La scomparsa della zona neutra

Giorgio Fontana



Si è parlato molto del caso di Paola Caruso, la collaboratrice del "Corriere" che - dopo sette anni di collaborazioni - non è stata assunta come sperava e dunque ha iniziato uno sciopero della fame.
In alcuni commenti su Facebook ho già espresso il mio parere al riguardo: la situazione delirante dell’Italia odierna mi porta a comprendere ed empatizzare questo gesto estremo, ma non a condividerlo.
 Lo sciopero della fame è una modalità di intervento fortissima e che deve essere motivata da precisi valori civili, al di là di una qualunque battaglia personale. So che lo sciopero della Caruso sta acquisendo questo valore, certo - ma le ragioni individuali che l’hanno portata a farlo rischiano di farlo cadere nel mero ricatto morale.
 E le conseguenze di un ricatto morale sono tremende: domani non mangio più io perché non mi assumono qui, domani non mangerà più lui perché lo pagano 6 euro invece di 12, eccetera. Dove fissare i paletti?
 Quando e come diventa giusto rischiare la vita per ottenere qualcosa? 
Lo sciopero della fame della Caruso è equiparabile alle proteste degli operai immigrati senza diritti saliti su una gru a Brescia? (Io credo proprio di no).
 E ancora: perché a me non è mai saltato in mente di fare lo sciopero della fame, nonostante lavori da cinque anni come precario e abbia cambiato diversi mestieri?
Domande.
 Ora però vorrei proporre una riflessione a latere, una sorta di punto di partenza e insieme sfondo comune per tutte le questioni sollevate. E cioè: negli ultimi anni stiamo assistendo a un restringersi sempre più rapido di quella zona neutra fatta del semplice esercizio dei propri diritti: la zona esistenziale e civile, per essere più precisi, nella quale esercitare un proprio diritto non è determinato dall’uso di un potere.
 Esempi: essere pagati puntualmente per una collaborazione; attraversare le strisce pedonali senza rischiare la pelle perché nessuno si ferma; pretendere uno scontrino. Eccetera.
La zona neutra (la cui ampiezza a mio avviso definisce lo stato di salute civile di un paese) è limitata in basso e in alto da due zone estreme: una nera, in cui c’è l’assenza totale del diritto, e una bianca dove invece vige l’abuso del potere.
Ora. La cosa più atroce - e che ho provato sulla mia pelle diverse volte, specie negli ultimi tempi - è l’idea che se tu provi a rientrare nella zona neutra, sei uno stronzo. Sì. Sei tu, il debole, quello cacciato nella zona nera, a non poter alzare la voce - a comportarti male, a non essere un collaboratore fidato, un lavoratore silente e dedito, eccetera.
 Non importa quanta passione e dedizione ci metti. E non importa nemmeno che il tuo referente sia un giovane o un vecchio. Come si supera la barricata e si entra nella zona bianca, la stragrande maggioranza di chi avrà a che fare con te si comporterà come un padrone anche quando non lo è: perché ti considera, automaticamente, inferiore. E perché ritiene che il suo abuso di potere incontrerà il plauso di chiunque.
Una legge non scritta ma che ho sentito ripetere spesso da molti professionisti, nel giornalismo degli ultimi tempi, è la seguente: finché sei collaboratore preparati a subire le peggio angherìe. Ma se per qualche motivo diventi interno, puoi anche permetterti di non fare un cazzo.
 Io non so se sia una prassi vera o meno. Dal punto di vista della ricerca universitaria, ad esempio, mi sembra molto verosimile: date solo una scorsa al numero di pubblicazioni o all’effettiva presenza in ateneo dei professori ordinari una volta diventati tali, e vi accorgerete che appena ci si siede su una poltrona sicura, ogni dovere diventa un’opzione.
Che piaccia o no, il mondo dell’informazione funziona così. Tutte le riviste che leggete funzionano così. I portali online che leggete? Così. Ci sono eccezioni, sicuro. Così come ci saranno già difensori del buon lavoro che alzeranno il dito verso questa mia generalizzazione. Ma, di fondo, nove volte su dieci, quando leggete un pezzo questo è stato scritto da un povero cristo sottopagato, che lavora probabilmente in remoto, e i cui diritti anche più basilari (sapere quando e quanto si riceverà un compenso) sono calpestati. Ma attenzione: credete davvero che fra questa prassi e i SUV che vanno a cento all’ora sulle strisce pedonali e i commercianti che non fanno scontrini e il presidente del Consiglio non ci sia alcuna relazione? Pensate sia solo un problema legato al mondo editoriale o a quello più ampio ancora del lavoro? No, non è così. Il problema è generalizzato e ci siamo dentro tutti. E quello che mi lascia più sconfortato, quello che mi distrugge di più, è l’idea che la zona neutra della difesa e dell’esercizio dei propri diritti venga da un lato erosa da un abuso sempre più sfacciato del potere, e dall’altro porti a considerare come sacrosante soluzioni che rasentano un preteso martirio. Nessun’altra chance. Tutti soli. O cani o padroni.
Ma per avere ciò che mi spetta devo essere un martire? Io non voglio essere un martire. Non ne ho alcuna intenzione.
La condotta etica sta diventando eroismo? Io non voglio vivere in un mondo dove fare del bene - fare il bene comune, comportarsi secondo le regole - significa essere degli eroi.
Oggi ho imbucato un’application per un PhD in un’università del Canada. Non so cosa augurare a Paola Caruso: so cosa augurare a me.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica il dolore animale il 17 novembre 2010