L’ammiratore della morte

Andrea Tarabbia



Il rimosso dell’idea della (propria) morte è inaccettabile, ecco cosa sembra dirci tra le righe Morti favolose degli antichi di Dino Baldi, Quodlibet edizioni. Anticipato da una citazione di Montaigne – che, dice Baldi nella prefazione autografa, «fu il primo o forse l’ultimo grande ammiratore dell’arte di morire degli antichi» -, in cui si dice che insegnare agli uomini a morire è insegnare loro a vivere, il libro è una raccolta divertentissima di racconti-apologo divisa in sezioni dai titoli d’altri tempi: Morti di poeti, Morti di atleti e pensatori, Celesti sparizioni, Suicidi controvoglia e così via su questo tono. Il libro, che sto leggendo come si leggono i grandi divertissement, ossia centellinandolo e gustandone ogni parola, è un piccolo miracolo di stile: con quel suo passo antico, quel suo respiro classico e insieme lieto, sembra scritto da sempre. Ci sono morti atroci, morti tragiche, morti collettive, morti epiche, morti buffe, e tutte si rifanno a un lavoro di ricerca e documentazione approfondito, condotto sui testi antichi e sui miti – di cui confesso di conoscere troppo poco per poter dire di più. Ma non conta: molte di queste morti non sono nemmeno avvenute, perché appartengono a personaggi mai esistiti, oppure sono avvenute in modo diverso da come è raccontato, oppure, ancora, sono avvenute ma sono riportate dalle varie cronache in molti modi discordanti. Per gli antichi, tutto questo è indifferente, perché molto labile è il confine che separa il vero dal raccontato, la realtà dalla finzione, e «la realtà vera (vera per noi) non aveva particolari privilegi rispetto alla realtà inventata (inventata per noi), e il fatto che una cosa fosse accaduta non le dava alcun vantaggio rispetto a una cosa che non era accaduta». Le morti didascaliche dei greci o quelle cruente dei romani sono una fonte di ammirazione e amore per Baldi – che, si direbbe, è un «ammiratore della morte». Oggi si muore in modo atroce ma banale, sembra dire l’autore, le modalità delle morti contemporanee sono meno poetabili e meno tramandabili. Non so se questo sia vero, ma è vero che oggi non c’è con il trapasso quel rapporto vitale di vicinanza che ci viene tramandato dagli antichi, per i quali la morte era qualcosa di naturale e praticabile al bisogno, senza sovrastrutture. Ecco, forse Morti favolose ci aiuta a entrare in contatto e in dialogo con l’idea della nostra morte, contribuendo a rimuovere il tabu più vincente della nostra epoca.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica libri il 19 novembre 2010