Qualcosa di proibito

Luisa Forti



E’ un gioco che invento da bambina. Mia madre ha appena spento la luce, detto buonanotte senza sfiorarmi, chiuso la porta. Immobile, a letto, ascolto i suoi passi che si allontanano. Allora mi spoglio, mi libero dei tessuti che ricoprono il petto e la pancia. Resto così, a sentire le lenzuola che mi avvolgono, frusciandomi addosso.
Le mani scorrono sulla pelle. E’ una carezza estesa a tutto il corpo, avvolgente come l’acqua. Sensazioni tattili fioriscono e si dilatano nel buio, sbocciano dai pori producendo petali giganti.
Sento che c’è qualcosa di proibito, in quel gioco. Tengo la canottiera e le mutandine sotto il lenzuolo: pronta a infilarle rapidamente, nel caso mia madre rientri in camera.
Una volta mi ha sorpresa mentre, vestita, mi toccavo fra le gambe. - Non ci si tocca lì; se hai prurito vai a lavarti. - Per lei è una questione di igiene, tutto lì-.

- Le bambine non devono tenere le gambe aperte. Soprattutto se hanno la gonna. Non sta bene - dice mia madre.

L’appuntamento è alla periferia della città, là dove le case si diradano lasciando spazio ai campi. Una stradina bianca, polverosa, a volte piena di pozzanghere e fango, s’inoltra nella campagna. Ci fermiamo vicino a una casa diroccata, circondata da eucalipti. Lui si appoggia al muro. Porta dei pantaloni blu, è quasi sempre vestito di blu. Ancora oggi, questo è il colore che amo in un uomo.
Contro quel muro, stiamo molto tempo a cercarci con la bocca e con le mani, a percorrere i corpi.
Non ho mai abbassato la cerniera dei suoi pantaloni: ma ricordo quel rigonfio blu, di una robustezza sicura, persistente. Si erge contro il mio pube, cresce fino a raggiungere la durezza di un osso, una durezza morbida. Mi muovo contro, salgo in punta di piedi, fino a quando non sento che si adagia nel mio corpo, vi trova una qualche corrispondenza. Quel contatto, inseguito attraverso i tessuti, provoca fitte di piacere che si diramano veloci, accelera il ritmo della respirazione, inonda di calore. Il piacere cresce, diventa sempre più intenso, fino a raggiungere una soglia: poi si trasforma in tensione dolorosa. Allora ci fermiamo, ci stacchiamo con la coscienza di aver raggiunto un limite che non può essere oltrepassato: per educazione, per i valori morali che le nostre buone famiglie ci hanno trasmesso. Io devo studiare, innanzitutto. Mio padre fa balenare come uno spettro la vicenda di alcune ragazze che, per il loro comportamento leggero, hanno dovuto abbandonare gli studi e dedicarsi alla famiglia. Hanno rovinato la loro vita. Sua figlia no, non farà una cosa del genere.
Quegli incontri mi lasciano un senso di insoddisfazione: una disperazione fisica, trattenuta sotto la pelle, nei muscoli, nelle vene. Quella tensione dolorosa me la porto a casa.

E’ stato in certi pomeriggi estivi. Dopo le mattinate in spiaggia provo un senso di malessere, di torpore nella testa, di calore in tutto il corpo. Il sole è ancora alto, non si può far altro che riposare. La cittè è silenziosa, i negozi chiusi, le vie deserte. Le persiane abbassate fanno filtrare appena una luce forte, mediterranea.
Provo in posizione supina, le gambe divaricate. Ci sono tante pieghe carnose, tutte vellutate, da accarezzare dentro e fuori; ci sono parti umide ed altre meno, c’è un punto, piccolo ma circoscritto, particolarmente sensibile. Però non accade niente. Raggiungo la stessa tensione dolorosa, ma non riesco ad andare oltre la soglia.

E’ il desiderio stesso a guidarmi, a indicarmi la posizione giusta. Non più supina. Sdraiata contro il materasso, senza cuscino. Il letto è il muro della casa diroccata, il dorso della mano, dalla parte del pollice, quel rigonfio sotto i pantaloni blu. E’ il corpo a muoversi, a salire sopra, a ritrovare quella misteriosa corrispondenza, finalmente senza tessuti, senza divieti, per accoglierlo, prenderlo tra le pieghe carnose, là dove c’è un punto più umido, le pieghe che intanto si aprono e si gonfiano sempre più, si dilatano, sono grandi come non le ho mai sentite, e si bagnano perché adesso sgorga qualcosa, un liquido caldo che regala una nuova dolcezza alla pelle, la rende ancora più vellutata e intanto sento quella durezza morbida e continuo a scivolarvi sopra, scivolarvi sopra, scivolarvi sopra.
Il corpo ha cominciato a muoversi per conto suo, come se seguisse dei movimenti antichi che non conosco e non controllo più. E non potrei farlo perché non sono più mente, ma gambe spalancate, labbra gonfie, bagnate e aperte. E’ lì che pulso, vivo, godo.
Il piacere ha preso a salire, come una scia veloce ha percorso tutto il corpo, è arrivato al cervello ed è esploso, come i fuochi artificiali che guardavo, da bambina, ricadere in tanti rivoli fumosi.
E’ successo così. Ho oltrepassato la soglia. Sola.

La mattina, appena sveglia. Emergo dal sonno con la sensazione di un gonfiore, un accumulo di energia che mi fa allargare le gambe.
Le labbra sono già turgide. Appena comincio a muovermi, le fitte di piacere salgono subito al cervello. Cerco di dosarlo, quel piacere, di rallentare i movimenti, spinte decise alternate all’immobilità. Mi fermo per lunghi momenti. Sento il mio respiro affannato, fra le lenzuola. Poi riprendo con una nuova spinta, fino a quando una fitta più forte mi fa perdere il controllo, il bacino è preso da un movimento convulso, il piacere dilaga. Le contrazioni piegano il corpo, lo fanno flettere in avanti, risucchiandolo verso un centro vitale.
Devo studiare, e l’orgasmo mi regala lucidità, sgombra la mente, moltiplica le energie. Questo l’ho capito subito, e l’ho usato. Coscientemente, come uno strumento di igiene mentale, di pulizia dai pensieri molesti.

Alla prima penetrazione non ho provato piacere. Neppure dolore, non ho perso sangue. Non ero vergine, forse non lo sono mai stata. Oppure continuo ad esserlo, lo sarò sempre. Lui non crede che sia la prima volta, per me. Mi accusa di mentire. Ottusità della mente maschile.
Sento qualcosa che si fa strada, dentro. Mi apre, e poi mi colma, mi riempie goffamente. Si allarga, cresce, invade, spinge; prende tutto lo spazio. Io penso: dunque è questo? Sono un po’ delusa. Però sono contenta che sia accaduto in quel pomeriggio piovoso, contenta del suo eskimo verde, dei suoi capelli lunghi e arruffati.
Dopo, salgo su di lui, apro le gambe, cerco il suo sesso. Lo accolgo fra le labbra. Cerco il piacere così.

Il desiderio ha ritmi fissi, imperiosi. Ogni cinque notti faccio un sogno erotico. Sono in un luogo pubblico, forse per strada, nuda, almeno dalla vita in giù (non vedo il resto del corpo). Ho il sesso gonfio, di un rosa violaceo, completamente glabro. Le labbra si sono dilatate fino a raggiungere proporzioni smisurate: un mostruoso fiore carnoso che cresce fra le gambe. Accarezzo l’interno delle grandi labbra. E’ una situazione di forte eccitazione e, al tempo stesso, di divieto. Non so come fare per soddisfare il desiderio. In genere, sono sogni caratterizzati da un’impossibilità: manca un luogo dove andare, c’è qualcosa che impedisce il contatto, sono presenti persone estranee.
Mi sveglio con quella sensazione di gonfiore, di energia accumulata che annebbia la mente. Allora cerco di prolungarlo, il sogno, di muovermi in un’espansione onirica, una zona di confine fra il sonno e la veglia.
Il desiderio cresce, diventa gonfiore doloroso. L’energia chiede di essere scaricata.

Per molto tempo, la vagina mi resta estranea. Un luogo inaccessibile, perso tra altre viscere. Non posso esplorarla. Mi sfugge. Accoglie passivamente, accetta di essere colmata con il senso di qualche oscuro dovere da compiere.
Ho cercato i movimenti giusti: circolari, avvolgenti. Un avvitarsi intorno, un danzare, un fasciare con pareti carnose quella presenza sicura dentro di me, per accarezzarla, omaggiarla, prenderla, stringerla. Al punto di farne una cosa mia.
Oppure scorrervi sopra con i muscoli tesi, raggiungere la punta, giocarvi un po’. E poi riprenderlo, scivolarvi sopra con una penetrazione profonda che provoca un’ondata di piacere. Ripetere, sentire che le pareti si tendono, si gonfiano in una sorta di erezione interna, invisibile; avvolgono, diventano prensili, si stringono come una morsa. Ripetere in un ritmo di danza, librarsi con tutto il corpo nell’aria, con le natiche libere, i seni gonfi, i capezzoli eretti, i capelli sparsi sulla schiena e sul viso. Ripetere. Fino a quando l’ondata non finisce per travolgere.
E’ un piacere diverso, che si irradia da un punto sconosciuto del corpo, lo scuote a partire dalle viscere. E’ un piacere che apre anche la gola, porta ad emettere suoni senza senso, precedenti ogni formazione verbale.

Raramente mi è capitato di provare piacere in una posizione ricettiva. E’ più difficile, con un corpo sopra, imbastire un movimento di danza: devo afferrarlo per le natiche, imprimergli le movenze circolari del bacino, attendere che capisca il ritmo, che vi entri e si lasci portare. Attendere che i corpi trovino un ritmo comune. E poi dimenticare la necessità di muoversi, dimenticare il ritmo, dimenticare il corpo. Dimenticare.

Molti anni dopo, continuo a farlo alla periferia della città, nei campi, con un altro uomo. Lui si sdraia sull’erba, io gli salgo sopra, mi muovo su di lui fino a ritrovare quella misteriosa corrispondenza, a sentire, anche attraverso i tessuti, il suo sesso che si insinua fra le labbra, le apre. Siamo, entrambi, fasciati dal tessuto ruvido dei jeans, ma non cerchiamo di spogliarci : ci muoviamo con gli impedimenti della stoffa, le costrizioni delle cuciture, dei bordi, delle cerniere. Il cavallo dei pantaloni si infila fra le labbra, tira, si somma al gonfiore del sesso, ne aumenta la durezza. Cavalco, nel buio. Vengo così, nei pantaloni.

A volte penso che quel sesso maschile che cavalco sia anonimo. Penso che potrei provare piacere con qualsiasi sesso. Senza volto, senza occhi : un sesso universale. Dissolta ogni identità, sarebbe una forza della natura: avrebbe la durezza della pietra, la resistenza di un tronco d’albero, la levigatezza di un ciottolo lavorato dal mare.
Immagino una lingua anonima che lambisce come l’acqua, fruga con la stessa insistenza dell’onda. Mi riempie della sua umidità, altri umori si mescolano ai miei, un calore liquido avvolge le labbra, si insinua tra le pieghe. Non posso sottrarmi, non ci si può sottrarre a una forza naturale. Sono costretta a godere.
Azzerato il gioco dei sentimenti, trionfano le stesse forze di attrazione e repulsione che percorrono il mondo inorganico, le stesse energie primordiali che attraversano quello animale.
Anch’io divento anonima, sesso spalancato, teso a prendere e ricevere. Corpo aperto, congiunto ad altro da sé, non più lasciato alla solitaria, presuntuosa autosufficienza dell’umano. Sono elemento naturale: grotta umida, conchiglia di mollusco, anfratto roccioso lambito dal mare.

E’ strano entrare dentro se stessi, sentire il proprio calore umido: invadersi, avventurarsi in un territorio del corpo da non violare. Questo accenno di penetrazione crea un sussulto di piacere. Non arrivo molto in fondo, non riesco a toccare il punto da cui partono le fitte più forti. Provo un senso di mancanza. Arrivo ugualmente all’orgasmo: con quel contatto accennato e i movimenti del bacino che sono l’eco di un’altra penetrazione, tentano di metterne in scena la meccanica, di attualizzare il ricordo di una pienezza. Arrivo all’orgasmo attraverso una dolorosa analogia.

Arcuo la schiena e seguo la rotondità dei seni, stringo i capezzoli fra le dita. Si induriscono subito, producono un’eccitazione immediata che si riverbera in una zona puntiforme, viscerale: la vagina comincia a dilatarsi con lievi contrazioni, il sangue scorre più in fretta ad irrorare le labbra. Mi ha sempre stupito la relazione così stretta fra parti del corpo lontane: come se fossero collegate da un filo invisibile. Così accade in certi burattini: si tira una cordicella, e si muovono parti diverse, il braccio e la gamba destra, per esempio. I fili del piacere non ci appartengono, sono diretti da un burattinaio cui dobbiamo soggiacere.

Resto ferma, lascio che sia soltanto la mano a muoversi. E’ un piacere diverso: non viene più dal corpo, dalla sua capacità di ricercare. Nasce semmai dalla passività, dalla disponibilità a ricevere, accogliere, subire anche. E’ un fantasma diverso: non più di maȋtrise, di dominio, ma di sottomissione. Essere aperta, percorsa, frugata senza possibilità di sottrarmi. E’ un piacere più doloroso: si rapporta più direttamente all’alterità, quindi alla mancanza.
Spesso i due fantasmi si fondono. All’immobilità iniziale segue la volontà di imporsi per cercare il piacere, guidarlo, assecondarlo. Le labbra all’improvviso si tendono, si gonfiano di più, e nello stesso tempo si stringono intorno al corpo che vi è penetrato. Si bagnano e vi scivolano sopra, secondo un ritmo dettato imperiosamente dal corpo.

A volte, se arrivo in una città straniera, mi accarezzo nel letto di una stanza d’albergo. E’ un modo per ritrovarmi: per lasciarmi dietro l’anonimato delle stazioni, degli aeroporti, la fatica dei treni, l’odore di polvere e sudore che ristagna negli scompartimenti. E’ un modo per superare lo smarrimento iniziale, per vincere la paura del nuovo. Sentire che le lenzuola rigide, profumate di lavanderia, assumono lentamente la forma del corpo, si ammorbidiscono col calore, prendono il mio odore. Ritrovarmi in un bozzolo caldo di abbandono e piacere che si interpone fra me e la città.
E’ un modo per ritrovarmi, ma anche per perdermi, finalmente, ora che non devo più rispettare orari, attendere sul marciapiede delle stazioni, muovermi col peso delle valigie, ma posso seguire il ritmo del respiro, lasciarmi andare al movimento del bacino, diventare leggera.
E’ un modo per sentire che non sono più una viaggiatrice, sono arrivata: abito il corpo, abito la città.
Dopo, quando vado per le strade, ho una sicurezza nuova.

Ho sempre detestato servirmi di oggetti estranei. E’ il rapporto col corpo che mi interessa: la sua capacità di darsi piacere. Perché la vita non dovrebbe essere anche questo? Capacità di somministrarsi piacere, oltre che di sopportare il dolore, con la stessa volontà cosciente con cui si assume un farmaco.
Ci sono donne che si legano alle sedie, si introducono strani oggetti : c’è un rapporto doloroso con l’alterità. Presenza impossibile, l’altro viene ridotto a cosa, strumento.
Io inseguo un fantasma di autosufficienza. Un’androginia fantastica, mitologica. L’immagine platonica di esseri con quattro gambe, quattro braccia, così forti da far paura agli dei. Così potenti da dover essere scissi. E costretti alla ricerca della loro metà, della fusionalità perduta. Condannati alla mancanza perpetua. Una mancanza iscritta nel loro corpo, nel loro sesso. E’ questa potenza che inseguo: questa totalità smarrita. Come se il mio corpo potesse rivelarmi d’un tratto una completezza che non sospettavo, un ermafroditismo nascosto.
La parte del corpo che più ricorda il sesso maschile è il dorso della mano, dal lato del pollice: non tanto per dimensioni, quanto per delicatezza e rotondità. Quella parte della mano, dopo, conserva una sua morbidezza. Lì la pelle è diversa: stranamente liscia, quasi senza tracce di rughe.
La mancanza no, non è colmata: solo momentaneamente allontanata. Rimane nella bocca, sulle labbra, sui seni. Solo il desiderio genitale è appagato. Ma il piacere di un abbraccio, il calore di un altro corpo, la morbidezza della pelle, lo sguardo, la voce - ecco cosa manca. Manca la scommessa, la sfida, il gioco. Manca la paura.

Gli uomini mi chiedono a cosa penso. Non penso proprio a niente. Non ho bisogno di pensare a niente.
Mi basta sentire il mio sesso. Aprire le grandi labbra - a volte sono chiuse, strette come valve di conchiglia - ritrovarne il calore umido. Se c’è una fantasia è quella di cavalcare, scivolare: aperta, spalancata al massimo. Ma non è un pensiero, oppure è un pensiero che ha il potere di annullarli tutti. E’ proprio per svuotare la mente che mi succede di accarezzarmi: per dimenticare i pensieri, per dimenticarmi.
Con un uomo non è la stessa cosa. Non posso concentrarmi totalmente sul piacere, dosarlo, seguirlo nel suo percorso. Somministrarmi con maestria quelle fitte di piacere al cervello, punto terminale di una corrente che percorre tutto il corpo. A volte le scosse arrivano subito. Le sento in una zona ben localizzata - l’ipotalamo - come se un ago o un bisturi stesse frugando fra la materia cerebrale, e il contatto producesse piacere. Cerco di farle durare più a lungo possibile, di dilazionarle nel tempo, di creare una pausa. E far sì che non oltrepassino una certa soglia di intensità oltre la quale non sarebbe più possibile controllarle.
Talvolta le scosse arrivano al cervello all’improvviso. Allora non è più possibile dilazionarle. Arrivano come un’ondata cui non si può opporre resistenza.

Gli uomini dovrebbero riconoscere alle donne il loro esser maestre: addette alla manutenzione dei corpi, alla cura del dolore e alla somministrazione del piacere. Potrebbero riconoscere in loro Diotima e, come Socrate, disporsi ad ascoltarle, lasciarsi guidare. Invece, forse per paura, hanno mercificato questa sapienza: l’acquistano ai bordi di un viale, alla periferia di una città; la domandano ad una voce sconosciuta via cavo telefonico o la inseguono sullo schermo di un computer. Ridotta a merce, quella sapienza è dominata, controllata, esorcizzata. Diventa oggetto di scambio: il sapere antico delle donne contro il potere economico degli uomini.

A volte ritrovo uno stato di fanciullezza verginale, di serena dimenticanza. Il corpo ridiventa inconsapevole, leggero. Senza più gonfiori, turgidità, accumuli di energia da scaricare. Senza più fantasmi che invadono la mente e vanificano i pensieri. Con una sensazione di piacere diffusa a tutto il corpo, rivolta ad ogni atto: camminare, guardare, mettere un vestito o toglierlo. E poi abbandonarsi al sonno, lasciarsi scivolare dentro con voluttà. La zona genitale perde ogni privilegio, dimentica la sua ossessiva ricerca del piacere. Non sento più il sesso, è come un animale assopito. Le labbra devono essersi chiuse saldamente, la vagina si è assottigliata, rilassata. Tutto il corpo irradia energia, la riversa nei pori della pelle, la trasforma in un alone luminoso, avvolgente. Tutto il corpo diventa zona erogena: strumento di un’eccitazione diffusa che coincide col vivere.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 17 novembre 2010