La Triennale in metro

Irene Chias



Si risveglia con gli occhi pieni dei tre colori. Rosso, verde, giallo.
Chakra della radice, Chakra del petto, Chakra del plesso solare.
Deve aver sognato di nuovo il progetto espositivo sulla metropolitana di Milano, mescolandolo con la lezione di yoga di ieri sera.
Poi le torna in mente l’ultimo ossessivo pensiero della notte, la cattiva reputazione postuma, e fa quella telefonata.

“Pronto, Giulia? Sono Elsa, ciao. Ti chiamo per un motivo ben preciso. Hai presente, a casa mia, lo scaffale in basso a destra nella libreria, quello in cui tengo le riviste di architettura? Bene, fra le pagine del numero 3 del 2008 di Vertical Gardens tengo l’Elenco frivolo, sì, la lista dei baci che abbiamo iniziato a compilare a diciassette anni”.
Elsa sa che anche Giulia una volta soleva aggiornare il suo elenco ad ogni novità parasesessuale. Solo che poi ha inspiegabilmente smesso di farlo attorno ai vent’anni. Una sorta di tradimento, in fondo.
Con l’età invece, l’elenco di Elsa non si è soltanto allungato con l’esperienza, ma si è anche arricchito di dettagli in codice, cioè in forma di: sottolineature singole o doppie; asterischi singoli, doppi o tripli; richiami attraverso frecce direzionali e cerchietti del cui significato neanche Elsa è più sicura.
“Quelli sottolineati? Trentatré. No, trentatré a trentatré anni non sono affatto troppi, è che li vedi tutti annotati nero su bianco. Se avessi continuato a scriverli anche tu, te ne ritroveresti altrettanti. È che si scordano...”.
Ma queste sono divagazioni, ed Elsa ha fretta di arrivare al punto prima di uscire da casa per andare al lavoro.
“La questione è questa... hai segnato numero 3 del 2008? Allora fallo! Perché, dovessi morire per un motivo o per un altro, devi assolutamente toglierlo di torno prima che arrivino i parenti. Non ne comprenderebbero il senso autobiografico in tutta la sua valenza proustiana”.
Nella nebulosa età fra i trenta e i quaranta, se non hai figli che estendono in avanti le tue prospettive sull’esistenza e soprattutto se hai da anni una lieve, quasi amica, depressione trascurata, ti proietti al futuro in questo modo: incombenze quasi burocratiche dopo una morte accidentale, possibili infezioni contratte durante viaggi o strette di mano, segnali post mortem di una condotta eterodossa.
“Mi raccomando, altrimenti sai che figura di merda”.
“Va bene”, dice Giulia. “Ma figura di merda, allora, perché sono tanti o perché sono pochi?”.
“Perché me li scrivo”.

È così che inizia la giornata di Elsa che, uscendo da casa, trova quel biglietto nella sua cassetta della posta. Strano, la sera prima non c’era e i postini non hanno ancora fatto il loro giro.
Infatti è una nota lasciata direttamente nella sua buca da una mano sconosciuta.

Elsa cara,
sono un tuo vicino e, dopo mesi, posso affermare senza esitazione di essere innamorato di te.
Ti guardo ballare per casa attraverso le finestre che danno sul cortile (da questa semplice affermazione potrai facilmente dedurre che abito alla scala F), su una musica che non sento, ma che posso intuire come la più soave delle melodie.
Su di essa tu ti agiti scuotendo i tuoi lunghi capelli bagnati dalla doccia, con la spazzola davanti alla bocca come se fosse un microfono.
Vorrei soltanto aver modo di conoscerti meglio, di sentire quella musica, di ammirarti mentre danzi senza il filtro dei vetri.
Ad oggi sono rimasto nell’ombra, incerto e dubbioso. Ma dammi anche un minimo segnale e ne emergerò con gioia. Mi paleserò al tuo cospetto, pronto ad accoglierti fra le mie ali forti.
Lascia un biglietto con la tua risposta nella tua medesima buca.
Tuo, con difficilmente contenuto ardore,
Vicino

Non è sicura che non si tratti di uno scherzo, per quanto demenziale. Comunque sia, Vicino non è un tipo baciato dal dono della sintesi. Conserva il biglietto nella tasca esterna della borsa insieme alla bolletta del cellulare scaduta da una settimana e si dirige verso la fermata MM2 Piola, che la condurrà al lavoro, in Triennale.
Mentre cammina, come nella finestra di una slot-machine diverse parole e locuzioni le scorrono nella mente.

polizia
stalking
nuda
fotografie?
binocolo
persecuzione
maniaco
balsamo
accappatoio
stupratore?
porto d’armi
acqua.

Poi si assestano, sempre come una slot-machine, sulla combinazione:

tende
presto
comprare

Il colore che identifica la linea 2 della metropolitana di Milano, MM2, è il verde, come il rosso lo è della 1 e il giallo della 3. Fra qualche anno, dicono, arriveranno anche il blu della MM4 e il fucsia della MM5. Il tragitto che porta Elsa al lavoro comprende nove stazioni, inclusa quella di partenza, e non comporta cambi.
Da quando ha iniziato a lavorare al progetto sull’esposizione relativa alla MM al museo di design, ogni mattina Elsa ne ripassa la storia ad ogni fermata.
Il primo tratto è stato inaugurato nel novembre del 1964. Si trattava ovviamente della linea rossa. La verde venne aperta invece cinque anni dopo, in dicembre, mentre la 3 nacque solo nel 1990.
Dopo Piola c’è Loreto. La stazione prende il nome dal piazzale sotto il quale è ubicata, il piazzale dove il 29 aprile del 1945 vennero esposti alla folla i cadaveri di Mussolini e altri quattro, fra cui la sua amante Claretta. Le foto dei corpi appesi per i piedi davanti alla piazza hanno sempre fatto a Elsa una certa impressione, sebbene non abbia mai nutrito alcuna simpatia per il personaggio. E non sono tanto i morti a colpirla, quanto la gente che sta lì sotto a guardarli. E non tanto quelli che urlano o si agitano, quanto quelli che sembrano passare indifferenti, quelli che si fumano una sigaretta con lo sguardo sulle salme sottosopra a braccia aperte.
La stazione di Loreto è un punto d’incontro fra la verde e la rossa, ma nel progetto originario il primo snodo fra la 1 e la 2 doveva essere un altro, per questo le banchine sono così striminzite e inadeguate.
Elsa ripensa per un attimo all’Elenco frivolo. Forse basterebbe esprimere la volontà di lasciare le riviste di design a Giulia. Ma se la sua amica morisse prima di lei, a chi dovrebbe lasciarle? E, peggio ancora, se morisse subito dopo, a chi andrebbero a finire?
Seguono Caiazzo e Centrale, dove la verde incontra la gialla.
Chi potrebbe essere questo Vicino? Forse è il sessantenne della scala F che incontra ogni tanto quando butta la spazzatura di sera. In effetti la saluta con una sospetta galanteria d’altri tempi. Ma sta al pianterreno, come farebbe a guardarla uscire dal bagno? Quindi no.
E se fosse il ragazzino brufoloso del quarto piano? La collocazione della sua stanza gode di una visuale perfetta nella camera da letto di lei, corrispondenza ideale e anche un piano più in alto. Vedrebbe tutto. Ma un tale nerd non può essere così prolisso nella scrittura. Anzi, risparmierebbe pure in ortografia, userebbe k al posto di ch, x invece di per e cose simili. Quindi no.
Poi Gioia e Porta Garibaldi, punto di snodo con il passante ferroviario e che in origine doveva essere utilizzata come luogo di interscambio con un’altra linea. Per questo, secondo quanto Elsa ha studiato, ai lati esterni alle due piattaforme c’è lo spazio per altri due binari, che però non esistono e se esistessero condurrebbero contro un muro grigio scuro.
Poi Moscova, Lanza e finalmente Cadorna, il secondo snodo di corrispondenza con la linea 1 e dove Elsa scende per andare al museo.

È una giornata importante, si discute della campagna di affissioni per l’esposizione sulla metropolitana. Elsa illustra la sua idea: La Triennale in metro, un esplicito omaggio al poster The Tate Gallery by Tube ideato da David Booth negli anni ottanta. I tratti della mappa venivano fuori da tubetti di colori per dipingere, e le tinte corrispondevano a quelle utilizzate per le diverse linee dei treni. Il tubetto col roundel, cerchio rosso e trattino blu, il logo della London Underground, stava poggiato all’altezza di Pimlico, dov’era la vecchia Tate.
Certo, bisogna stare attenti a non perdere il gioco di parole. Tube nel senso di metropolitana e tube nel senso di tubetto del colore, conviene Elsa alle obiezioni. La preposizione poi è particolarmente importante, ma in è meglio di con, perché non ha bisogno dell’articolo e lascia spazio alla necessaria ambiguità.
“Il gioco di parole si recupera utilizzando la parola metro invece di metropolitana o di metrò e raffigurando le tre linee attraverso metri a nastro, quelli da sarto, dei tre colori. Un chiaro riferimento alla moda cuore pulsante della città e un richiamo alla scultura di Claes Oldenburg che abbiamo qua fuori a piazzale Cadorna”.
Non sembrano tutti convinti, ma Claudio la guarda compiaciuto. E se fosse lui Vicino? Se fosse passato ieri sera a lasciare il biglietto? Una scelta fuorviante perché abita da tutt’altra parte. Ma potrebbe averlo fatto apposta. “E il passante?” chiede Viviana.
“Ci ho pensato, ecco: un bel filo da sarto blu con rocchetto abbandonato poco fuori porta Garibaldi”.
Gli astanti annuiscono. Li sta convincendo. Sono brava, pensa Elsa, peccato che quando morirò scopriranno che mi segnavo tutti quelli che baciavo, sottolineando quelli con cui andavo a letto.
“Ah, e su Cadorna, all’incrocio fra metro rosso e metro verde, un bel paio di forbici da sarto che indicano dove ci troviamo noi”.

Anche oggi ha fatto troppo tardi e ha dimenticato di pagare la bolletta del cellulare. Elsa ripete lo stesso tragitto del mattino ma all’inverso.
Ha proprio voglia di fare una bella doccia calda e poi di uscire dal bagno cantando a squarciagola sui Pixies. Perché quando hai un lieve, quasi amico, accenno di disturbo bipolare è questo che fai, alterni paranoie relative alla morte a momenti di pura esaltazione rock.
Sul treno della linea 2, tira fuori il biglietto di Vicino, lo rilegge, decide di rispondergli seccamente ma con educazione e bonomia per non guastarsi il karma.
Scrive due righe.

Caro Vicino,
resta pure nell’ombra, per favore.
Grazie
E.

Esce dal treno e si dirige a casa. Respira la sera e sente la stagione nuova. Pagherà la bolletta domani. Questa notte il suo ultimo pensiero non sarà di morte o di burocrazia. Perché è estate, e fra un po’ arriverà agosto. La città calda si svuoterà, Vicino presumibilmente andrà in vacanza, le serate saranno incontri intimi fra i superstiti dell’esodo.
Senza impiegati che ti urtano mentre scattano nella fretta, senza auto che ti minacciano mentre vai in bicicletta, senza marciapiedi affollati, senza il solito quantitativo di polveri a insidiare i tuoi polmoni.
Perché, anche se sarà difficile trovare un negozio aperto per comprare le tende, Milano ad agosto è stupenda.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica racconti il 24 novembre 2010