo modo serio e feroce, come possono esserlo i giochi. La rappresentazione è fatta in presa diretta, fedelissima, trascinante per umanità e malinconia. Alla fine, fra tutti i personaggi, emerge la figura dello zio del titolo, creatura stralunata, che indica nel suo percorso un solco di libertà e di singolarità cui sembra ispirarsi l’intera narrazione.

Lo zio a un cero punto della sua vita l’ha fatta grossa: è scappato con una ballerina di night. Il padre del protagonista, che è suo fratello, lo richiama all’ordine:

’Torna! Prima che combini di peggio. Lo zio piangeva, pensava che a cambiar aria avrebbe trovato il modo di compicciare qualcosa e sistemarsi lui e questa ragazza, che adesso però l’aveva bell’e piantato, lì dove si trovava in quel momento. Dove!? Chiedeva il babbo, lo zio gli disse il posto dov’era, in Piemonte. Ho capito, fece il babbo, era vicino a un loro fornitore. Visto che era lì, il babbo gli chiese se prima di rientrare, poteva fermarsi a prendere dei campioni che gli servivano urgente. Il giorno dopo lo zio era bell’e rientrato, coi campioni per l’ufficio.’

’A Prato non succedono mai tragedie,’ diceva lo zio, ’perché Prato non è una città madre, Prato è una città-padre. Non è una città-madre che piange, si dispera, urla, si strappa i capelli quando un figlio muore, s’ammazza, combina un guaio, dà di matto e scappa con una ballerina. E’ una città-padre che ti dice, scendi giù in strada che sei grande, guardati intorno e trovati un lavoro, impara a cavartela da te! Certo, se poi uno non ce la fa e fa delle cazzate, può sempre far ritorno dal padre - o dal fratello, pensavo tra me - come il figliol prodigo, ma quella è una parabola, non una tragedia. Del resto Prato è la città del tessile e della Madonna, il pratese non prende mai niente troppo sul serio, tranne le cose sacre, come il lavoro.’








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 1 settembre 2014