La musica serve, è un diritto e una medicina

Gemma Bertagnolli



Siamo musicisti e siamo italiani. Il nostro lavoro nasce dalla nostra Storia, dalle nostre biblioteche. Continua nei teatri di tutto il mondo, e nelle tante registrazioni che ridanno corpo a suoni e pensieri antichi di secoli. Siamo la generazione dei cosiddetti musicisti filologi o "storicamente informati", ossia la corrente che sgorga e rimuove i detriti rivelando tesori dimenticati. Se fossimo olandesi, o francesi, o tedeschi, il nostro Stato ci sosterrebbe, sia pure a fatica nelle presenti difficili circostanze, quali ambasciatori della cultura nazionale.

Invece qui da noi un certo ministro ha fatto un minestrone di chi lavora nella musica e nello spettacolo, includendoci tutti nell’oltraggiosa definizione di parassiti della società. Un bel coraggio. Ma noi - a differenza di altre categorie artistiche un tempo più garantite ed oggi anch’esse in via di precarizzazione - abbiamo sempre svolto da liberi professionisti questo lavoro, e solo quando ci esibiamo veniamo pagati, altrimenti nulla.

Alberto Martini, responsabile dei Virtuosi Italiani, ragionando a proposito dei pesanti tagli al Festival Pergolesi-Spontini di Jesi, ricordava che "Il Festival in questi anni è vissuto e cresciuto anche grazie al contributo, alla collaborazione e ai sacrifici dei musicisti che vi hanno partecipato. Pensiamo per esempio alla scorsa edizione, quando l’Accademia Barocca de I Virtuosi Italiani in 11 giorni complessivi d’impegno ha realizzato L’Arte della Fuga, due recite de Il Prigionier Superbo di Pergolesi e un concerto. Non è forse questo ottimizzare le risorse ed evitare gli sprechi, in linea con quanto predica, spesso sommariamente, chi ci governa?"

Dal naufragio si sono potuti salvare, con tipica logica da "Emergenze e Grandi Eventi", solo due giganti a cui va tutto il nostro rispetto: Gustav Leonhardt e Claudio Abbado. Ma forse complessi come l’Accademia Bizantina, la Pietà de’ Turchini, l’Accademia Barocca de I Virtuosi Italiani sono da considerarsi di serie B?

La nostra vicenda dimostra che le minori risorse non comportano necessariamente un minor senso in ciò che si fa. Per contro la logica dei Grandi Eventi è il veleno che rischia di portarci verso la progressiva sterilizzazione della nostra civiltà musicale. Basta concerti decentrati, basta festival, basta ragazzi che studiano musica, basta abitudine a partecipare, basta affezione del pubblico? La nostra generazione, ed il relativo lavoro sul barocco, sono germogliati proprio dal fertile terreno delle piccole cose; dal diletto che si espande in ricerca e magari in alta professionalità.

Ma anche quando rimane allo stadio del diletto, i bambini che studiano musica senza l’ambizione di diventare il genio prossimo venturo vivono meglio, studiano meglio, giocano meglio. E gli adulti che l’ascoltano lo fanno normalmente per aver preso l’abitudine da bambini. La musica serve, la sua pratica è un diritto civile e sociale, una medicina contro l’imbarbarimento; abbiamo bisogno di aiuto per non farla scomparire.

Gemma Bertagnolli, soprano.

Questo intervento è stato pubblicato nel numero di novembre 2010 della rivista Amadeus.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica musica il 28 novembre 2010