Teologia da supermercato

Paolo Zanotti



Caso particolare della regola secondo cui i ricordi d’infanzia possono condizionare e finire per coincidere con l’immagine che uno si fa dell’aldilà. Astenersi i quant’era bello quand’ero piccolo, il mio primo ricordo quando ho aperto gli occhi in giardino ero nella culla, infilarsi il grembiulino della scuola è stato come uscire dal paradiso di mamma. Ma soprattutto, per favore, smettiamola di criminalizzare i consumatori.
Non si sa bene (non c’è spazio per una digressione sull’idiozia degli adulti, che verrebbe lunga) come c’eravamo finiti e comunque il mondo era ritagliato sulle dimensioni di un’aula, o forse poco più, fuori si faceva la coda, quando eri pronto ti arrivava tra le mani un carrello taglia consumatore di prima elementare. Tra un carrello e l’altro calcolavano pochi secondi e, dentro, non valeva sorpassare. Come alla caccia al tesoro c’era una lista, ma allora scarsamente comprensibile e soprattutto poco motivante (detersivo e non dobloni, sale e non vele, zucchine e non iguanodonti). Ci era sembrato di capire che all’uscita ci sarebbe stata una signorina ad aspettarci, noi e il carrello, e ci avrebbe condotti in una stanza a parte dove gli esperti avrebbero dato un giudizio sul nostro modo di fare la spesa. I parametri ci erano stati notificati sommariamente prima di entrare nell’aula-supermercato. Del resto è facile immaginarli.
Ecco il mio turno, incastonato tra Giuseppe e la Susanna, che avrei usato come stelle fisse. Se fossi io a guidare il carrello o il carrello a guidare me non era chiaro, ma avevamo raggiunto un buon accordo. Questo almeno finché all’altezza dell’ultima curva (e mi sembrava che fin lì non me la stessi cavando tanto male) mi sono trovato a fissare di sotto in su il primo ciclopico double bind della mia vita: a sinistra un fustino dalla marca fin troppo conosciuta, a destra un altro che costava molto meno ma si parava dietro al disegno di un agnellino così indifeso da quant’era pulito. Sveglia, sveglia, spicciati, tanto sei fottuto comunque, mi ripetevo, e poi la Susanna che ti sta per superare. Che ci controllassero solo alla fine mentre durante no, del resto, nessuno di noi ci aveva davvero creduto. I bambini in realtà son diffidenti, smettiamola di prenderci per il culo.
(Confesso che non mi ricordo veramente che età avevo, la prima elementare è una pura convenzione del ricordo, so solo e ne sono sicuro che io quel primo momento della verità del mio destino avrei voluto sfruttarlo per dichiararmi finalmente alla Susanna e poi sparire, diventare interstiziale in uno di quei doppifondi della realtà dove vanno a finire i calzini le presine e gli accendini. È facile sentirsi a proprio agio con i diminutivi.)
Una volta nella stanza del giudizio ho avuto un bel tentare di assolvermi, di dire che sì ho preso quello di marca lo so certo che era di marca ne sono consapevole, sì conosco la pubblicità, sì guardate che se me ne offrite due in cambio di uno accetto di corsa, ma era un buon prezzo, guardate che era in offerta, no, a dire la verità non lo so a quanto lo fanno da altre parti ma ho visto che era in offerta e io non sono mica come quelli che fanno le spese dissennate che comprano comprano tutto il giorno sono degli ossessi sono praticamente posseduti dall’idea di far spese mia cugina per esempio che poi non per fare la spia ma secondo me è anche bulimica (oppure) sì che ho preso quello che costa meno, ma guardate che l’agnellino non c’entra mica, del resto a me è della categoria agnellini in generale che non importa e poi siamo seri chi l’ha mai visto dal vivo un agnellino.
Non credo di essere stato capito, non credo quella volta di essere riuscito a farmi giustificare né attraverso il risparmio né attraverso la qualità. Ma mi hanno sorriso comunque, perché quella era solo una simulazione, e mi hanno indicato l’uscita e io mi sono trovato di nuovo al sole nel tempo-spugna dell’infanzia, solo che non ero più sicuro che quel sole fosse così sole, non ero più sicuro che quel tempo fosse così spugna. Perché sicuramente si era formata una crepa, perché la consapevolezza della marca e dell’agnellino mi avevano fatto perdere qualcosa. E così quando anche la Susanna, appena dopo di me, si è presentata all’uscita santarellina e sorridente come può esserlo solo chi si è appena confessato (ottenendo, al contrario di me, un’assoluzione con formula piena) ecco che io mi sono reso conto improvvisamente che non solo non mi sarei più dichiarato ma non l’avrei proprio mai più considerata mai più guardata mai più amata stop.
Intendiamoci. Si può finire all’inferno per un detersivo? Si può sedere alla destra del padre azzeccando la giusta carta igienica? Ora non posso evitare di chiedermelo tutte le volte che faccio la coda alla cassa di un supermercato o peggio ancora di un centro commerciale. Sarà anche colpa della combinazione di filodiffusione e luci al neon ma è difficile avere pensieri particolarmente profondi in quei momenti, la tua testa fluttua, al più puoi ricapitolare la lista della spesa che ti eri fatto, controllare se ti sei dimenticato qualcosa (tanto ormai è tardi), o magari assecondare l’ultimo innocente impulso cleptomane e intascarti una scatola di lamette o un pacchetto di chewing-gum. Ma anche questi pensieri di basso livello si dissolvono subito, lasciano il posto all’ipnosi degli altri, gli altri che sono in coda con te ma che mentre stavate facendo la spesa neanche li avevi visti. Perché eri troppo concentrato? Perché in realtà sotto sotto ma lo sapevi bene che dietro la maschera del prossimo tuo si cela sempre un concorrente? Un brivido. Arriva la paura. I dubbi sulla soglia della cassa. Per esempio: sei stato leale? Hai abbandonato qualcosa sugli scaffali? In tal caso non penserai mica che il tuo gesto sia così ininfluente, d’accordo ti sei sbagliato d’accordo ci hai ripensato, ma per evitarti la fatica hai condannato quel prosciutto ad andare a male, quei biscotti a finire fuori inventario. Proprio come ammutinati sbarcati su un’isola irrisoria puoi anche mentirti che sapranno cavarsela, ma in fondo lo sai che la solitudine, l’esperienza che ci vorrebbe, senza contare che i cannibali.
Una coda due code dieci code e la coda è sempre la stessa. C’è la vecchina con un intero campionario di cornici da innalzarci un bel sacrario. C’è la coppia recente che ha patteggiato su ogni acquisto, una lenta trattativa per conoscere i gusti dell’altro, una partita a scacchi giocata sulla testa delle cose. Centinaia di casalinghe che sono le più prevedibili, ogni gesto per la famiglia, ogni acquisto per esprimere amore soddisfare attese provare a migliorare diete e in fondo, messo da parte dal resto della spesa, il cioccolatino dolcino pasticcino non previsto ma da acquistare come segreta gratificazione, ricompensa per quel rognoso lavoro-sacrificio che è il fare la spesa (e aggrappato alla coda di questo pensiero il ricordo di quando mia madre per ogni spesa in cui le davo una mano mi regalava una macchinina, e soprattutto la rapidità con cui il rapporto spesa-macchinina era stato da me trasformato in rito indiscutibile).
Il risparmio, poi. Già, il risparmio, non lasciatemi solo qui ammettetelo pure voi che non li conoscete affatto i prezzi che girano negli altri posti, ammettete che vi siete lasciati abbindolare dalle offerte, ammettete che non si può risparmiare senza prima comperare. Quello che io ho fatto sarà stato, al massimo, prendere questo per evitare quell’altro, che non mi stava simpatico, o che non mi dava sicurezza, o perché era chiassoso e multinazionale. Se però guardo voi vedo tra le vostre teste e il soffitto aprirsi un cielo al neon popolato di angioletti con le ali al posto delle orecchie, le loro facce sono quelle dei vostri antenati mariti figli nipoti pronipoti discendenti più che ipotetici, e tutti che inneggiano al risparmio e all’amore, all’amore e al risparmio, e intanto giù a benedire e a guardare con benevolenza.
Insomma, non neghiamo che parto svantaggiato, che ho sbagliato la via. In questa corvée terrena sembra proprio che non si possa raggiungere un buon rapporto con gli oggetti a meno di non usarli per raggiungere una persona o un fantasma di persona. Eppure ci sarà stato almeno un poeta romantico che abbia sognato un paradiso debrandizzato in terra in cui la spesa è animata, ti sussurra ancora dal sacchetto, i mobili della casa ti parlano, le scarpe escono dal cassetto già a coppie, scodinzolano e ti passeggiano attorno e tu, unico uomo di questa età dell’oro, dai finalmente le marche alle cose. Ci vorrebbe, ci vorrebbe sì un Dichter, perché ci sono volte che ti sembra che questo sia quasi possibile, momenti della giornata in cui l’eden è a portata di pantofola, come un sogno da prima colazione che sei ancora mezzo addormentato e ti sorprendi (no, non ti sorprendi, ci penserai dopo, al momento ti sembra più che naturale) a esortare la caffettiera a riempirti la tazzina, il latte a bollire, il vasetto della marmellata a lasciarsi svitare, tranquilla affinità elettiva con le cose, pinocchiesca saturazione dei colori del mondo domestico.
La coda avanza lentamente, fortuna che è lenta perché io ancora non ho scoperto per chi acquistare. Ho bisogno di tempo, ho bisogno ancora di altro tempo. Perché lo so che invece il tempo vola e una spesa o l’altra si avvererà. Poco importa che sia alla Coop tra casa mia e l’ospedale, al minimarket sulla via del centro, all’Esselunga verso la tangenziale, ma sono sicuro che tra un giorno una settimana un anno mi imbatterò in una coda più immobile perché più minuziosa. Cosa che già mi darà da pensare. Supplicante tirerò il Dichter per la manica, perché faccia parlare gli oggetti del carrello – chissà magari qualche dritta, o anche solo una testimonianza a favore. Ma no, sarà inutile. E poi vedrò, in silenzio felpato, alcuni essere accompagnati a destra e altri a sinistra, diversissime le espressioni sulle loro facce. E quella crepa che spartisce il sole in due, là fuori, quel sole, cazzo.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica racconti il 26 novembre 2010