Tienimi la testa, per favore

Michele Cocchi



Viaggiamo tutta la notte in treno e la mattina presto, finalmente, arriviamo in campagna. La mamma ha i capelli spettinati, io mi sento gli occhi gonfi e ho male ai piedi, perché queste scarpe sono troppo strette e come dice lei è ora di cambiarle.
Facciamo colazione nel bar della stazione, seduti a un tavolino con il piano di plastica tutto rigato. Oltre a noi c’è soltanto la signora dietro al bancone che imbottisce i panini. La mamma non ordina niente, mi guarda mangiare il bombolone al cioccolato e bere il bicchiere di latte. Alle mie spalle c’è un flipper che suona e si illumina, allora mi volto verso di lei per chiederle di giocare, ma la mamma è già in piedi che mi aspetta e mi dice: – Hai finito? Sei pronto?
È la prima volta che vengo in campagna. Mi sorprende vedere tanti alberi e il cielo così pulito e il silenzio tutto intorno. Dove viviamo noi c’è soltanto la strada grigia e i tram che sferragliano e suonano a ogni fermata. Camminiamo lungo una via senza traffico. Di fianco a noi c’è un campo recintato dove pascolano alcuni cavalli. Sono molto più alti di quanto immaginavo e hanno gli zoccoli larghi che battono sul terreno duro. Ce n’è uno tutto spelacchiato con degli occhi molto tristi cerchiati di nero. La mamma dice che si chiama mulo, e che è nato dall’incrocio di un cavallo con un asino, ma per me è soltanto un cavallo un po’ più basso degli altri.
Vorrei prenderle la mano, ma lei impugna il manico della valigia che scorre sulle rotelle e con l’altra tiene la sua borsa. Nella valigia ci sono i miei vestiti: delle mutande e dei calzini puliti, poi magliette e pantaloni.
Ieri pomeriggio l’ho vista mentre li tirava fuori dai cassetti e allora le ho detto: – Perché prendi i miei vestiti?
– Perché il viaggio è lungo e potresti aver bisogno di un cambio, – mi ha detto lei.
– E tu non hai bisogno di un cambio?
– Io sono adulta, non ho bisogno di cambiarmi.

Allora sono tornato al tavolo di cucina e ho ricominciato a cercare, tra i pezzi sparsi del puzzle, quelli con un lato diritto, per fare la cornice. Il puzzle è quello di Pinocchio, dove c’è il pescecane con la bocca spalancata e dentro si vede Geppetto che parla con il tonno.
Volevo accendere il televisore, ma quello non l’abbiamo più, perché la settimana passata è venuto un signore e l’ha portato via. Ha portato via anche il forno, il frigorifero e il piccolo stereo che tenevamo in camera. La mamma ha provato a fermarlo, spiegandogli che senza frigo non potevamo più mangiare, ma lui ha detto che se veniva ostacolato era costretto a chiamare le Forze dell’Ordine.
Quando ho domandato alla mamma chi era quel signore lei ci ha pensato su, poi ha risposto che era un uomo che aveva bisogno delle nostre cose, ma che presto ce l’avrebbe restituite.
Infilo i pollici sotto le cinghie del mio zaino a forma di coccodrillo, perché sulle spalle comincia a pesarmi. Ho portato l’album coi fogli bianchi e i pennarelli a punta grossa, una gomma a forma di rana che non cancella affatto ma che mi piace tenere con me, e la mia fionda di plastica, perché durante il viaggio potrebbe esserci utile.
Attraversiamo una piazza con delle case tutt’attorno e una chiesa proprio al centro. C’è una fontanella sotto un albero e allora io corro a bere dell’acqua. Quando torno dico: – Sono stanco.
– Siamo quasi arrivati, Nico, altri dieci minuti, – mi dice la mamma.

La casa compare all’improvviso da dietro una curva. Ha la forma di un ferro di cavallo con al centro un piazzale di pietre grigie. Ci sono due galline che becchettano ciuffi d’erba e un cane bianco e nero legato a una catena. Penso alla mia fionda nello zaino, ma in realtà il cane non sembra pericoloso: solleva la testa per guardarci, annusa l’aria circostante, poi rimette il muso tra le zampe e riprende a dormire.
– Siamo arrivati? – domando.
– Sì, siamo arrivati, – risponde la mamma.
– È questa la casa dove lavoravi?
– Sì, è questa.
– Lavoravi per quella signora vecchia?
– Per una signora molto vecchia, sì. Ma sono passati tanti anni, – mi dice. – Adesso questa è la casa del tuo papà.
Faccio un passo indietro e le dico: – Io non ce l’ho il papà.

Ieri pomeriggio entrando nella mia camera ha detto: «Domani conoscerai il tuo papà».
Ero seduto sul tappeto che giocavo con il trenino e spingevo i vagoni sotto la galleria. L’ho guardata e le ho detto: «Io non ce l’ho il papà».
«Invece ce l’hai», mi ha detto lei senza guardarmi. Tirava fuori le magliette dal cassetto.
«Hai sempre detto che io non ce l’avevo».
«Allora ti ho sempre detto una bugia».
Ho lasciato che il vagone merci deragliasse e rovesciasse il suo carico di mattoncini Lego sopra i binari.
«Anche gli adulti qualche volta dicono le bugie, Nico. È ora che lo impari».

Mi sono alzato in piedi. Lei continuava a togliere i vestiti e a farne una pila sul pavimento. «Io non ce l’ho il papà, non ce l’ho mai avuto», le ho detto. Sono corso sotto il tavolo di cucina e ho iniziato a piangere.
Lei è uscita dalla camera, si è avvicinata al tavolo e si è abbassata per guardare sotto. Poi si è seduta.
«Stammi a sentire Nico: se vuoi che la mamma ti compri i giocattoli, e che quel signore ci riporti il televisore, il frigorifero e tutto il resto, allora devi accettare di avere un papà anche tu».
«Io non li voglio i giocattoli, – le ho detto, – e nemmeno il televisore. Io non ce l’ho il papà».
Alla fine sono uscito, però. Mi sono rannicchiato tra le sue gambe e come ogni sera le ho detto: «Tienimi la testa, per favore».

Ad aprire la porta di casa viene una bambina. Ha i capelli neri, è scalza e tiene in mano una marionetta di stoffa.
La bambina ci guarda un istante e poi scappa via. Allora faccio un passo oltre la soglia e do un’occhiata alla grande stanza dove stanno due lunghi divani bianchi, un pianoforte e un tavolo largo di legno nero.
Vedo un uomo venirci incontro e io corro a nascondermi dietro le gambe della mamma. Quando l’uomo ci vede si arresta, poi riprende a camminare verso di noi.
– Ti avevo detto di non cercarmi mai, – dice fermandosi sulla porta. Indossa una vestaglia, ha la barba folta e i capelli corti. In una mano stringe anche lui una marionetta di stoffa.
– Hai sempre il telefono spento, – gli dice la mamma.
L’uomo si volta a osservare il corridoio, poi fa un passo avanti e accosta la porta dietro di sé. – Ti richiamo. Adesso vattene, – le dice.
– Ho bisogno d’aiuto, – gli dice la mamma.
– Ti ho già aiutato, – le dice l’uomo.
– Non abbastanza, – gli dice lei.
Io riesco a pensare soltanto alla mia fionda dentro lo zaino. Ma non ho il coraggio di muovermi.
– Ti ho dato dei soldi, – le dice l’uomo.
– Sono finiti, – gli dice lei. – Ti ho portato tuo figlio Nico, – dice spostandosi improvvisamente e lasciandomi senza lo scudo delle sue gambe.
L’uomo allora abbassa lo sguardo su di me.
– Andiamo via mamma, – piagnucolo io, – andiamo via, per favore.
– Non preoccuparti Nico, – mi dice lei tranquillamente. – Il tuo papà non ci farà niente di male.
– Non fare stronzate, – le dice l’uomo. – Prendi questo bambino. Riportalo a casa sua.
– Da oggi questa è la sua casa, – dice lei spingendo lentamente la mia valigia avanti e facendo scattare le chiusure metalliche.
A questo punto, improvvisamente, faccio fatica a respirare e senza volere inizio uno strano verso con la gola.
– Guarda che razza di stronzata, – dice l’uomo osservandomi e poi voltandosi verso la porta socchiusa. – Digli di smetterla per favore.
La mamma richiude la valigia, mi passa un braccio intorno alle spalle e mi stringe a sé; ma io ho paura, tremo e non riesco a frenare i singhiozzi.
– Fallo smettere, ti ho detto.
– Adesso calmati Nico.
– Ma guarda che stronza, – dice ancora l’uomo rientrando in casa e sbattendo la porta.
– Non preoccuparti, – mi dice la mamma abbracciandomi. – Andrà tutto bene, vedrai.

Succede anche la sera. Lei va a lavorare e io resto solo in casa. Qualche volta viene una sua amica con una bambina che si chiama Katiuscia. Katiuscia gioca con una bambola che fa la cacca e la pipì mentre io vorrei costruire il puzzle di Pinocchio, così ci mettiamo sul tappeto ma in due punti distanti, ognuno coi propri giocattoli.
Quando però la sua amica non può venire la mamma mi dice: – Adesso esco e chiudo la porta a chiave. Nessuno potrà entrare e tu non potrai uscire. Non combinare guai. Chiama soltanto se è una cosa importante.
La osservo truccarsi davanti allo specchio di camera e prendere con sé la borsa. Quando torna a casa io dormo nel lettone, con la luce della lampadina accesa. Lei si sdraia di fianco a me e mi accarezza la testa.
– Stai tranquillo, – dice senza smettere di accarezzarmi. – Non succederà niente di brutto. Fidati di me.
L’uomo riapre la porta e non ha più la vestaglia, ma un paio di pantaloni e un maglione. Ci fa entrare e ci accompagna lungo il corridoio, poi dentro una stanza dove c’è un tavolo grande e tanti libri dentro un mobile alto.
Su un tavolo più piccolo c’è una bottiglia di succo di frutta e un pacco di biscotti. – Questi sono per te, – mi dice guardandomi. – Io e la tua mamma adesso parliamo e poi potrai tornare a casa tua.
Mi sistemo sulla poltrona di fronte al tavolo piccolo, ma senza smettere di controllare i movimenti della mamma.
– Dimmi quanto ti serve e poi vattene, – dice l’uomo sedendosi dietro al tavolo grande.
Io prendo un biscotto dal pacco, ma non riesco a morderlo, lo tengo tra due dita e non smetto di osservarli.

– Quello era davvero il mio papà? – domando alla mamma quando ci sistemiamo sul treno.
– No, non lo era, Nico, – mi dice lei.
– Allora perché mi hai detto che lo era? – le domando io.
– Perché qualche volta la mamma deve dire le bugie, – mi dice lei lasciandosi andare sul sedile.
Faccio passare un po’ di tempo e poi le domando: – Ma tu davvero mi lasciavi con lui?
– Non ti avrei mai lasciato, Nico.
– E allora perché hai detto che mi lasciavi?
– L’ho detto perché avevo bisogno del suo aiuto.
– È tanto importante? – le domando.
– Sì, molto importante, – mi dice lei.
– Più importante di me? – Sento che il treno prende a muoversi lentamente per lasciare la stazione. – Niente è più importante di te, Nico. Adesso però vieni qua, che ti tengo un po’ la testa.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica racconti il 22 novembre 2010