Ciak d’addio

Tiziano Scarpa



Martedì 25 aprile.

Arrivo a Tunisi a mezzogiorno. In aeroporto mi aspetta Abdul, l’autista. Partiamo verso sud. Passiamo Hammamet, Kairouan, Gafsa. Ci fermiamo a mangiare budelle di pecora alla brace, vicino alla pozzanghera di sangue dove è stato sgozzato l’animale.

Attraversiamo lo Chott, che è il fondo asciutto di un lago stagionale. La strada è orlata da cristalli di sale: è il deserto assoluto, niente dune né palme, soltanto terra piatta, sembra il pavimento del mondo.

Rimango girato tutto il tempo verso il finestrino, per non farmi prendere per pazzo da Abdul. Mormoro decine di volte: "Hitler, Parigi, Tripoli, Tobruk, Egitto, Lutwaffe, Wermacht…".

Dai cartelloni dipinti a mano, il presidente Ben Ali saluta il popolo. Sui volti della gente cominciano ad affacciarsi lineamenti più forti: i berberi. A Kebili i primi mulinelli di sabbia rotolano sull’asfalto. Oltrepassiamo Douz, dopo 550 km di viaggio. I padroni dei dromedari aspettano i turisti come gondolieri sul Canal Grande.

Nell’albergo, a cena, c’è una comitiva di bancari milanesi in gita aziendale. Gli altri italiani sono sul set, a venti chilometri da qui: stanotte si gira fino all’alba. Mi chiudo in camera a ripetere la mia litania: "Hitler, Parigi, Tripoli, Tobruk…"

Mercoledì 26 aprile.

Alle undici passo in sartoria. Gli aiutanti delle costumiste sono impegnati a invecchiare tessuti e sbiadire cuoio. Francesca mi fa indossare la giacca sahariana, scarponi, gambali, una bustina di stoffa con visiera. Il cinturone ha la fondina: dentro c’è una sagoma finta di metallo vero, per simulare il peso della pistola.
Tre giovani attori aspettano il loro turno dopo di me:
"Tu chi sei?".
Io mi presento.
"Sì, ma qui ci chiamiamo con i nomi dei personaggi, per abituarci."
Allora faccio vedere le mostrine sulla spalla: "Capitano Dante Campiotti. Porto rifornimenti all’ospedale da campo, ma il maggiore Strucchi, il chirurgo, si lamenta perché non gli ho fatto avere il gruppo elettrogeno".
Il mio ruolo nel film è di informare gli spettatori che siamo nel momento di massima espansione del Reich in Europa: gli italiani sono convinti che la guerra finirà entro un mese e torneranno a casa.
I giovani attori mi consigliano di venire sul set stasera, oggi si lavora fino alle tre di notte. Preferisco ripassare bene la mia parte. Resto in camera per tutto il giorno. Le mie battute sono piene di termini ostici. "Hitler, Parigi, Tripoli, Tobruk…" Mi inceppo, dimentico, ho un blocco. Le ore passano fra amnesie e magoni.

Giovedì 27 aprile.

A mezzogiorno, con il truccatore, ci dirigiamo verso un divano nella hall dell’albergo. Mario Monicelli valuta i miei baffi a manubrio, decisamente non in stile anni Quaranta.
"Via quei due tronconi di peli. Via anche le basette!"

Salgo in macchina, arriviamo nei pressi del set: ci sono una decina di camion con i camerini, la sala trucchi, il guardaroba. Mi aiutano a vestirmi. Mi rifilano i baffi, mi affumicano la faccia. Mi sporcano gli orli delle unghie.
Mi intervistano, faranno un video del dietro le quinte: rispondo che Le rose del deserto è un film molto attuale; racconta la storia di un reparto medico dell’esercito italiano nella Seconda Guerra Mondiale, ma parla dell’ambivalenza delle nostre missioni "umanitarie" di ieri e di oggi. E avrà anche il merito di rimettere in circolazione il romanzo autobiografico di Mario Tobino da cui è tratto, Il deserto della Libia.

Al riparo dal sole, provo il dialogo con Alessandro Haber: fa il maggiore Strucchi, chirurgo militare che scrive lettere d’amore alla moglie. Non mi vengono le battute.
"Come la girerà, la scena? A brevi inquadrature, o tutta di seguito?" chiedo a Anna, la segretaria di produzione tuttofare.
"Non lo sai? Monicelli fa quasi solo piani sequenza."
Sono fritto: non mi ricorderò mai tutte quelle frasi di fila. "Mi hai messo in un bel pasticcio!", le dico. È lei che mi aveva visto fare una delle mie letture sceniche a teatro, e l’anno scorso mi ha proposto un provino. "Non ce la farò mai!"
Gli altri attori mi infondono coraggio, Fulvio Falzarano (il sergente Barzottin) e Giorgio Pasotti (il tenente Salvi) sono molto affettuosi con me.

Ci siamo, mi portano sul set. L’oasi: un montarozzo di dune, palmizi radi, tende color sabbia con la croce rossa, automezzi d’epoca.
Mario Monicelli ci aspetta seduto su un bidone, dietro la scrivania dell’ufficio all’aperto che sarà la nostra scenografia. Spiega a Alessandro Haber e a me i movimenti da fare. Io devo stare seduto e sembrare indaffarato con i documenti e la macchina da scrivere. Biascico le mie battute, incespico, balbetto. Sottovoce mi scuso con Haber.
"Va tutto bene," mi rassicura con la sua voce fiatata.
"Provàtela tante volte", ci invita Monicelli.
I binari del carrello per la cinepresa sono già pronti. Intorno a noi una cinquantina di persone, la troupe. Sento i loro sguardi addosso.
"Non sono un attore!", vorrei gridare, "abbiate pietà!" Mi sembra di vivere il più classico degli incubi: sei sulla scena e non sai la parte.

"Io potrei fare così…" suggerisce Haber.
Monicelli lo picchia sull’avambraccio con un foglio arrotolato: "Non sei tu che decidi che cosa devi fare!"
Io lo guardo atterrito: e se per caso si arrabbia così anche con me? Sono nel marasma totale.
Sento una voce molto discreta alle mie spalle. "Sa, da giovane io ero più furbo di lei. Le battute me le appuntavo su un foglietto nascosto…" è Monicelli che mi parla.
Appuntarmi le battute! Che vergogna. Respiro profondo. Mi concentro.
Debbo farcela!
Si gira. "Azione!" La prima volta viene così così. Siamo in presa diretta, tutta la macchina cinematografica è appesa alle nostre parole, se sbagliamo una sillaba bisogna riportare cammelli e automezzi al punto di partenza sullo sfondo dell’inquadratura. Sgarrare la pronuncia di una lettera manda all’aria il lavoro di cinquanta persone…
La seconda volta un colpo di vento fa volare le carte dalla scrivania. Monicelli le acciuffa con un’agilità sconcertante e mi guarda: "Perché si è fermato?"
Io sussurro intimidito: "Il vento…"
Mi rimprovera: "Non sta a lei dare lo stop."
Miracolosamente, nei ciak successivi riesco a tenere il ritmo della conversazione. "Buona!" sento dire dal regista. Sono incredulo.

Venerdì 28 aprile.

Stamattina ho poche battute, nulla in confronto alla difficoltà di ieri. In auto verso il set, Michele Placido mi fa provare il nostro dialogo. Lui è padre Simeone, un buffo missionario molto schietto, pragmatico: viene a chiedere aiuto all’ospedale da campo italiano per un bambino malato.
"Le parole della sceneggiatura vanno rese vive, non ti preoccupare se ci interrompiamo a vicenda", mi dice.

Sul set Monicelli ci dà istruzioni. Devo montare sul sidecar e sedermici dentro. E chi c’è mai stato, in un sidecar, nella vita? Scruto predellina e maniglie, per improvvisare una mossa fluida.
La moto si avvia a fatica, con uno sparo. Facciamo alcune prove, a motore spento e poi acceso.
"Mi raccomando, appena lui ti dice ’vai’, tu parti. Ma subito!" dice Monicelli al motociclista.
Giriamo la scena. Recitiamo il nostro breve dialogo di congedo, Haber, Placido e io.
"Vai", dico al motociclista al mio fianco.
Il sidecar ha un’esitazione, si muove dopo un secondo.
Sento un ruggito dietro le mie spalle: "Vai!, vai!, vai!". Mi volto. È Monicelli che grida come una belva! Prima di arrivare qui mi ero immaginato che, a novantun anni, lui il film lo firmasse, più che dirigerlo.

Sabato 29 aprile.

Le otto del mattino. Fra mezz’ora Abdul mi riaccompagnerà a Tunisi. Gli altri stanno per ritornare sul set. Lavoreranno fino a metà giugno.
Mario Monicelli mi vede arrivare nella hall e si alza in piedi per stringermi la mano. "Speriamo di rivederci a Roma," mi saluta.
Entro nella sala dove gli altri stanno facendo colazione. Ho gli occhi inumiditi. "Si è alzato in piedi! Per stringermi la mano. Alla sua età. In piedi!", ripeto commosso.
"Mbè, normale, no?" commenta in romanesco un tecnico della troupe, "è ’n signore."

Pubblicato su "L’espresso", 8 giugno 2006.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 30 novembre 2010