Gli orologi a cucù di Orson Welles

Oliver Scharpf



Gli orologi a cucù, si sa, sono un falso mito svizzero già sfatato da tempo, ma a cui i turisti americani credono ancora.

L’entrata definitiva dell’orologio a cucù nell’immaginario collettivo come icona svizzera è forse databile al 1949, anno di uscita del film Il terzo uomo di Carol Reed con Joseph Cotten, Alida Valli e l’inarrivabile Orson Welles (1915-1985). Il film è famoso anche per la splendida battuta del personaggio di Harry Lime, interpretato da Orson Welles: In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerre, terrore, assassinii, massacri: e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù.
La sceneggiatura del film l’ha scritta un certo Graham Greene, ma questa battuta, come altri spunti, è opera di Orson Welles, perciò il mito degli orologi è riconducibile a Orson Welles: ed è il preludio ideale al nostro libro sui miti svizzeri.

Se l’orologio a cucù è un mito svizzero che non esiste perché nasce in Germania nel 1738, nella regione della Foresta nera, ne contiene due veri: i famosi orologi rappresentati nel nostro tour mitologico dall’orologio delle stazioni e lo chalet. Inoltre sono uniti dalla specialità tipica svizzera della miniaturizzazione, la cui rappresentazione più grande, se un esempio classico può essere il meccanismo dietro le quinte di un orologio da polso, è la Svizzera stessa messa in scena a Melide con la Swissminiatur (1959). Perciò è difficile non credere che gli orologi a cucù nei negozi di souvenir non siano il souvenir perfetto della Svizzera da farsi mandare in America. Ohio, Texas, Nebraska: imballando con cura gli orologi a cucù mi immaginavo le case di quei turisti e il momento in cui avrebbero appeso l’orologio a cucù alle pareti. Un’estate di fine Novecento, infatti, ho lavorato nel piccolo negozio di souvenir di mia zia in via Nassa a Lugano, e se i coltellini svizzeri erano gli articoli più venduti a ogni genere di cliente, gli orologi a cucù li prendevano solo gli americani, facendoseli spesso spedire. Comunque, se allora il cucù è un’invenzione tedesca, il cucù come souvenir potrebbe essere invece il contributo svizzero agli orologi a cucù a partire dagli anni Venti circa, iniziato intorno al lago di Brienz e tramandato oggi, per modelli di minor pregio, a Taiwan per esempio.

E se il souvenir nasce a Parigi nel 1878 con la boule à neige della tour Eiffel, la nostalgia stessa è stata inventata in Svizzera. La parola nostalgia appare per la prima volta all’Università di Basilea il 22 giugno del 1688, in maiuscolo, nel titolo della dissertazione del medico svizzero Johannes Hofer (1669-1752): Dissertatio curioso-medica de nostalgia. Nostalgia è un neologismo coniato combinando il greco nòstos: ritorno in patria o a casa, con algòs: dolore. Perciò, come dice lo stesso Hofer è il dolore che nasce dalla perduta dolcezza della patria, in altre parole la tristezza originata dall’ardente brama di ritornare in patria. La nostalgia traduce il famoso elvetismo poi entrato nel tedesco corrente di Heimweh (1651, Schweizerisches Idiotikon): più o meno il dolore o mal di casa, mal du pays, homesickness, diventando ufficialmente una malattia molto conosciuta anche come mal du Suisse o maladie suisse. Di solito colpiva, infatti, i soldati mercenari svizzeri all’estero, a quanto pare, soprattutto se sentivano il ranz des vaches, inserito tra l’altro da Rossini nel suo Guillaume Tell (1828). Se Hofer riteneva l’origine della nostalgia essere nel cervello, un certo Johann Jacob Scheuchzer sviluppa una teoria (1716) secondo la quale la causa sarebbe nell’effetto della pressione atmosferica, che nei paesi in pianura è più elevata rispetto a quelli delle Alpi, ostacolando così la circolazione sanguigna degli svizzeri all’estero. Albrecht von Haller (1708-1777), un po’ il padre della cosidetta scoperta delle Alpi (Die Alpen, 1729), verso il 1774 sostiene che la nostalgia può portare alla morte. Va detto che dal Settecento a oggi la nostalgia, anche senza citare Starobinski (Le concept de nostalgie), è entrata nella categoria dei sentimenti con un significato più ampio; mentre la nostalgia con l’accezione originaria combacia alla perfezione con il turning point della trama di Heidi, un’altra delle nostre tappe.

Questa piccola mitologia svizzera nasce da una serie di brevi articoli intitolata Miti svizzeri, apparsi sul settimanale Azione dal novembre 2007 al gennaio 2010 con cadenza più o meno mensile. La ventina di soggetti di questi articoli, più un paio nuovi, sono stati ordinati in modo cronologico e riscritti, rendendosi man mano conto di un intreccio sottile che collegava i diversi miti fra di loro, quasi fosse la sceneggiatura della Svizzera. Se il taglio di quegli articoli era di misura mattinale, idealmente a colazione, qui invece c’è il tempo di un viaggio in treno. Il libro stesso è un po’ come un viaggio in Svizzera ispirato in parte dal famoso Miti d’oggi (1957) di Roland Barthes e contemporaneamente dalla Svizzera come paese, alimentato ogni giorno, oltre che dai suoi cosidetti miti fondatori come Guglielmo Tell, sopratutto dai suoi nuovi miti come ad esempio l’Ovomaltina.
Ora potrebbe saltar fuori, al posto del cucù, il classico discorso della Svizzera frammentaria, le quattro lingue, culture, la ricerca di una coesione, il problema dell’identità, la funzione del mito e così via, ma rischiamo di allontanarci troppo […]. E così, se abbiamo incominciato con un mito che non c’è, va piuttosto detto che avrebbero potuto esserci un paio di altre mete come le mitiche Sugus (1931, le uniche caramelle al mondo che si attaccano letteralmente ai denti!) o il sistema per allacciare le scarpe di moda negli anni Ottanta ispirato dai fiori di bardana battezzato Velcro (1951). Oppure il mito di plastica degli Swatch (1983), che ha avuto il suo picco di popolarità al limite dell’isteria collettiva o di comportamenti compulsivi nei primissimi anni Novanta, ma è planato poi nella normalità, o forse quello rimasto a terra di Swissair (1931-2002).

Certo, qualcuno potrebbe anche tirare fuori la lotta svizzera, la lotta delle vacche regine dopate al fendant, la divisa multicolore delle guardie svizzere a Roma (1506), la leggenda del Pilatus, il corno delle Alpi, ad esempio, ma sono mitologie minori, sottotrame laterali, sentieri che portano facilmente nella folcloristica pura, e già non si scherza in questa Wunderkammer mobile elvetica. Oppure, se c’è l’LSD come non parlare del DDT (1939)? Ma se l’LSD ha il suo perché in questa mitologia, non me la sono sentita d’inserire l’acronimo del Dicloro-Difenil-Tricloroetano: un’insetticida bandito a partire dagli anni Settanta che valse al suo inventore Paul Hermann Müller (1899-1965) addirittura il Nobel per la medicina nel 1948; la Svizzera è pur sempre l’Eden alpestre simulato perfettamente in mezzo all’Europa. La rappresentazione continua di sé stessa in un autoritratto impossibile, L’isola dell’altrove che dà il titolo al bel saggio introduttivo di Pietro Bellasi per la mostra Enigma Helvetia.

La Svizzera non esiste ha detto Jean-Luc Godard all’ultimo festival di Cannes. Vecchia battuta a parte, l’aveva già detta qualcuno alla monumentale Fête des vignerons di Vevey (1977) e ripresa poi per il padiglione svizzero all’Esposizione universale di Siviglia del 1992 facendo polemica: certo che non esiste, se non come mito.

Oliver Scharpf, Lo chalet e altri miti svizzeri, Gabriele Capelli editore, 2010.








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 12 novembre 2010