Riso amaro

Giovanni Giovannetti



Dal nuovo stabilimento della Riso Scotti al Bivio Vela vanno e vengono gli autoarticolati. Passano davanti alla ruota del mulino e alle bandiere dell’Europa dell’Italia e della Romania. Portano il risone da lavorare (200.000 tonnellate l’anno, il 18 per cento della produzione nazionale; in Italia, il 95 per cento del risone è coltivato nelle provincie di Novara, Vercelli e Pavia): pulitura, sbramatura, sbiancatura per 15 tonnellate di materia prima ogni ora. All’alba di martedì 17 novembre, insieme al primo camion, alla Riso Scotti Energia sono arrivati gli agenti del Corpo Forestale. Sequestrato l’impianto di coincenerimento; arresti domiciliari per il presidente Giorgio Radice e per il consigliere delegato e responsabile dell’inceneritore Giorgio Francescone, accusati di traffico illecito di rifiuti, truffa e falso. Truffa perché la Riso Scotti Energia, oltre a percepire sovvenzioni per la produzione di energia pulita, avrebbe venduto a termovalorizzatori e aziende agricole la lolla miscelata a quei rifiuti nocivi che non avrebbero dovuto nemmeno passare di lì; un business calcolabile in 30 milioni di euro. Falso per via della contraffazione dei certificati di analisi.
Oltre alle biomasse vegetali come la lolla, il cippato di legno vergine e altri rifiuti speciali non pericolosi e trattati, per quel camino sarebbero invece passati anche rifiuti di varia natura, quali legno, plastiche, imballaggi, fanghi di depurazione di acque reflue urbane ed industriali, ed altri materiali misti. L’elenco delle schifezze comprende anche le «terre nere dalla pulitura delle strade», roba tossica. Interrogato nel giugno scorso, un dipendente di Scotti Energia avrebbe «visto due volte il camion di Asm scaricare nella lolla del riso i rifiuti provenienti dallo spazzamento stradale».
Tra il 2005 e il 2009 la Riso Scotti Energia ha ottenuto dal Gse (Gestione dei Servizi Elettrici) sovvenzioni statali per 21 milioni di euro, destinati all’energia proveniente da fonti rinnovabili, per un totale di 60 milioni, dal 2002 a oggi. Un terzo di questi soldi sarebbero stati incassati senza che il gruppo agroalimentare pavese ne avesse diritto, perché le fonti non erano "rinnovabili". Infatti nell’inceneritore finiva una miscela composta solo per il 10 per cento da lolla: il resto erano plastiche (70 per cento) e legnami (20 per cento). Insomma, se l’accusa fosse confermata saremmo di fronte a una truffa ai danni dello Stato e dei contribuenti. Peggio: cadmio, cromo, mercurio, piombo, nichel e altri metalli pesanti nocivi ce li ritroveremo nelle falde acquifere, nel ciclo alimentare, nell’aria e nei polmoni. Controlli? Dal 2007 il rilevatore interno registra l’assoluta assenza di sostanze nocive, con valori prossimi allo zero: «Un risultato semplicemente impossibile per impianti di questo tipo», osserva il capo della Forestale lombarda Ugo Mereu.
Oltre ai due dirigenti, sono agli arresti domiciliari l’ex direttore tecnico dell’inceneritore Massimo Magnani, il direttore del laboratorio Analytica di Genzone Marco Baldi (incaricato delle analisi sui rifiuti), il tecnico del laboratorio Silvia Canevari, l’impiegata Cinzia Bevilacqua, e Alessandro Mancini amministratore della Mancini Vasco Ecology di Montopoli in Valdarno (Pisa), uno dei fornitori dei rifiuti irregolari.
L’indagine "Dirty Energy" della Procura pavese è tuttora in corso. Le bocche sono cucite. Qualche altra informazione la si può ricavare scorrendo i quotidiani toscani. Ad esempio, il "Corriere di Maremma" collega l’operazione "Dirty Energy" all’indagine toscana "Golden Rubbish", che a sua volta «ha preso spunto da uno stralcio della Procura della Repubblica di Napoli – scrive il giornale – in merito al traffico di rifiuti prodotti dalla bonifica dell’area dell’ex Italsider di Bagnoli, che ha individuato in Toscana la loro ultima destinazione». Secondo i Carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico (Noe) di Grosseto, l’organizzazione ruotava attorno alla Agrideco di Scarlino, società che «oltre ad avvalersi di una rete di produttori, trasportatori, laboratori di analisi, impianti di trattamento, siti di ripristino ambientale e discariche, regolava, gestiva e smaltiva nel suo impianto il flusso di rifiuti».
Il 26 giugno 2008 all’Agrideco un’esplosione uccide Doru Martin, un operaio rumeno dì 47 anni. Nella fabbrica c’erano grandi quantitativi di bombolette spray a gas propano liquido, altamente infiammabile, prodotti da un’importante multinazionale del settore cosmetici, arrivati dalla Lombardia senza alcuna analisi preventiva, a cui erano stati attribuiti i codici – manifestamente falsi – dei rifiuti non pericolosi.
L’indagine del Noe porta ben presto in diverse parti d’Italia, soprattutto al nord: vengono denunciate 61 persone, con l’accusa di associazione per delinquere, omicidio colposo, lesioni personali colpose, incendio, traffico illecito di rifiuti, gestione non autorizzata di rifiuti, falsificazione dei registri e notificazioni e falso ideologico commesso dal privato in atto pubblico (tra gli indagati anche l’imprenditore mantovano Steno Marcegaglia, padre del presidente di Confindustria Emma e presidente dell’omonimo gruppo).
Disastro ambientale? Presto sapremo. Ma è lecito domandare quale danno hanno potuto arrecare i metalli pesanti usciti dal camino della Scotti Energia e dispersi nell’aria: in due anni, figurano bruciate circa 40mila tonnellate di rifiuti pericolosi. Dove li potremmo ritrovare? Nei campi? Nel ciclo alimentare? Nei polmoni? L’Agenzia regionale per l’ambiente (Arpa) nega il pericolo; Legambiente minimizza; il sindaco Cattaneo rinnova «la sua stima per la Riso Scotti...». Ma se tutto era a norma, per quale motivo il giudice Erminio Rizzi – la cui prudenza è leggendaria – dopo un’indagine durata anni, ha firmato sette ordinanze d’arresto e ha sequestrato l’impianto? E l’Asl? Ecomafie? Perché dell’inceneritore si occuperà anche il Dda? Sulla centralina di controllo dei fumi corrono strane voci: era funzionante? Un bruciatore progettato per la lolla e destinato alla produzione di energia da biomassa non è compatibile con rifiuti che richiedono temperature molto elevate (secondo una recente verifica tecnica, l’impianto differisce «in maniera sostanziale»). Quando si bruciano metalli a bassa temperatura si possono sprigionare diossine, estremamente tossiche e cancerogene. I fumi venivano filtrati? Oltre al traffico illecito, è lecito temere danni per la salute dei cittadini? Attendiamo risposte dall’Arpa, dall’Asl, da Legambiente, dal sindaco Cattaneo e dalla locale Procura.
E Dario Scotti? Al momento il «dottor Scotti» preferisce il silenzio, dichiarandosi pronto a costituirsi parte civile «se sarà necessario, per difendere la sua azienda», precisando che Scotti Energia e Riso Scotti sono disgiunte. E chi intascava i fondi pubblici? (un business nel business, come se il riso fosse un sottoprodotto della lolla, e non il contrario). E i proventi della vendita dei veleni? Quelli usati come lettiere per maiali e pollai da alcuni grandi allevamenti zootecnici del Piemonte, della Lombardia e del Veneto. Evabbè...








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica condividere il rischio il 22 novembre 2010