Mammuthgrafia

Marco Rossari



Mammuth-miracolo (Dalla vasca d’acqua bollente)

Nella pancia di una balena-multisala piena di miasmi e luci, vengo a scoprire non solo che l’orario indicato sul giornale per la proiezione del film non è quello esatto (indica l’inizio della pubblicità, venticinque minuti prima: in buona sostanza non ci viene più concesso di arrivare quando preferiamo) ma che sono comunque riuscito ad arrivare in ritardo. Dopo una chilometrica coda al beveraggio ("La bibita più piccola che avete, grazie." "Con soli 5 euro in più le do i nachos e la sour cream." "No, grazie." "Con soli 3 euro in più le do i popcorn multimaxi." "No, grazie." "Con un solo euro in più le regalo il bambolotto cineplex che fa ciao con la mano." "No, grazie." "Se mi risponde di sì anche solo una volta tutto il cinema è suo." "No, grazie."), ripiego sull’ultima sala, in fondo al corridoio, nascosta in un angolo, dietro dietro dietro, dove entro e mi trovo solo: tanto valeva chiamarla "sala snob". E, nel cuore di quel Moby-Dick frastornante, per miracolo assisto a un piccolo capolavoro.

Mammuth-movimento (emerge un enorme maiale)

In Mammuth, il nuovo film degli enfants terribles Benoît Délepine e Gustave Kervern, un vecchiaccio interpretato da Gérard Depardieu, orco reso straordinariamente femmineo dall’adipe che ne gonfia le mammelle e dai capelli lunghi che cincischia ossessivamente come il Mickey Rourke di The Wrestler (vero e proprio Doppelgänger d’oltreoceano, tanto che qui si ripete a parti invertite la scena al bancone della gastronomia), intraprende un viaggio a ritroso nello spazio e nel tempo, lavoro dopo lavoro, a caccia delle certificazioni che ne possano testimoniare le ore passate a sgobbare per arrivare a una pensione decente. In questo percorso burocratico-esistenziale incrocia tutta una galleria di personaggi stralunati, ma soprattutto arriva a regredire verso un’impossibile giovinezza della mente. Alla fine lo troviamo in grembiulone che prova a passare l’esame di maturità, ma cosa scrive sul foglio dello scritto non va rivelato.

Mammuth-mantra (bianco come uno spettro)

Un film che è una tragicommedia on the road sullo spaesamento, un film che è la radiografia impietosa di un paese che fruga nella sabbia a caccia di qualche spiccio, un film che si apre con un maiale squartato, un film che continua con un uomo stramazzato a terra tra le merci, un film che prosegue con due macchine rigate da un carrello della spesa, un film che suona l’armonica al cimitero, un film che caga nelle buche dei campi da golf per impedire il regolare svolgimento del gioco, un film che si nasconde dietro a una strepitosa fotografia povera e satura, un film che pronuncia una parola pura come "impurità".

Mammuth-meraviglia (che oscilla impudico fino a quando)

Pur essendo meno irriducibile di Louise-Michel, Mammuth è un film più riuscito. Mantiene sottotraccia la stessa forza violenta, la stessa dirompente critica ai tempi moderni, un analogo incondizionato amore per i reietti e un po’ di quella strisciante ambiguità sessuale, però vi aggiunge il corpo sfatto di un Depardieu in de-forma smagliante, il quale in un impeto di meravigliosa vulnerabilità si lascia esplorare impietosamente dalla telecamera, dal nostro sguardo, dalle mani delle donne. "Attivare l’inerzia della carne è già protesta," scriveva Elio Pagliarani ne La ballata di Rudi. E per fortuna ci restano questi attori sfatti, che grazie alla débauche hanno fatto scempio del proprio corpo e, dopo non so più quanti film da dimenticare, si sono fatti trovare puntuali all’appuntamento con registi come Darren Aronofsky o il duo in questione.

Mammuth-morale (dal finestrone il sole / accende quintali di luce.)

All’uscita dalla sala, mi riecheggiano in testa le parole della donna ombra (una Isabelle Adjani che è tutta un contraltare fantasmatico alla massa del coprotagonista): "Fregatene. Sono degli stronzi. Ti amo". Epitaffio per un’epoca in via d’estinzione o grido di battaglia? Forse entrambi.

(I versi fra parentesi sono tratti da Macello di Ivano Ferrari, Einaudi.)








pubblicato da m.rossari nella rubrica libri il 6 novembre 2010