Per Shabtai

Aviva Lori



Stroncato da un infarto nel 1981, all’età di quarantasette anni, Yaakov Shabtai lasciò una moglie e due figlie, un’amante e una terza figlia, cumuli di fogli dattiloscritti e Inventario, un romanzo uscito qualche anno prima, che stava per imporsi come l’evento più importante della letteratura israeliana. Per il trentesimo anniversario della sua pubblicazione, la giornalista Aviva Lori ha tracciato un ritratto dello scrittore per il quotidiano «Haaretz» intitolato Yankele (diminutivo di Yaakov).

Ve ne proponiamo un riassunto in due parti.

«Il mio romanzo telaviviano», così Shabtai chiamava Inventario, il libro-fiume in cui aveva riversato le figure di amici e famigliari, e di fatto di un’intera classe sociale israeliana: quella cittadina-ashkenazita-borghese della Tel Aviv all’inizio degli anni ’70, da lui descritta fin nei minimi dettagli. «Volevo che Inventario contenesse tutto», disse nella sua unica intervista radiofonica andata in onda tre giorni dopo la sua morte. «E non mi riferisco a grandi storie. Intendo proprio le cose più piccole. Qualche sbadiglio fatto da qualcuno, una certa frase che mi si è conficcata in testa anni e anni fa, il volto di qualcuno. Poteva essere un parente oppure no, uno dello shtetl. O magari un abito, una forma, un gesto, qualcosa che è successo. A volte era qualcosa di molto molto transitorio, di assai minuscolo. In qualche modo volevo catturare tutte queste cose dentro il libro».

I protagonisti di queste descrizioni «molecolari» sono tre ashkenaziti di Tel Aviv, che si muovono sullo sfondo di «una città decadente, “fatta”, inondata di sesso»: Israel il musicista tormentato, Tzezar il gaudente e Goldman l’avvocato smarrito. «Era un’epoca di eccessi», ricorda ancora l’architetto Tziyona Leshem (Eliezra in Inventario). «Tel Aviv era in pieno tumulto, i “giri” erano sempre gli stessi e chi non tradiva la moglie era considerato un idiota. Tutti erano drogati, ma alla fin fine restavano aggrappati alla famiglia senza divorziare». Quello di Shabtai è tuttavia un resoconto sereno, distaccato, al punto da sembrare un documento legale. Sommo maestro della descrizione, virtuoso della lingua e alchimista di forma e contenuto, proprio in questo romanzo egli affinò la «frase shabtaica»: forse la conquista più grande della sua scrittura, di certo un conseguimento letterario senza precedenti. La frase shabtaica contiene in sé un mondo intero. Si estende magari per un’intera pagina, a volte addirittura di più, scorrendo in ogni direzione – avanti e indietro, a destra e a sinistra – e aprendosi a una miriade di commenti e associazioni, per poi giungere al punto finale senza avere perso nulla della propria forza e melodia. Ma quando fu pubblicato Inventario, nel 1977, l’accoglienza riservatagli fu un silenzio quasi assoluto, interrotto solo a tratti da recensioni negative. Bisognò aspettare un anno perché il critico Dan Miron, sulle pagine di «Yediot Ahronot», rivelasse il romanzo per quello che è: «il bivio più importante della letteratura israeliana. Qui tutta la storia di Israele viene riraccontata da capo»

Shabtai definiva il suo stile «una sorta di ribellione contro una certa formula di scrittura diffusa in Israele, una formula fatta di frasi corte, quasi setacciate, che creavano una specie di effetto di pulizia e di stile». Il risultato di questo «capriccio» contro un modo di scrivere che suscitava la sua avversione fu un lavoro estenuante: la stesura di Inventario durò infatti quasi sei anni, dal ’71 al ’77, durante i quali egli scrisse fin quasi all’annientamento. A testimonianza di questo sforzo immane, nell’archivio dell’Università di Tel Aviv sono conservate migliaia e migliaia di pagine uscite dalla sua Hermes Baby – tutte rigorosamente senza errori o cancellature, altrimenti le riscriveva da capo. E non solo le pagine di Inventario, ma anche le bozze del romanzo incompiuto In fine – la cui pubblicazione è stata curata dalla vedova Edna Shabtai in collaborazione con Miron – e quelle di un primo romanzo, che però Shabtai aveva deciso di lasciare nel cassetto.

L’archivio rivela il modus operandi di uno scrittore ossessivo, insicuro, assolutamente schiavo del proprio mestiere. «Di ogni frase scriveva cinque versioni», ricorda il prof. Menachem Peri, che pubblicò Inventario e In fine nell’edizione Hakibbutz Hameuchad. «Su ognuna lavorava per anni, e alla fine ne lasciava quattro varianti alternative». La sua giornata era rigorosamente cadenzata. La mattina lavorava, scrivendo e riscrivendo all’infinito le frasi che appendeva a una gigantesca bacheca di sughero, mentre il pomeriggio incontrava gli amici e se ne andava in giro per Tel Aviv, la sua adorata città. Raccoglieva migliaia di fogli, chilometri di frasi. «Scrivere un libro è come spazzare Rechov Allenby con uno spazzolino da denti, da Kikar hamoshavot fino al mare», disse Shabtai in una conversazione riportata dal dott. Hanna Soker-Schwager nel saggio Lo stregone della tribù delle Meonot Ovdim: Yaakov Shabtai nella cultura israeliana. Di fatto, Inventario e In fine esistono in un’infinità di versioni.

Hamaayan hechatum (La fonte ostruita), il romanzo d’esordio tuttora inedito, affronta i temi di un desiderio sessuale distruttivo, del disfacimento della famiglia e della tradizione ebraica nella società socialista, e nel farlo getta «uno sguardo in avanti verso la morte». Secondo lo scrittore Dror Burstein, che sotto la guida di Miron ha completato un dottorato di ricerca su Shabtai, la decisione di non pubblicarlo fu probabilmente dovuta al fatto che qui la frase shabtaica non aveva ancora visto la luce. Ma l’interesse del libro sta proprio in questo, nel suo essere scritto in stile agnoniano. La fonte ostruita aiuta dunque a capire l’evoluzione della scrittura di Shabtai dagli esordi alla maturità, passando per Lo zio Perez spicca il volo – una raccolta di racconti uscita nel ’72 e assai diversa come stile da Inventario e In fine. In particolare, l’inedito chiarisce che «Shabtai non fece il salto verso i suoi grandi romanzi partendo da un vuoto letterario, bensì dalle spalle di Agnon».

L’anomalia della scrittura di Shabtai nel panorama generale, e il fatto che all’epoca non avesse molti ammiratori, spiega forse il disinteresse per Inventario quando il manoscritto fu proposto alle varie case editrici. Nessuno fece a gara per accaparrarselo, e il romanzo alla fine uscì per un piccolo editore. Am Oved avrebbe potuto pubblicarlo nella collana Sifriah laam, che aveva 20.000 abbonati, ma declinò l’offerta. A parte il giudizio negativo del lettore su una prima versione delle bozze ricevuta nel ’75 («Dopo avere finito la lettura, non riuscivo a liberarmi di due impressioni principali: da un lato, un senso di oppressione e abbattimento e, dall’altro, l’idea che si trattasse di un lavoro meravigliosamente calcolato e sofisticato, che però alla fin fine rimaneva soltanto esteriore, sterile ed eccessivamente ornato»), sembra che a pesare su questa decisione sia stato fondamentalmente il rifiuto, da parte di Shabtai, di modificare la struttura del romanzo suddividendolo in paragrafi.

Inventario, così come lo conosciamo oggi, si presenta sotto forma di un unico blocco: un solo paragrafo lungo 282 pagine (300 nella traduzione italiana), il trionfo della frase shabtaica. E questo perché, secondo la testimonianza della moglie Edna, la reazione di Shabtai alla lettera di rifiuto dell’editore fu semplicemente questa: «Non l’ha dato a vedere ma era rimasto molto ferito e l’indomani si è seduto a riscrivere il libro da capo. Questa volta sapeva che l’avrebbe scritto senza prendere in considerazione il gusto di nessun redattore letterario. Ha detto: “Scriverò questo libro costi quel che costi”». E così ha fatto. Come ha sottolineato in merito Dan Miron, «due persone furono all’origine di una rivoluzione immensa negli anni ‘70, Hanoch Levin nel teatro e Shabtai nella narrativa. Persino altri grandi scrittori come Yehoshua, dopo Inventario non hanno più scritto come prima. Persino Mikdamot di Yizhar è una versione yizhariana di Inventario ambientata a Rechovot».

Fine parte I

[Traduzione dall’ebraico e sintesi a cura di Federica Giardini in collaborazione con Ulpàn: scuola di lingua ebraica (dove gli studenti leggono Shabtai in originale)]

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Testi di Shabtai disponibili in italiano:

Lo zio Perez spicca il volo, traduzione di Sarah Kaminski e Elena Loewenthal, Feltrinelli, Milano 2008.

Inventario, traduzione di Sarah Kaminski e Elena Loewenthal, Feltrinelli, Milano 2006.

In fine, traduzione di Elena Loewenthal, Cargo, Napoli 2010.

Le avventure di Rospocchio, traduzione di Elena Loewenthal, Mondadori, Milano 1999.

Una corona in testa, traduzione di Anna Linda Callow, Sara Ferrari e Genya Nahmany, Salomone Belforte, Livorno 2010.


UN PENSIERO SU “PER SHABTAI”
Per Shabtai # 2








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 20 settembre 2012