La pioggia e il cemento

Gianfranco Bettin



«Quando la natura si ribella, accade questo... è un indice di grande cambiamento climatico»: a parlare non è un militante ambientalista ma il governatore del Veneto, Luca Zaia, a commento dell’emergenza meteorologica e idraulica di queste drammatiche ore, da lui definita «peggiore che nel 1966». Paragoni storici a parte, Zaia ha ovviamente ragione: lo spettacolo che il Veneto e l’intero Nordest offrono in queste ore è quello di territori in rovinoso subbuglio, di centri abitati e di comunità sconvolte, in preda a un’emergenza che, puntualmente, si affida a Bertolaso (che svolazza in elicottero sopra città e campagne, planando di prefettura in prefettura) e alla proclamazione richiesta dello stato d’emergenza.

Zaia invita ad affrontare i compiti urgenti del momento. E va bene, sul campo. Ma in sede di analisi bisogna dire che emergenza e normalità - ormai, nell’attuale situazione storica, consolidata, strutturale, di questi territori - sono tutt’uno anche quando non piove.

Quando piove, il disastro si vede meglio. Ma anche nei giorni di sole non si faticherebbe a vederlo. È su questo che Zaia si dovrebbe pronunciare. Non c’è in Italia un territorio che sia stato più stravolto di questo in un tempo più breve. Questa è la radice del «dissesto idro-geologico» che in queste ore echeggia di bocca in bocca e ad esso hanno posto mano innumerevoli protagonisti. Infatti, se vi sono catastrofi nate da responsabilità accentrate, come per il Vajont o come per la nascita e lo sviluppo di una Porto Marghera in piena laguna e in pieno centro abitato, per ridurre in questi stati un’intera vasta regione ci sono volute e ancora sono all’opera generazioni di amministratori irresponsabili, ignavi o incoscienti. Se escludiamo i consapevoli criminali che, qua e là, hanno svenduto la loro (la nostra) terra, tutti gli altri, spesso in modo desolantemente trasversale, hanno messo insieme una tale montagna di micro e macro atti, di delibere, di piani urbanistici, di sanatorie, di folli interventi sui corsi d’acqua, di infrastrutture, che sono la vera causa dell’attuale emergenza.

Certo, i cambiamenti climatici concorrono, come no. Era ora che lo dicesse un esponente importante, come Zaia è, dell’attuale maggioranza di governo, la più pervicace di tutto l’Occidente nel negare questa emergenza, guidata dal premier Berlusconi, che più vi ha irriso e meno l’ha affrontata. Ma il modo in cui il clima fuori di sesto si produce in un luogo dipende anche da come quel luogo è conciato. Per i dati Istat, tra 1978 e 1985 ogni anno nel Veneto sono stati edificati quasi 11 milioni di metri cubi di capannoni. Dal 1986 al 1993 sono stati oltre 18 milioni all’anno per poi salire negli anni successivi a oltre 20 milioni. Con un salto dal 2000: 27 milioni nel 2001, 38 nel 2002 e così via. Per le abitazioni, negli anni ’80 e ’90 venivano rilasciate concessioni edilizie pari a 9-10 milioni di metri cubi anno. Nel 2002 oltre 14, nel 2003 quasi 16, nel 2004 oltre 17. In provincia di Padova in vent’anni la superficie agraria è diminuita del 20%, in quella di Treviso del 30%, in quella di Vicenza, ieri epicentro dell’emergenza, del 40%. E sopra questo territorio compulsivamente e affaristicamente cementificato e asfaltato, Prealpi e Alpi sono in abbandono, senza una politica che non fosse la droga turistica, aumentando il dissesto evidentissimo, nella sua interdipendenza, proprio in giorni come questi, quando l’acqua precipita irruenta a valle e in pianura.

Questo è il disastro, nella connessione con il clima che muta ma anche con quello che è stato fatto al territorio. Legioni d’amministratori - con i leghisti da tempo in prima fila - portano gravi responsabilità. Qui non c’entrano né Roma ladrona né gli invasori stranieri. È una colpa d.o.c., a chilometro zero.

"il manifesto", 3 novembre 2010.


L’acqua che ha messo «in ginocchio» il Veneto - parole di Luca Zaia - è scesa dal cielo, è corsa giù a torrente da Alpi e Prealpi, è tracimata con le piene, ma ha gravato su un territorio già da tempo dissestato. Per questo bisogna parlare, oggi, non solo di «alluvione» ma di disastro idrogeologico. Un disastro fabbricato giorno dopo giorno, per anni, da innumerevoli mani, da innumerevoli atti sia abusivi sia leciti ma altrettanto irresponsabili, da piani urbanistici, infrastrutture di ogni tipo (mentre magari quelle davvero necessarie mancano ancora), zone industriali e artigianali infine rimaste vuote, perché sovradimensionate, ma che consumavano suolo, lo rendevano impermeabile.

E intanto una secolare cultura e pratica della manutenzione del territorio, degli argini, delle rive, delle golene, della relazione inscindibile tra un corso d’acqua e il suo paesaggio, veniva progressivamente dimenticata. Bel risultato, specialmente negli anni in cui si fanno crisi di giunte e polemiche di fuoco sul recupero perfino di anacronistiche tradizioni, o sull’esatta grafia di una certa parola, o sul vero risultato del referendum di annessione del Veneto all’Italia.

Tanto per restare in tema, va subito ribadito che questo è soprattutto un disastro indigeno, a chilometro zero. Un disastro fabbricato in casa, spesso in modo trasversale alle forze politiche, la maggior parte delle quali risucchiate da decenni nel pensiero unico sviluppista, arciconvinte che il progresso si misuri in metri cubi di cemento e in metri quadri (o chilometri) di asfalto.

Si è detto, in questi giorni, a difesa del modello, o a cercarne attenuanti, che in fondo anche nel 1966, prima del boom, c’era stata l’alluvione, e nel Polesine ancor prima... Quegli eventi, però, non sono stati eccezionali solo per le precipitazioni ma anche per la loro rarità, se non unicità, di frequenza. Ora invece non passa stagione senza che eventi più o meno rovinosi si producano.

Come ha ricordato il governatore Zaia, si tratta certo degli effetti dei mutamenti climatici - e finalmente un esponente del centrodestra italiano (veneto, lo so) lo ammette: speriamo lo ricordi anche ai suoi colleghi e alleati, i più retrivi politici dell’universo su questa materia - ma il modo in cui si manifestano localmente dipende dallo stato dei luoghi, appunto.

Non c’è nessun posto d’Italia e probabilmente d’Europa che sia stato cementificato, negli ultimi venti o trent’anni, come il Veneto. Per voglia di crescere, di costruire benessere, non c’è dubbio (speculatori e criminali a parte). Era comprensibile, in una terra rimasta a lungo povera e decisa a darsi da fare. In questa spinta, però, quella spinta «barbara» così ben descritta da Goffredo Parise, si è perso il senso della misura (e anche il senso del paesaggio).

Per questo, ad esempio, la superficie agraria è diminuita in vent’anni del 20 per cento in provincia di Padova, del 30 in quella di Treviso e dei quasi il 40 a Vicenza, epicentro del disastro attuale. «Una situazione che ha già raggiunto i limiti dello sviluppo», scriveva nel 2006 la Fondazione Nord Est nel suo annuale Rapporto sulla società e l’economia. Negli stessi anni, i fondi regionali stanziati per la sicurezza del territorio sono stati più che dimezzati e gli interventi di manutenzione del Genio civile ridotti a un quarto e le normative rimaste a ere geologiche fa (è proprio il caso di dirlo) o, le più avanzate, spesso disapplicate.

Cambierà qualcosa, il tragico bilancio di questi giorni? Produrrà veri cambiamenti nelle politiche? In un libro molto interessante e molto onesto, l’ingegnere idraulico e docente universitario Andrea Rinaldo («Il governo dell’acqua», edito da Marsilio), riflettendo sul generale stress del nostro ambiente, propone, per uscirne, un’alleanza fra ecologisti e imprenditori.

Forse, con lo stesso spirito, si può piuttosto parlare di un’alleanza tra ecologia ed economia, tra ecologia e urbanistica, tra ecologia e industria, cioè di una nuova sintesi umanistico-scientifica e di una nuova relazione tra noi e il mondo in cui viviamo. Se dobbiamo «abitare la terra», come ancora Zaia esorta a fare in un libro impegnativo, se preso sul serio (per le cose che dice, molte giuste), dobbiamo anche far sì di non sprecarla, né la terra, né l’acqua.

"la Tribuna di Treviso", 5 novembre 2010.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica emergenza di specie il 9 novembre 2010