Barbaropa #4

Andrea Amerio



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Il 28 agosto 1914, a meno di un mese dalla mobilitazione generale, gli Imperi Centrali sembrano destinati ad avere la meglio. Le avanguardie tedesche sono entrate in Lussemburgo il 2 senza incontrare resistenza; il Belgio è invaso dal 4, passando per Gemmenich. Gli incrociatori bombardano Bona e Philippeville. Superate le resistenza delle posizioni fortificate di Liegi (il 7) il 20 i tedeschi entrano a Bruxelles mentre i resti dell’esercito belga si ritiravano nella fortezza di Anversa. Continuando l’avanzata verso sud-ovest i tedeschi incontrano i francesi che sferrarono una grande offensiva a partire dal 14 agosto 1914 in Lorena, ma dopo una avanzata iniziale fino a Morhange e Sarrebourg, il 20 le armate tedesche contrattaccano e i francesi vengono sconfitti, in Lorena, nelle Ardenne e sulla Sambre, dovendo ripiegare verso Nancy ed Épinal. Solo nei quattro giorni di scontri tra il 20 e il 23 agosto 1914 l’esercito francese subì perdite quantificabili in 40.000 morti, di cui 27.000 solo il 22 1914, il giorno più sanguinoso della storia militare francese. L’8 sbarcano sul continente le prime milizie inglesi e il 23 la British Expeditionary Force è coinvolta nelle grandi battaglie di Mons e Charleroi (un disastro). Il 25 uno Zeppelin lancia otto bombe su Anversa, di cui una sul Palazzo Reale. Si assiste alla distruzione di Lovanio e alla resa di Namur. Anche gli inglesi sono costretti a ripiegare. Il 28 cade Longwy e Maubeuge è investita dalle truppe tedesche. Intanto sul fronte orientale il 29 i russi sono sconfitti a Osterburg. Nella battaglia di Tannenberg (terminata il 1 settembre) l’esercito prussiano ha sconfitto la seconda armata russa. Domenica 30 agosto 2014 vola su Parigi il primo aeroplano tedesco. L’esercito di von Kluck è a Compiègne, a soli 80 chilometri dalla capitale. Il 1 settembre i tedeschi occupano Reims.

Il 3 le avanguardie tedesche sono a Senlis, a 35 chilometri da Parigi.

A un mese dall’inizio delle ostilità, il mondo è colpito e impressionato dalla forza e dall’efficienza della brutale macchina da guerra degli Imperi Centrali e dalla violenza contro la popolazione. I saccheggi di Péronne, Lunéville, Wavre (il 26), il deliberato incendio di 230 mila libri della Biblioteca di Lovanio (la Oxford del Belgio), la morte di più di duecento civili inermi durante l’occupazione della città da parte delle truppe tedesche, il bombardamento della cattedrale di Reims (3 e 20 settembre), sono traumi profondi. Dopo la presa di Gand, la grande città sede universitaria, tra gli arrestati anche lo storico Henri Pirenne, deportato in un campo di lavoro con altri colleghi dell’Università; fiaccati da massacranti orari di lavoro coatto e ammassati in baracche, le morti per fame e stenti erano all’ordine del giorno.

Bisognava reagire.

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Il 2 settembre 1914 il Ministero della propaganda e della guerra convoca i massimi autori della letteratura inglese a Wellington House (Buckingham Gate, Londra) con il preciso compito di stilare un Manifesto contro “il militarismo burocratico prussiano”.

Sono 25 gli autori che rispondono alla chiamata del direttore Masterman. Tra loro G. K. Chesterton, Henry Newbolt, Thomas Hardy, Edith Warthon. L’età media, attorno ai cinquant’anni. Approntano un documento, “Una giusta guerra”, lettera aperta a favore della guerra per la difesa dell’onore dell’Inghilterra.

Alla fine le firme in calce al facsimile del documento che uscirà sul «New York Times» il 18 Settembre e sarà ristampato esattamente un mese dopo a tutta pagina come supplemento del «London Times Sunday» sono cinquantadue. Tra i firmatari Arthur Conan Doyle Doyle, Mrs. Humphry Ward, May Sinclair, H. G. Wells, Arnold Bennett, John Galsworthy, Kipling, A.C. Bradley, Walter de la Mare, Hilaire Belloc, John Masefield, etc. etc.

L’idea del Ministero era di sostenere una vera e propria pubblicistica di guerra attraverso un contributo editoriale da elargire ai maggiori editori di modo che tale produzione non apparisse un’operazione di propaganda diretta dall’alto, ma un’espansione “di mercato”. Un rapporto confidenziale (“The Schedule of Wellington House Literature”, ora consultabile all’Imperial War Museum), elenca editori e titoli d’una massiccia operazione editoriale senza precedenti, che, da sola basterebbe a certificare la natura “moderna” del conflitto. Nel corso del primo anno di guerra l’inventore di Sherlock Holmes fornì a questa particolare collana due titoli che non resteranno fra i suoi capolavori, ma la dicono lunga sullo spirito del 1914: La guerra tedesca e Alle Armi.

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La risposta di filosofi, storici, scrittori e intellettuali tedeschi non fu dissimile da quella degli odiati inglesi. Quando l’imperatore Guglielmo II presentò una Germania aggredita dal mondo intero e dichiarò “non conosco più i partiti, conosco solo i tedeschi”, filosofi, storici, scrittori e intellettuali furono tutti con lui. Celebre l’“Appello al mondo civile” (“Aufruf an die Kulturwelt”) firmato da 93 professori universitari, pubblicato il 4 ottobre 1914 sul «Frankfurter Zeitung» e tradotto in dieci lingue che chiama in causa Goethe, Beethoven e Kant (lo ripubblicherà più di un anno dopo, il 29 maggio 1915, la rivista dell’espressionismo «Die Aktion», senza commento, con chiaro intento straniante e polemico). L’Aufruf an die Kulturwelt approntato dal sindaco di Berlino assieme ai drammaturghi Ludwig Fulda e Herman Sudermann in sostanza dice che la Germania piange i suoi figli, il loro sangue versato dalle orde dei russi sui campi di battaglia sul canale dell’Oise, e i proiettili dum-dum che hanno lacerano le carni dei nostri soldati. Dice anche che coloro che si sono alleati con i Russi e i serbi, né hanno ritegno d’eccitare “i Mongoli e i negri contro la razza bianca”, offrono al mondo civilizzato “lo spettacolo più ignobile che si possa immaginare”, e sono certo gli ultimi “che possano recitare la parte dei difensori della civiltà europea”.

Il che invece, era esattamente quanto sostenuto l’8 agosto 1914 davanti all’Accademia di Scienze morali e politiche da Henri Bergson: “La lutte engagée contre l’Allemagne est la lutte même de la civilisation contre la barbarie”, e negli ultimi mesi ripetuto senza sosta: Combattere la “brutalité et le cynisme de l’Allemagne” e denunciare la loro “régression à l’état sauvage” è “un simple devoir scientifique” di tutti gli intellettuali, gli artisti e gli scrittori. Anche dall’altra parte la si pensava così e «Die neue Rundschau» (una delle riviste d’idee più influenti del tempo in Germania) pubblicò una serie di interventi sulla guerra cui Musil contribuì con un intervento dal tono estatico sullo «spirito marziale di conquista che sentiamo oggi in noi e attorno a noi nella sua forma primordiale” che “ci stupisce e trasporta con gioia» (“Europäertum, Krieg, Deutschtum”). Esaltata belligeranza anche in un celebre pezzo dell’"impolitico" Thomas Mann, che Romain Rolland definirà “mostruoso”, dove questi si definisce “soldato delle idee” pronto alla guerra in nome di Nietzsche, Schopenhauer e Wagner. Anche i fratelli Hauptmann, Franz Werfel, Rainer Maria Rilke, Hugo von Hoffmannsthal, Stefan Zweig, tutti in un modo o nell’altro fecero opera di propaganda. Un altro quotidiano tedesco pubblicò una lista di autori europei ostili agli Imperi Centrali. D’Annunzio si compiacque d’esservi incluso insieme a Maeterlinck, Leoncavallo e Puccini - che però era pacifista e per questo bersagliato da Saba in una pagina di cui il poeta triestino avrà a pentirsi. Stesso clima di unità e mobilitazione corale anche in Russia, nonostante la corte in balia del monaco mefistofelico Rasputin. “Sviatoe edinenie” era la traduzione della celebre “union sacrée” proclamata dal presidente francese Raymond Poincaré. I liberali russi nutrivano la nemmeno troppo segreta speranza che l’alleanza con le democrazie occidentali avrebbe portato a un allentamento del regime autocratico. Tra le firme del manifesto “Alla patria e a tutto il mondo civile” che raccoglie artisti, studiosi e scrittori da tutta la Russia, uniti “per la liberazione dell’umanità dal “giogo teutonico”, c’è anche quella di Maksim Gor’kij. Abbiamo detto che lo stesso Lenin già nel 1913 affermò che una guerra avrebbe aiutato la rivoluzione, anche se, aggiunse, “è probabile che lo Zar non ci darà questa soddisfazione”. Un anno dopo le cose non erano cambiate se Nicholas Mikhailovich, cugino dello Zar, il 30 luglio 1914 annotava: “qui siamo tutti per la guerra e al momento non si registra nessuna voce dissenziente.” E Infatti era per la guerra anche l’avanguardia futurista slavofila e nazionalista di cui faceva parte Roman Jakobson, allora uno studente del ginnasio, e di cui racconta nelle sue memorie. In occasione della visita di Marinetti in Russia, Maiakovsky, Mikhail Larionov e Natalya Goncharova sono d’accordo nel mostrargli aperta ostilità e, se ce ne fosse bisogno, “a tirargli uova marce”, poi però le cose vanno diversamente: “Quando stavamo per andarcene qualcuno gli chiese: ‘tornerà presto a farci visita?’. ‘No’, rispose Marinetti ‘perché ci sarà una grande guerra. E noi saremo con voi, contro i Tedeschi’. Al che incredibilmente Natalya Goncharova gli si avvicinò, gli tese la mano e disse: ‘Al nostro incontro allora, a Berlino’ ”.

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Si consumò allora uno dei tanti atti di quel dramma che Julien Benda in un celebre saggio del 1927 definirà “il tradimento dei chierici”: ovvero l’incapacità d’intellettuali artisti e scrittori di restare (per dirla con il titolo di un famoso saggio del 1916 del pacifista Romain Rolland) “al di sopra della mischia”. Il che da quanto detto sembrerebbe l’unica strada possibile per l’intellettuale, e soprattutto per il poeta: l’opzione Yeats.

On being asked for a War Poem

I think it better that in times like these

A poet’s mouth be silent, for in truth

We have no gift to set a statesman right;

Mi hanno chiesto una poesia di guerra

Penso sia meglio in tempi come questi

Che la bocca di un poeta resti chiusa,

Ci manca il dono di guidare uno statista;

La coscrizione obbligatoria in vigore in Gran Bretagna dal gennaio 1916 non riguardava l’Irlanda e il poeta, nato in un sobborgo residenziale di Dublino, non ebbe mai simpatie per la causa inglese né per la “poesia di guerra” che ignorò con studiata indifferenza. Ma questa sua volontà di tenere la bocca chiusa allorché si volge da prescrizione personale a consiglio “disinteressato” nasconde un risvolto perentorio, autoritario, per certi versi inaccettabile: è davvero questa l’unica via che resta da percorrere alla “poesia onesta” di cui parla Saba? Il solo antidoto a "l’impolitica" cieca di Thomas Mann è il modello Yates, l’Aventino? O è il solo la via meno rischiosa? In nome della prudenza, quante facili chiusure pregiudiziali verso esperienze poetiche di altro segno! Celebre l’esclusione di Owen dall’istituzionale antologia The Oxford Book of Modern Verse curata da Yeats negli anni Trenta, e dato che proprio attorno agli anni Trenta si cominciò a comprendere l’importanza dei poeti di guerra l’esclusione non mancò di destare clamore. Letta oggi non può non apparire arbitraria. Dispetto per dispetto allora, ingiustizia per ingiustizia, chiudiamo recapitando al poeta irlandese l’“Ordine di sfratto per i mandarini d’Europa!” emesso dal ventinovenne Pessoa con l’Ultimatum pubblicato sul primo numero di “Portugal Futurista” (1917) a firma Álvaro de Campos. Nononostante il suo personale Aventino, forse, riguarda anche lui.

ULTIMATUM

                 de Álvaro de Campos

Mandado de despejo aos mandarins da Europa! Fora.

Fora tu , Anatole France , Epicuro de farmacopeia homeopática, tenia-Jaurès do Ancien Régime, salada de Renan-Flaubert em loiça do século dezassete, falsificada!

Fora tu, Maurice Barrès, feminista da Acção, Châteaubriand de paredes nuas, alcoviteiro de palco da pátria de cartaz, bolor da Lorena, algibebe dos mortos dos outros, vestindo do seu comércio!

Fora tu, Bourget das almas, lamparineiro das partículas alheias, psicólogo de tampa de brasão, reles snob plebeu, sublinhando a régua de lascas os mandamentos da lei da Igreja!

Fora tu, mercadoria Kipling, homem-prático do verso, imperialista das sucatas, épico para Majuba e Colenso, Empire-Day do calão das fardas, tramp-steamer da baixa imortalidade!

Fora! Fora!

Fora tu, George Bernard Shaw, vegeteriano do paradoxo, charlatão da sinceridade, tumor frio do ibsenismo, arranjista da intelectualidade inesperada, Kilkenny-Cat de ti próprio, Irish Melody calvinista com letra da Origem das Espécies!

Fora tu, H. G. Wells, ideativo de gesso, saca-rolhas de papelão para a garrafa da Complexidade!

Fora tu, G. K. Chesterton, cristianismo para uso de prestidigitadores, barril de cerveja ao pé do altar, adiposidade da dialéctica cockney com o horror ao sabão influindo na limpeza dos raciocínios!

Fora tu, Yeats da céltica bruma à roda de poste sem indicações, saco de podres que veio à praia do naufrágio do simbolismo inglês!

Fora ! Fora!

Fora tu, Rapagnetta-Annunzio, banalidade em caracteres gregos, «D. Juan em Patmos» (solo de trombone)!

E tu, Maeterlinck, fogão do Mistério apagado!

E tu, Loti, sopa salgada, fria!

E finalmente tu, Rostand-tand-tand-tand-tand-tand-tand-tand! Fora! Fora! Fora!

E se houver outros que faltem, procurem-nos aí para um canto!

Tirem isso tudo da minha frente!

Fora com isso tudo! Fora!

Via tutto nel sacco dell’immondizia dunque. Bene.

Pessoa e il suo futurismo in ritardo di quasi dieci anni compresi.

Buttare nella spazzatura è una delle “cifre” del 1914; uno dei suoi frutti più imbarazzanti e liberatori, perché il sound del futurismo internazionale aveva fatto dilagare un clima “punk” molto diffuso: “C’è più poesia nel conto di una lavanderia che in tutto l’Eugenio Onegin” scrive il russo Aleksei Kruchenykh (I vizi segreti degli accademici) e così lo statunitense Robert Frost, poeta solitamente immaginato esente da scapigliature e futurismi: “quando sentivo esecrare i tedeschi per aver bombardato la cattedrale di Reims, desideravo che una bomba potesse allo stesso modo eliminare Shakespeare dalla lingua inglese”.

E invece c’era dentro fino al collo, come tutti. Perché l’estate 1914 è una discarica a cielo aperto. Tutto, di nuovo, in discussione.

Alcuni Riferimenti:

Sull’arresto e prigionia di Henri Pirenne L. Canfora, 1914, Sellerio, Palermo 2014.

Con lo pseudonimo “Aljagrov” Roman Jakobson fu poeta; il ricordo di Marinetti in My Futurist Years, a cura di Bengt Nagfeldt, Marsilio, New York 1992, pp. 20-22.

Per i testi di Yates e Pessoa rimando alla piccola antologia internazionale di poesia Guerra d’Europa 1914-1918 che ho curato con Maria Pace Ottieri, in uscita in autunno per le edizioni Nottetempo.

A. Kruchenykh, Tainye poroki akademikov, in Izbrannoe, a cura di Vladimir Markov, Wilhelm Fink Verlag, Munich 1973, p. 40.

Prose Jottings of Robert Frost, a cura di Lathem and Cox, Northeast-Kingdom, Vermont 1982, pp. 102-3.








pubblicato da a.amerio nella rubrica in teoria il 28 agosto 2014