Gabriele

Paolo Piccirillo



A quei tempi, a Betlemme, si uccideva come oggi si sorride.
Per questo il vecchio se ne va.
Perché l’altro è giovane, mentre lui è vecchio; e perché l’arcangelo Gabriele, il giovane, ha nelle mani la voglia di uccidere. Vuole suo figlio, che è suo e non di Giuseppe, il vecchio.
Gabriele suda e gli batte il cuore, respira male, e suda sempre di più. Davanti a lui c’è Maria, che ora ha sedici anni ed è una donna. Un anno fa aveva poco seno, e quando lei e Gabriele facevano l’amore, Gabriele le guardava gli occhi, che già erano da donna.
Ora le guarda il seno e le cosce. In fondo non è cambiato niente.
Invece è cambiato, perché Maria pure se guarda Gabriele, non lo guarda più come una volta. E’ come se vedesse oltre lui e il suo corpo, che non ha più nulla a che fare con lei, perché è finito tutto. L’amore quando finisce lascia spazio a tutto quello che era meglio non vedere: cioè Gabriele come davvero è, senza anima.
Gabriele cerca di abbracciarla.
Ma lei non vuole. Maria guarda oltre Gabriele, dove c’è Giuseppe, il vecchio. E gli chiede aiuto.
Gabriele conosce la storia del vecchio che ha adottato Maria e suo figlio, e che con Maria ci fa tutto quello che dovrebbe farci lui, che l’ha messa incinta. Gabriele lo disprezza e gli ordina di andarsene, perché ci sono delle cose di Maria che a lui non riguardano.
Gabriele è lì per riprendersi suo figlio. Per salvarlo, perché tra poche ore, qualcuno a nome di Erode, verrà ad ucciderlo.
“Dei magi dicono che nostro figlio è il re dei Giudei. E lo hanno detto anche ad Erode. Ha ordinato di uccidere tutti i bambini sotto i due anni. Ucciderà anche nostro figlio”.
Gabriele conosce bene Erode. In questo periodo in cui è stato lontano da Maria, ci ha avuto a che fare, e sa che è capace di tutto, vede ovunque minacce al suo regno e alla sua poltrona. Perciò, anche ad occhi chiusi, crederebbe alle parole di tre pazzi con oro, incenso e mirra da donare a un bambino sconosciuto.
Maria però a Gabriele non darà mai suo figlio. Perché quel figlio è solo suo. Suo e di Giuseppe, che lo ama. Gabriele invece non lo ama, ma sa che se suo figlio non fuggirà lontano da Betlemme morirà, almeno fino a quando Erode sarà re.
Maria non gli crede, allora Gabriele deve sbatterla a terra e mettergli una mano sulla bocca per farla smettere di gridare. E in questa posizione, lui sopra di lei, cerca di imitare l’amore, quei giorni di nove mesi fa, in cui ogni volta che Maria si sentiva penetrare da Gabriele, le pareva fosse l’ultima, lo sperava ma non lo voleva, sanguinava, provava dolore, pensava basta ma per fortuna Gabriele rimaneva lì sopra di lei. Intanto fuori il sole bruciava la polvere.
Adesso Maria vorrebbe gridarlo, basta. Ma Gabriele le tiene la bocca e la penetra con violenza, perché a lui piace ancora, e perché pensa che quando si ama una donna si fa così, anche se lei non vuole.
Dopo la abbandona come una stoffa sfilacciata, sdraiata a terra.
Giuseppe ha visto tutto ma non ha fatto finta di niente. Giuseppe teme l’arcangelo Gabriele, ha paura di morire.
Gabriele si prende suo figlio dalla culla di paglia e se lo porta via. Pensa che ha fatto bene. Altrimenti, stasera, o al massimo domani, suo figlio sarebbe morto. E non sarebbe mai più tornato.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica racconti il 25 novembre 2010