L’elefante

Elisa Ruotolo



Avevo sempre saputo che era sbagliato dare consigli a mio padre. Però quando venne a dirmi che si sposava di nuovo non seppi tenermela. Ero stato un ragazzo tiepido in famiglia e adesso da uomo me la prendevo calda come un orfano appena fatto.
“C’è un tempo per ogni cosa!” gli dissi cercando appigli nella Bibbia.
E non mi era sembrato il caso d’aggiungere che il suo non era più quello di vivere. In tutta onestà non saprei dire se a bruciarmi fosse la notizia che mi dava o la vaga richiesta di un aiuto in danari: stavolta voleva fare le cose in grande, finanche il viaggio che a causa mia aveva mancato nel matrimonio con mia madre. Era chiaro come una cartolina che la mia imprudenza di allora dava corda agli obblighi di oggi, e non credo mi andasse a genio. Sono pur sempre un uomo di seme antico, forse per questo gli dissi no. Un no senza speranza, senza ripensamenti possibili. Poco dopo seppi che aveva venduto casa, e che in lavanderia si faceva aiutare da una donna coi capelli bianchi ma ancora lunghi sulle spalle. Una di quelle signore che non sanno crescere.
Io, della sua attività, non avevo voluto sentirne: tutta la vita passata a ripulire sporcizie non poteva essere il mio ideale. Se proprio da una parte dovevo sistemarmi, sarebbe stato sul fianco di quelli che imbrattano, e avevo cercato lavoro in una pasticceria. Lì di certo non attaccai i manifesti riguardo i fuochi tardivi comparsi nella vita di mio padre. Ma non ero stupido, e capivo che quando il discorso girava su di lui, o qualcuno lo teneva ad esempio, in realtà c’era un senso nascosto, come un doppio fondo di valigia. In tutto ciò mio padre era rimasto uguale (a parte i capelli che gli erano rispuntati neri sulla testa), e nonostante quella volta gliele avessi predicate a colori, continuava a tenermi a giorno con certe telefonate lunghe e penose che lasciavo soprattutto a mia moglie. Una volta poi ci invitò a cena, me e Laura.
“E tu che gli hai risposto?” le domandai con la faccia tinta e il sangue in disordine.
“Che almeno il dolce lo portavamo noi,” rispose calma legandomi le parole. Io me ne andai in camera e accesi la tv sul canale dei documentari. Buona parte della notte la passai in chiaro, e il poco che dormii me lo presi di rabbia, di spalle a mia moglie e girato sul cuore.
Solo che al mattino mi ci volle un po’ per ricordare perché mai dovessi stare in febbre con Laura. Non posso farci niente: questionare con mia moglie mi ha sempre fatto sentire come un cencio dilaniato in un gioco di cortile. Mi misi d’impegno a cercare la cosa giusta da dirle, e mi sembrò d’averla trovata guardando sul comodino, dove l’agenda di Laura se ne stava al solito posto, una matita infilata tra le pagine. A quel punto mi alzai quasi senza pensarci, entrai in cucina e con quell’aria malriuscita che avevo addosso al mattino dissi:
“Ma guarda un po’ che vado a sognare stanotte!”
Bisogna sapere che mia moglie crede più ai sogni che al Vangelo: in quel periodo teneva un’agenda in cui annotava tutto quello che di notte ci passava per la testa, e io tremavo ogni volta di mostrare qualche mia sfuggita di cuore. Chi lo sa, forse per un po’ di tempo si è illusa di capirci qualcosa del nostro avvenire, almeno finché abbiamo sperato di poterci dare dei figli. Comunque quella volta funzionò, perché appena parlai Laura si voltò e mi chiese di raccontare.
Avrei dovuto giocarmela meglio, lo so. Presi tempo a sedermi come per riflettere, poi siccome sentivo i pensieri venirmi di schiena, misi a fuoco il documentario della sera prima e le dissi che avevo sognato un elefante. Non potevo mirare a una cosa più stupida di quella, ragionai dopo averla tirata fuori, e invece no: Laura batté le mani come una bambina e per giorni non parlò d’altro. Questo sogno arrivò a raccontarlo ai vicini. Ricordo che ancora molti mesi dopo scrisse addirittura una lettera a suo fratello in Australia, per dirgli che stavamo tutti in quel bene che gli auguravano, ma poi non aveva saputo frenare in tempo e aveva chiuso dicendo “Sai che Enrico ha sognato un elefante?”
Per lei quella faccenda doveva essere una roba seria, mentre io cercavo solo di sfebbrare i discorsi. Poche volte in vita mia mi sono sentito così ridicolo e in colpa: un po’ perché non m’andavano certe familiarità col vicinato e un po’ perché sapevo d’averle mentito. Solo una cosa le domandai la sera che uscimmo per andare da mio padre, mentre chiudevo la porta:
“Per favore, lasciamo a casa l’elefante.”
E non ci fu bisogno di perdersi in promesse o giuramenti, ho sempre saputo che potevo fidarmi di Laura.

Finsi di non sapere: né dove si trovasse la casa, né chi fosse la donna che viveva con mio padre. Invece ero andato a spiarli una sera sul tardi, dopo che in pasticceria avevo preparato i lieviti per il giorno dopo. Sapevo che alla fine s’erano sposati solo in chiesa, per mettere le cose in ordine davanti a Dio, e degli uomini se n’erano altamente fregati: Viola non aveva perso la bussola per mio padre al punto da rischiare la reversibilità del marito. Di lei sapevo che era una vegetariana convinta. Pochi giorni prima della cena aveva chiamato Laura per informarsi sui miei gusti e quando aveva sentito che sarebbe andato bene qualcosa di leggero, qualsiasi cosa, magari carni bianche aveva infilato un gridolino nell’apparecchio, come se le avessimo chiesto di padellarci un cane. Questa cosa mi aveva insuolato ancora di più i pensieri: in pasticceria presi una delle torte congelate dal freezer e me la feci incartare a festa. Proprio non mi venne in mente di chiamare Viola per sentire che gusto preferiva.
Quella volta, anche se avevo girato lentamente nel quartiere, e parcheggiato in un’ombra un po’ lontana dal palazzo, ci accorgemmo di essere in orario. Bussai piano e dietro la porta sentimmo il trambusto delle case in disordine quando arriva qualcuno. Venne ad aprirci la donna che avevo visto in lavanderia: bassa, i capelli bianchi ma ancora folti, stretti in una treccia di ragazza, e di fianco un uomo più giovane del padre che avevo lasciato vedovo e solo nella mia casa di bambino. Erano sporchi di pittura dappertutto e mio padre aveva in mano uno di quei pennelli grossi con le setole di cinghiale.
“Stiamo ridipingendo le pareti,” spiegò Viola togliendomi dalle braccia il dolce rimasto in freddo come me, che nonostante le telefonate non riuscivo a sorriderle.
Di lì a poco io e Laura ci dividemmo: lei con Viola in cucina, da cui dovevo ammettere proveniva un buon odore, e io con mio padre che mi portò in giro per le camere a mostrarmi le pareti fresche di pittura.
“Vieni,” disse a un certo punto guidandomi in camera da letto. Lì avevano scelto un colore riposante, un giallo pastello che allargava l’ambiente e dava luce.
“Vedi?” mi chiese indicando una parete. “Vedi qui?”
Gli feci segno di sì e lui andò avanti.
“Qui vorrei lo stesso disegno che ti feci in camera,” disse. “Te lo ricordi?” Io non me lo ricordavo e stavolta non era per puntiglio: veramente non me lo ricordavo. Sapevo del padre da castigo, del padrone della casa e del televisore nella domenica delle partite, sapevo la sua voce grossa nei fondi delle camere. Ricordavo il nemico e dovevo ammettere che faticavo parecchio a trovare il padre.
Rimasi fermo a fissare la parete giallina come se sperassi di vederci apparire quello che ormai m’era caduto di mente. Lui mi diede tempo, ma quando ci chiamarono dalla cucina e si mosse per uscire lo fermai. Volevo sapere. Mio padre s’avvicinò alla parete, prese una matita grossa e cominciò a fare dei segni che all’inizio non capivo. Poi appena distinsi qualcosa mi accostai, cercai una matita in una busta appesa a un cavalletto e feci la mia parte. Quando mia moglie e Viola vennero a vedere ci trovarono lì, in silenzio, che disegnavamo sulla parete ancora fresca di pittura. E anche se la cena era pronta e forse in tavola, noi andammo avanti. A un certo punto mi voltai e vidi Laura che sorrideva con gli stessi occhi di quando le avevo raccontato il sogno. Fu allora che abbassai le braccia e feci qualche passo indietro per guardare meglio la parete, poi senza dire niente andai a lavarmi le mani.

Prendete un uomo, ma che sia appena cresciuto. Ecco, prendetelo e domandategli cosa ricorda di quando era bambino: ogni volta – potete scommetterci la casa – vi svuoterà una gerla di pensieri inutili. Io quell’elefante sulla parete di contro al letto (disegnato da mio padre per tenermi buono durante una malattia infantile), proprio quell’elefante non l’ho mai ricordato. E però ho deciso di crederci, come Laura aveva fatto con me: perché mio padre era un uomo vecchio che cercava ancora di vivere, e forse a quel punto si diventa onesti; perché aveva avuto la pazienza d’aspettare che mi spuntasse la ragione; e perché in fondo, su quella parete facemmo un buon lavoro: un elefante che ha resistito a lungo, almeno finché la casa non è passata ad altri dopo che anche mio padre e Viola se ne sono andati. Certe volte mi viene il pensiero che siccome adesso sono vecchio anch’io, potrei decidermi a dire a Laura la verità sul mio elefante, ma poi mi chiedo a cosa serva: è sbagliato non avere segreti e ridursi come un salvadanaio vuoto, che lo scuoti e non manda rumore.
Quella sera rientrando mi tenni di nuovo leggero sull’acceleratore. Pensai a mio padre e per la prima volta gli augurai del bene, forse un bene che poteva stare in un pugno: di trovare biancheria pulita ogni giorno, e un piatto caldo per cena, che i colori alle pareti tenessero a lungo e perché no, che ogni tanto gli riuscisse di fare l’amore.
Quando poi arrivammo spensi i fari e il motore, ma aspettai a scendere. Accesi la radio su una stazione qualsiasi e rimasi ad ascoltare. Laura per un po’ tenne le dita sulla maniglia della portiera ma poi lasciò perdere: si mise comoda, abbassò il sedile e si sfilò le scarpe. Voglio dire, avrebbe potuto rientrare, piantarmi in macchina, cercarsi un uomo che le desse dei figli. Ma non è andata così. A poco a poco non mi ha più nemmeno domandato dei sogni, e l’agenda che tenevamo non so proprio dove sia finita. L’ultima volta che mi è capitata fra le mani l’ho aperta e ho riletto cosa aveva scritto tempo prima sull’elefante, con quella grafia attenta e chiara di chi vuole essere capito.
Forse non ci credeva nemmeno lei che saremmo rimasti e invece ce l’abbiamo fatta.

«Sognare un elefante, in genere, è buon segno.» (Antica smorfia napoletana)








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica racconti il 29 novembre 2010