Quando la feccia comincia a schiumare

Sergio Baratto



Comincia così:
hanno facce strane, sono fatti diversi (più scuri).
Hanno un altro odore.
Hanno un fare losco.
Non hanno rispetto per le nostre tradizioni.
Non si vogliono integrare.
Stanno sempre tra di loro.
Piangono miseria e vivono nel lusso.
Non è giusto che ci passino davanti nelle graduatorie.
La loro religione è incompatibile con la civiltà.
Spacciano/rubano/stuprano.
Rapiscono/schiavizzano/mangiano i bambini.
Valeva per gli ebrei ucraini di fine Ottocento, vale oggi per i rom in Italia, per qualsiasi gruppo etnico non ricco e possibilmente non bianco. Di più: il meccanismo – vieto, ma evidentemente efficace, dato che si continua ad usarlo dall’alba dei tempi – è applicabile a qualsiasi minoranza che si voglia utilizzare come capro espiatorio.

Tutte le collettività portano in sé come una malattia in latenza un grumo di paure, paranoie, insicurezze, ottusità e cattiveria: è l’angolo cieco, la sentina morale sociale, il filovirus capace di corrodere i tessuti. Tutto ciò non può probabilmente essere eliminato, bonificato, estirpato, ma certo si può mettere in atto una strategia di contenimento: altre pulsioni, più nobili, più costruttive e – sembra un’ovvietà, ma siamo arrivati al punto da doverlo specificare – più proficue per il corpo sociale soverchiano l’infezione, la confinano nel suo buco fetido, nei casi e nei momenti più virtuosi la riducono in stato di quiescenza. Allora essa non è molto più che una mucillagine, un velo di schiuma, una feccia residuale.

I periodi di crisi, le accelerazioni dei processi di mutamento, i cambiamenti sociali bruschi o percepiti come tali sono pericolosi, proprio come gli sbalzi termici per un organismo sano ma non robustissimo. A volte può cominciare con un brusio di fondo quasi indistinguibile. In questa fase, quelli dotati di un udito più fine rischiano di passare per apocalittici, una delle categorie più vilipese dagli ottimisti a libro paga. A molti sfugge la differenza fondamentale che divide i profeti di sventura dalle cassandre: i primi hanno torto, mentre le seconde vedono giusto.
Piano piano il brusio monta. I luoghi comuni più malevoli cominciano a girare, passano di bocca in bocca; sembrano innocui, invece sono pericolosi, perché veicolano i germi dell’infezione. A chi non è mai capitato di sentir parlare delle trentacinque mila lire al giorno (all’epoca in cui l’ho sentito dire per la prima volta c’erano ancora le lire: ora saranno trentacinque euro) che "il governo" erogava (eroga) agli zingari?
In parte, questo processo di "cova" della degenerazione è spontaneo. Eppure in questa fase l’infezione può ancora essere combattuta con successo. A meno che qualcuno non cominci scientemente a diffondere l’infezione, per ragioni di puro tornaconto elettorale, pubblicitario, mediatico. Questo è il momento cruciale, in cui la responsabilità diretta per la piega che la situazione prenderà è di ciascuno. Di ogni singolo cittadino che non dovesse intervenire con determinazione a cauterizzare, nella quotidianità e nelle occasioni di partecipazione collettiva, le prime suppurazioni. L’amico che si lascia andare a discorsi d’odio, il parente che esprime concetti razzisti, il collega che delira come se all’improvviso fosse diventato un membro del KKK vanno affrontati con cortesia e fermezza in questa fase. Più tardi sarà troppo tardi. L’alzata di spalle, la constatazione (peraltro spesso veritiera) che, al di là delle parole, sono "brave persone", la rinuncia per quieto vivere o comprensibile riluttanza al rimprovero sono piccoli ma importanti disastri.

Più si ha potere, ovviamente, più la responsabilità è grande. Le responsabilità di chi fa politica o informazione sono enormi, nel bene e nel male. Quando la feccia della coscienza collettiva comincia a schiumare, purtroppo può succedere che chi riveste un ruolo pubblico (uso questo termine nell’accezione più estesa: in questo senso i direttori di giornale, di telegiornale, di emittente radiofonica vi rientrano a pieno titolo) di qualsiasi grado e tipo, dal magistrato della corte di cassazione al più oscuro assessore comunale, dal ministro degli interni al giornalista di nera di una testata locale, decida di agire come un untore.

A questo punto, anche chi dissente comincia a ricevere la sua dose di manganellate virtuali, che serve a ridurlo al silenzio, a renderlo inoffensivo. Un tipo diffuso di manganellata è l’accusa di vivere in una torre d’avorio, di ignorare i problemi della gente vera, di non avere contatti con la vita reale. Si introduce così nel corpo del popolo una separazione arbitraria, che trae autorità da sé stessa (il fatto che venga formulata coincide con la sua verifica) e si viene rimossi, quasi scacciati dal consesso civile.
Quante volte lo si è visto? La sinistra è perdente perché non parla più la stessa lingua del popolo, e questo perché è separata dalla vita del popolo. I pacifisti – anzi i "pacifinti" – sono una minoranza separata e una quinta colonna del Jihad islamico. I noglobal sono un corpo estraneo alla cittadinanza, stranieri in patria, tutto fuorché concittadini di quei cittadini che, da bravi cittadini, non alzano la voce e non protestano, perché il popolo, non ha grilli assurdi per la testa e non usa lamentarsi, ma lavora onestamente per mantenere la famiglia e crescere i figli. I centri sociali sono fuori dalla vita civile. I gay e le lesbiche in quanto caratterizzati da comportamenti contro natura non possono pretendere di godere degli stessi diritti del popolo, vale a dire dei cittadini normali e correttamente eterosessuali…
Ogni volta viene istituita l’esistenza di una diversa "razza aliena".

Stavolta, in Italia, hanno cominciato con i rom e i rumeni (spesso confondendoli: l’ignoranza delle nozioni fondamentali è sempre il primo indizio che qualcosa non va). Poi l’aria tornerà a farsi pesante per gli islamici, e dopo ancora, chissà?, potrebbe essere l’ora degli omosessuali. Alcuni cittadini volenterosi si stanno già portando avanti, qua e là per l’Italia senza distinzione culturale o dialettale: l’unità del Paese garantita dalla cattiveria. I mandanti morali, suvvia, smettiamola di fare i finti tonti, li conosciamo: i politici di una certa parte politica e i loro sgherri nei mezzi d’informazione.








pubblicato da s.baratto nella rubrica democrazia il 3 novembre 2010