OK Computer

Sergio Baratto



È inutile resistere, già al minuto 00:33 di "Airbag", nell’istante in cui entra il basso, vengo scagliato inesorabilmente indietro nel tempo, con una botta d’accelerazione tipo quelle che si vedono nei film di fantascienza quando i nostri eroi entrano nell’iperspazio e tutte le stelle all’improvviso si allungano come stringhe di luce bianca sul parabrezza infrangibile dell’astronave – di colpo mi ritrovo proiettato tredici anni indietro, alla memorabile epoca post-broncopolmonite, la convalescenza, Hale-Bopp, il corso di polacco in via Mercalli e tutto il resto, i cieli, le gite nei paesi del circondario, l’alzaia in bici fin quasi a Boffalora e gli spaghetti a casa della zia Rosalinda, i campi profumati di letame, il mio simbolismo, Sehnsucht a gogò, il sapore ritrovato delle cose, la pizza dal Terrone, l’Estate dell’Amore con trent’anni di ritardo, Praga-Bratislava-Budapest, Ummagumma arraffato a metà prezzo ai magiari per un errore di codifica dei prezzi, e ancora l’estate dopo tra i libri sovietici a Orta San Giulio, e la sera cocktail con Nicola, Proust, i miei penosi tentativi di tradurre i Versi della Bellissima Dama di Blok, Mandel’štam orecchiato e scopiazzato, i capelli molto lunghi, la maglietta di Superman, la sala prove nel bunker antiatomico sottoterra, il rimbombo dei crepuscoli e l’aria altezzosa con cui dissimulavo la timidezza – infine per farla breve c’è dentro tutto, in quel disco, anche le cose successe poco prima e quelle accadute dopo, sulla scia, tutta la mia fetta migliore dei tardi anni Novanta, se solo mi ricordassi cosa cazzo leggevo a parte i russi – be’, sicuramente leggevo molti russi, bisogna pur dire che la letteratura russa signoreggia.
Insomma, quel prodotto tecnologico dell’Oxfordshire rurale, quel capolavoro elettrico di fine millennio mi ha ributtato laggiù, all’alba della mia ennesima nuova vita, a ventiquattr’anni venticinque, in quell’obbrobrio geografico tutto spigoli e insenature, in quella specie di poligono delirante compreso tra le scalinate che salgono a Buda, la ferrovia dismessa di Corconio, la biblioteca di Abbiategrasso, Piazza Sant’Alessandro e la Fagiana.
E pazienza, se ogni tanto qualcuno salta su a dirmi che:
1) è musica da vecchi
2) The Bends era più bello e Kid A più originale (due dischi imprescindibili, peraltro)
3) "Da OK Computer a oggi intercorre lo stesso lasso di tempo che divide Meet The Beatles! da Never Mind The Bollocks, ti rendi conto di quanta acqua passa sotto i ponti del rock in tredici anni?"
4) sono degli scoppiati sopravvalutati cloni anni Novanta dei pallosi sopravvalutati Pink Floyd (Biastemma! Penitençagite!)
5) dovrei aggiornarmi e darmi anima e orecchie all’indiscusso capolavoro nascosto dell’indie Unbearably Sexy Teens Gone Into Politics dei Penis Sheaths for Morbid Anthropologists o all’indiscussa perla oscura dell’indie Memories, Dirges And Apotropaic Exclamations Of The Gothic War dei Queen Amalasuntha’s Wet Dreams.

(Nel video a cartoni animati disegnati male, a un certo punto, il ragazzo col cappellino se ne sta in cima a un lampione, mentre un grasso burocrate o funzionario di banca sadomaso cerca di abbatterlo a colpi d’ascia, e le voci celestiali cantano della pelle di maiale che scricchiola. Poi all’improvviso arriva un angelo in elicottero a salvare il ragazzo, un angelo androgino e molto gentile, e mentre il grasso funzionario sadomaso si fa a pezzi da solo l’angelo e il ragazzo giocano a ping pong, e le voci celestiali cantano "Dio ama i propri bambini" – non so perché ma trovo tutta questa sequenza molto bella e commovente.)

E mi chiedevo, cominciando a scrivere, e precisamente alle parole "con una botta d’accelerazione", cos’altro a parte la musica è capace di tramortirmi con madeleines di lava lanciate a sasso sullo sterno?
Forse solo gli odori. Sì, gli odori per me hanno lo stesso potere evocativo della musica. Anche una certa particolare luminosità del cielo in certe ore e in certe condizioni atmosferiche, specie al crepuscolo, o poco prima o poco dopo, o quando sono azzurri in un certo modo, con nuvole bianche nell’ora più pigra del giorno. Ma meno, e forse solo se l’aria è carica di odori. Gli odori sono il sale dei cieli.
E mi chiedevo se per gli altri sia lo stesso. Non cadono stecchiti anche gli altri, non vengono anche loro colpiti a tradimento da certi odori sbucati all’improvviso da chissà dove? Non vengono gettati come sacchi di materia senziente commossa dal marciapiede su cui si trovano in un altro tempo e in un altro luogo, che siano le pinete della Val Marzon, le bancarelle e le giostre di una festa di paese sepolta nella nebbia tra le pieghe dei decenni passati o lo scorcio di cornicioni, grondaie e tegole dal giardino della vecchia casa – mentre addirittura, nella brezza leggera che all’improvviso comincia a soffiare estiva, sebbene un attimo prima si stesse costeggiando curvi sotto l’ombrello gli alti palazzi di Milano nel vento freddo e nel buio fradicio di novembre, mentre addirittura, dicevo, nella brezza lieve e nella luce tersa di un pomeriggio imprevisto, comincia a echeggiare in lontananza il ronzio di un motorino elaborato che scivola senza meta tra le vie di villette a schiera?

Radiohead, OK Computer (1997).








pubblicato da s.baratto nella rubrica musica il 19 novembre 2010