“Il cuore non riesce a vivere di pace…”

Sergio Baratto



Di Aleksandr Aleksandrovič Blok (San Pietroburgo 1880 – Pietrogrado 1921) si dice di solito che è il massimo esponente della poesia simbolista russa. Per me è "semplicemente" uno dei più grandi poeti russi di ogni tempo.
Oggi, domenica 28 novembre 2010, cade il centotrentesimo anniversario della sua nascita: forse non è una ricorrenza particolarmente significativa, almeno dal punto di vista aritmetico, ma la uso come pretesto per ricordare un poeta grandissimo eppure – mi sembra – poco noto e frequentato in Italia, al di fuori della ristretta cerchia dei russisti e dei lettori di poesia più attenti.
Ho scelto una manciata di poesie lungo tutto l’arco della sua opera poetica, dagli esordi mistici e neoplatonici dei Versi sulla Bellissima Dama alle visioni solitarie e disperate del Mondo terribile.
Anna Achmatova disse che Blok era un "uomo-epoca". Di fatto, sullo sfondo dei suoi versi scorre tutto il cruciale primo ventennio del Novecento russo: la fin-de-siècle con il suo senso di estenuazione e decadenza, la trepidante attesa di palingenesi, la tragedia della guerra russo-giapponese, la fallita rivolta del 1905, la palude morale del riflusso, della grande dissipazione, l’ultima atroce illusione rivoluzionaria dell’Ottobre – la fine del vecchio mondo orribile destinata a partorire un non meno orribile mondo nuovo.

Chiedo anticipatamente venia per le presenti versioni, che sono responsabilità del sottoscritto. Mi è di solo conforto la consapevolezza che, se tradurre poesia è impossibile, nel caso di Blok tale impossibilità vale due volte.
(S.B.)

***

È terribile il freddo delle sere,
il vento che si dibatte angosciato,
l’inquieto fruscio
di passi inesistenti sulla strada.

La gelida linea del tramonto
è come il ricordo di un male recente
e il segno sicuro che siamo dentro
un cerchio non dischiuso.

(1902)

*

Entro in templi oscuri,
celebro un rito disadorno.
Attendo là la Bellissima Dama
in uno scintillio di rosse lampade.

Nell’ombra presso un’alta colonna
tremo al cigolio delle porte
e negli occhi mi fissa lucente
solo l’immagine, il sogno di Lei.

Oh, io conosco gli ornamenti
dell’Eterna suprema mia Sposa!
Corrono lungo i cornicioni
favole, sogni e sorrisi.

Tenero è il lume dei ceri, oh mia Santa,
e mi confortano i Tuoi lineamenti!
Non odo né voci né sospiri
ma ho fede nella Tua misericordia.

(1902)

*

Farà giorno, come un attimo di gioia.
Scorderemo tutti i nomi.
Tu verrai nella mia cella
e mi riscuoterai dal sonno.

Sul viso cinto di tremore
indovinerai i miei pensieri.
Ma tutto il passato si farà menzogna,
Non appena i raggi Tuoi s’incendieranno.

Come un tempo, con muto sorriso
leggerai sulla mia fronte
l’amore malcerto e infedele,
l’amore che è fiorito sulla terra.

Ma allora, in maestà e bellezza,
senza più dubbi né assilli prenderò
il calice e berrò fino in fondo,
compartecipe del Giorno Tuo.

(1902)

*

Divampano segni arcani
sul muro cieco, esanime.
Papaveri rossi e dorati
gravano in sogno sopra di me.

Mi rifugio negli antri della notte
e non ricordo i severi miracoli.
All’alba azzurre chimere
si specchiano in cieli lucenti.

Fuggo negli istanti passati,
chiudo gli occhi per la paura.
Sulle pagine di un libro che si ghiaccia –
una treccia dorata di fanciulla.

È già basso su di me il firmamento,
un sonno nero mi pesa sul petto.
La fine che mi fu destinata è vicina,
e la guerra e l’incendio mi stanno di fronte.

(1902)

*

Una fanciulla cantava in un coro di chiesa
di tutti gli stanchi in contrade straniere,
di tutte le navi partite per mare,
di quelli che avevano perso la gioia.

Cantava così la sua voce, volando alla cupola,
e un raggio splendeva sulle candide spalle,
e ognuno guardava e dal buio ascoltava
la candida veste cantare nel raggio.

E a tutti la gioia pareva tornare,
che in placida baia i vascelli
e gli stanchi in contrada straniera
avessero trovato una vita lucente.

E la voce era dolce, e il raggio sottile,
e solo in alto, alle Porte Reali,
sapendo i misteri, piangeva un bambino
perché nessuno sarebbe tornato.

(1905)

*

Nuovamente sul campo di Kulikòvo
La nebbia è salita, si è sparsa
e come una nube severa
ha velato il giorno venturo.

Dal silenzio profondo,
dalla nebbia traboccante non proviene
alcun tuono di fiabesche battaglie,
né si vede alcun lampo di guerra.

Eppure ti riconosco, principio
di giorni grandi e tumultuosi!
Sulle schiere nemiche, come un tempo,
Il rumore e le trombe dei cigni.

Il cuore non riesce a vivere di pace,
non per nulla le nubi si sono raccolte.
Greve è l’armatura, prima dello scontro.
Adesso è giunta la tua ora. Prega!

(Da Sul campo di Kulikovo, 1908)

*

Notte, strada, lampione, farmacia,
luce torbida e insensata.
Vivi pure ancora un quarto di secolo –
sarà sempre così. Non c’è via di scampo.

Morirai – daccapo ricomincerai
e tutto si ripeterà come prima:
notte, il gelido incresparsi del canale,
strada, lampione, farmacia.

(Dalle Danze della morte, 1912)

*

Una voce dal coro

Quanto spesso piangiamo, voi ed io,
sulla nostra miserabile vita!
Oh, se solo sapeste, amici,
il freddo e il buio dei giorni a venire!

Ora stringi la mano all’amata,
giochi e scherzi con lei,
e piangi se nella cara manina
l’inganno o un coltello hai scorto,
bambino mio, bambino!

Menzogna e perfidia non hanno misura,
e la morte è lontana.
Sempre più nero sarà il mondo terribile
e sempre più folle il turbinio dei pianeti,
per secoli e secoli ancora!

E l’ultimo secolo, il più orribile,
lo vedremo voi ed io:
l’immondo peccato occulterà il cielo,
su ogni bocca si ghiaccerà il riso,
l’angoscia del non essere…

Aspetterai la primavera, bimbo mio –
la primavera t’ingannerà.
invocherai il sorgere del sole –
il sole non si leverà.
E quando comincerai a gridare, il grido
cadrà come una pietra…

Siate contenti della vostra vita:
più zitti dell’acqua, più bassi dell’erba!
Oh, se solo sapeste, figli miei,
il freddo e il buio dei giorni a venire!

(1914)

*

Il nibbio

Tracciando cerchi armoniosi un nibbio
volteggia sul pascolo assonnato
e guarda la vuota prateria. In una casupola
una madre piange china sul figlio:
"Su, su, mangia, succhia qui,
cresci, obbedisci, porta la croce".

Fuggono i secoli, la guerra strepita,
cresce la rivolta, bruciano i villaggi
e tu sei sempre la stessa, terra mia –
di un’antica e lacrimosa bellezza.
Per quanto ancora piangerà la madre?
Per quanto ancora volteggerà il nibbio?

(1916)

*

…Vanno lontano con passo di potere…
Ancora? Chi è là? Vieni fuori!
Là davanti, è solo il vento
che fa lo scemo con la bandiera rossa…

Più davanti c’è un cumulo ghiacciato.
Chi è nascosto nel cumulo? Fuori!
Ma è solo un povero cane affamato
Che li segue zoppicando…

Fuori dai piedi, cagnaccio tignoso,
o ti pizzico con la baionetta!
Vecchio mondo, sei un cane rognoso,
sparisci – ti faccio a pezzi!

Digrigna i denti – lupo famelico –
La coda abbassata – non demorde –
Cagnaccio affamato, cagnaccio bastardo…
Ehi, tu, rispondi! Chi va là?

Chi è che sventola la bandiera rossa?
Guarda un po’, ma che razza di buio!
Chi è che scappa con passo veloce
nascondendosi dietro ogni casa?

Chi se ne frega, tanto ti prendo,
meglio per te se ti arrendi da vivo!
– Ohè, compagno, vah che si mette male,
vieni fuori, che cominciamo a sparare!

Ra-ta-ta-ta! – E solo l’eco
tra le case risponde…
Solo la tormenta tra le nevi
dal gran ridere si spancia …

Ra-ta-ta-ta!
Ra-ta-ta-ta…

...Così vanno con passo di potere –
dietro a loro il cane affamato,
e alla testa, col vessillo insanguinato,
invisibile oltre la bufera,
non toccato dalle raffiche,
camminando gentile sopra i turbini,
come uno sciame perlaceo di neve,
con una coroncina bianca di rose,
viene avanti Gesù Cristo.

(Da I dodici, 1918)








pubblicato da s.baratto nella rubrica poesia il 28 novembre 2010