Tam Lin e altre poesie

Sergio Baratto



Tam Lin e altre poesie di Francesca Matteoni (Transeuropa, 2010) è una piccola ma intensa raccolta poetica: Smilza, leggerissima eppure densa come una stella di neutroni.
Quando mi è arrivata, l’ho letta tutta di filato. Prima con l’interesse e la curiosità che ho sempre quando maneggio un libro nuovo, poi con emozione crescente. Infine l’ho messa nel mio tascapane, avvolta in una bustina di plastica perché non si rovinasse, e per un paio di settimane l’ho portata con me ovunque andassi.
Così, ogni volta che frugavo in borsa alla ricerca di una cicca o degli spiccioli per un caffè, mi ricapitava in mano: allora l’aprivo, la sfogliavo, ricominciavo da dove mi ero interrotto la volta precedente.
Forse, senza pensarci, volevo rileggerla per frammenti, per vedere se la prima impressione sarebbe sopravvissuta intatta. Invece si è rafforzata. A questo punto, dovrei forse spiegare in parole concettose come sia la voce poetica di Francesca Matteoni. Ma non credo che ne sarei capace, o almeno non credo che riuscirei a dire nulla più di quanto non dicano già perfettamente bene le sue poesie. Che sono popolate di volpi sottili, creature artiche, orsi bianchi, foreste immerse nel gelo, nevi, inverni, luci boreali – l’immaginario di Francesca è profondamente nordico, e a volte pare quasi che i suoi stessi versi emettano un chiarore argentato di ghiacci polari: eppure, proprio come il ghiaccio, scottano – e sanno parlare di morte, dolore, memoria, ricordo assenza, amore e metamorfosi con sguardo battesimale (del resto, è così che dovrebbe essere sempre la poesia).
Perciò aggiro la mia incapacità e pubblico qui di seguito il lungo componimento che dà il titolo alla raccolta. A me pare che la voce poetica che vi risuona – asciutta, quasi severa, ma anche appassionata e piena di visione – sia ormai matura e potente.

Tam Lin
(del difendersi)

I

Della ruggine, delle cose esposte
è il colore del desiderio intenso
della rosa come si rapprende
dal buio verde del cespuglio –
dei tuoi occhi invetriati
aguzzi sulla pelle, un vaso
che si rompe, un’acqua che si asciuga.

I miei capelli sono quasi ramati, cresciuti
da una pezza del terreno.

Dove ti incontro è sempre un crocevia
un afferrarsi sghembo, urtare
un’immagine del corpo che puoi flettere
sotto il tuo peso.

Hai conosciuto bene l’arco delle braccia
quando stringe – io sono spezzata, sono scissa
dalla parte che sollevi nel tuo cappio.
Dalla parola amo, dalla durezza delle tue tempie.

Dici che un vento e un sonno t’inasprirono
nei solchi dell’oblio.

Il giorno che me ne vado da mia madre
entro nel sanatorio delle anime.
È una strada nello sguardo altrui
nelle iridi atroci come specchi.
La mia anima sta inerte
rosicchiata dai topi del suo ventre –
mordono fori di vocali per uscire.

Mia madre è la Regina delle Fate.
Tu stai presso di lei nella collina
di sangue e di ferro arroventato.

Ogni seme che pianti è combustione
ogni passo che scavi il gelido sfiatarsi
dell’autunno.

E non passa, Tam Lin, la notte sul tuo volto
o la colata dell’alba, ma un’aria metallica
che stride, un sole calvo, svenato dalla luce –
raggi elettrici, senza protezione.

Questo non è il paese infernale
non ti scomponi dall’abito allo scheletro
non cadi sotto la terra
come un segreto nella cava –

ma resti stupefatto oltre il ruscello
la traccia a fil di spada di chi vive
ed essere per me è lottarti contro
scoprirmi debole, senza magie o parole
nel mostro che confondo con l’amore.

La Regina ti infossa nel profondo del tempo
dove si tiene una placenta opaca
la cecità forzata del presente.

Per guarire un’anima si deve
oltrepassare questo limbo ostile
lasciarla dritta nel dolore
darle cardini d’ombra –
che possa vacillare tra gli uguali.
Forgiarle da noi stessi le stampelle.

II

Tam Lin che apri gli occhi come bicchieri rotti
– non puoi riempirli di lacrime
non puoi vedermi attraverso per intero
vedi il colore azzurro delle calze
le nocche delle mani come scogli
nella corrente.

Ti trovo in un accenno di bosco
dove le sedie, i muri vanno capovolti
dopo le voci stinte dei liquami
le plastiche, i relitti-crivella.

Se mi togli ogni sogno
dillo nella tua lingua-albero
se mi svuoti in un figlio
lavalo nell’olfatto delle bestie –
fallo perfetto, estraneo, crudele.
Io sono una madre senza latte
e con un laccio al polso.

Nessun ostacolo è così forte
come le biografie-tenaglie
e nessuno così in fretta si fa sabbia.
Abbiamo echi diversi nel passare
cronache di pane secco e becco di piccione
eppure quando ti avvicino
è me che scruto in lontananza.

Tu sei una vita-corazza, quasi senza suono
– un pomeriggio ti sei sdraiato
trascinandoti scabro sul mio petto
eri un gemello sordo, male incastrato.

La Terra della Fate non è di crepuscolo radente
un eterno sfrondarsi delle morti,
ma è l’assenza del moto piuttosto,
lo scolo di vecchie memorie
rabberciate al paesaggio e in un battito
tutto il mondo che cresce altrove
si fa solido, ti fa uscire di senno.

Mangia un certo numero di primule,
sfiora una certa rosa, fai di polvere
il taglio della spina – ma non c’è al di là
nessuna benevola regina, solo puledri grigi
di foschia per giungere a niente,
alla fame costante.

Ti chiedi se l’amare abbia davvero
affinità coi fiori, con la loro immutata
indifferenza, le nature fatate
o sia un oggetto inanimato,
una pallottola, ad esempio, una scheggia
di rottame.

Qualsiasi cosa accada ti devo trattenere
fino al chiaro, al cuore che si monda di radici.

Ti fai molte pellicce animalesche,
ma di loro non ho timore –
un minerale, la gravità del fuoco
di sbarra riflettente. Sei straziato
più volte, dissolto. Una coda di pioggia
ci avvolge, scivola giù nei polmoni.

Se ti tocco, senti – questo è il mio volto.
L’abbecedario. Il chiasmo del futuro.








pubblicato da s.baratto nella rubrica poesia il 26 novembre 2010