Tutte le ovaie del reame

Maria Cerino



Antonio gironzola per casa, ogni tanto arriva davanti alla camera dove Anna riposa e si ferma. Capita che entri per pochi minuti o, invece, che torni indietro – verso la cucina – e si sieda tranquillo. Si sente fuoriposto davanti al letto, perché è un po’ un capezzale tra parenti intimi ma senza morte, più una sospensione in attesa di qualche nascita con una gestante enorme che neppure si riesce a vedere e loro che le stanno dentro . Nella cucina rimugina sulla domanda che sente di dover fare – una domanda così banale, dio mio, che quasi ne prova vergogna – solo che se fosse stata legittima, la domanda, l’avrebbe fatta la moglie o, se fosse stata fondamentale, il genero neppure avrebbe aspettato che gliela ponessero e l’avrebbe raccontato subito (prima ancora che entrassero e la vedessero in quelle condizioni ) qual è la diagnosi del medico. Intanto resta lì, Antonio, un’ora legge, un’altra si stende sul divano e un’altra ancora aspetta. Generalmente si annoia; allora si alza e va verso la camera. Prima ancora che entri intercetta lo sguardo di Carmen pronta, persino adesso che è lì, a rimproverargli di non esserci stato. Come se avesse perso l’occasione di una vita di accarezzare una placenta vibrante (quale sorte, a lui che è un uomo) e farsi partecipe di. Farsi partecipe di cosa non lo ha capito ma è questo il rimprovero che avverte. A lui non dispiace che Anna dorma, anzi preferirebbe che non si svegliasse, soprattutto adesso che è così triste e non vorrebbe mai che lei se ne accorgesse. In quarant’anni è arrivato a convincersi che i figli, tutti i figli, dovrebbero nascere per metà dal ventre dei padri, se ci fosse giustizia. E ora gli è chiaro il motivo: se nascessimo divisi dalla pancia di entrambi i genitori, la tristezza dei nostri padri che invecchiano sarebbe più sopportabile. Lo disturba. Il corpo di sua moglie, all’improvviso, lo disturba perché sa stare dove sta, immobile, come se altro non dovesse.
Se capita che per caso uno dei tre – padre, madre, marito –, dopo aver guardato Anna distesa, incroci gli occhi degli altri due, la camera si riempie d’imbarazzo. E non è la nudità della giovane donna a innervosirli, di quella, ognuno a suo modo, ne sanno abbastanza tutti i presenti.
Ogni tanto la signora Tasteni, la madre di Anna, si avvicina e asciuga il naso alla figlia con lo stesso fazzoletto che tiene arrotolato tra le mani da quando è entrata in casa. Ad avvertirla è stato proprio suo genero, l’avantieri. Da subito, mentre si parlavano al telefono, le ha detto che Anna stava nuda sul loro letto da circa ventisei giorni e che, sì, ci aveva provato eccome a farla alzare, e che quello della moglie non è sonno ma forse torpore.
Quando Anna annunciò ufficialmente la celebrazione del suo matrimonio per il mese seguente, ed era marzo, Carmen rimase ad osservare la figlia, muta come se dovesse capire. Non c’era nulla da dover temere, certo, quei due sembravano volersi e neppure la poteva perdere, visto che Anna si era emancipata da loro a soli quattro anni quando le aveva fatto togliere quel vizio lavandole il culetto e schiaffeggiandole la faccia, in piedi nel lavabo. In ordine: un po’ d’acqua e sapone sulle piccole chiappette e una sberla sulla guancia destra, un altro po’ di acqua e sapone e un colpo a sinistra, acqua, sapone e uno schiaffo, acqua sapone e uno schiaffo, acqua sapone e uno schiaffo, acqua sapone e uno schiaffo. La motivazione data al marito, la sera, del lungo e crudele bidè era stata la necessità di far capire una volta per tutte alla bambina che farsi la cacca nelle mutande per tornare a casa dall’asilo a controllare cosa fa mamma con il fratellino è sbagliato e va corretta, una certa gelosia infantile. La verità, però, era il voler punire, voler punire una creatura di quattro anni che si avvicina alla madre mentre allatta e le dice di spostarsi scoprendo il suo piccolo capezzolo dato che adesso tocca a lei. E gliene avrebbe perdonate, poi, di stramberie come fumare nel bagno guardandosi allo specchio e gesticolando con le mani in terza elementare, ma quella, quel vederle tirare giù la maglia slabbrando il girocollo di lana per mostrarle il capezzolo, era stata troppo terribile. Ci pensa persino adesso che Anna è trentaseienne e riposa di un sonno leggero da quasi un mese, davanti a lei. Carmen le guarda i capezzoli che sono larghi ma turgidi e le viene naturale – quando è certa che gli altri due non la vedano – di accarezzarsi i suoi con il dorso della mano, velocemente. Come se i capezzoli della figlia chiamassero i capezzoli della madre e virassero tutti e quattro dal suo ventre controvento, dove avverte – subito dopo – un dolore lancinante, un pizzico alla vagina.
Sono le tre e mezzo di pomeriggio ed hanno suonato alla porta. Se fosse un impiegato qualunque Giovanni potrebbe aspettarsi una lettera di licenziamento in mano al postino, per fortuna (e ne ha scoperto l’aspetto positivo solo in quest’ultimo mese) lavora nell’azienda di famiglia. A suonare, quindi è qualcun altro. Da quando è in casa segregato con la moglie, solo in altre due occasioni si è trovato a dover decidere se aprire o meno la porta e in entrambe è rimasta chiusa. Avrebbe pure voluto aprire, la prima volta soprattutto, solo che poi avvicinandosi allo spioncino aveva avuto come un’intuizione e alzandosi sulle punte era tornato indietro a passi felpati perché se di un evento non sai nulla ogni prova esterna che puoi accumulare gioca a favore della sospensione; in pratica, ora che sono passate altre settimane e Anna ancora dorme può dirsi che la spiegazione gliela stava portando un angelo educato che bussa pure prima di entrare. Cada su di noi la pioggia miracolosa del cielo, ha mugugnato sedendosi accanto ad Anna sul letto. Così.
Carmen si precipita ad aprire: è il medico curante. Lo accompagnano dalla dormiente; Giovanni e Antonio escono con il timore di poter mancare di rispetto alla donna stando lì a guardarla nuda davanti a un estraneo. Antonio se la aspettava dalla moglie, questa. In fondo, chiamare il medico era la miglior cosa da farsi, possibile che Giovanni non ci avesse pensato da solo? Rimangono a fissarsi davanti alla porta con una mezza frase che si muove nell’aria, Giovanni è così certo che glielo chiederà, il suocero, che risponde convinto di averglielo sentito dire. – Eravamo usciti per ritirare delle analisi. Sta bene, non ti preoccupare. Stava bene. Si è coricata prima di me e l’ho trovata nuda, come adesso, nello stesso identico quasi sonno. Ho provato a svegliarla ma non ci sono riuscito. Se non avesse avuto battito cardiaco e respiro tanto regolari avrei chiamato un’ambulanza.
Sua figlia è depressa. Appena l’anziana sente la diagnosi, il tempo di accompagnare il dottore verso l’uscita e ripetergli diversi Grazie, copre con una coperta il corpo nudo. A Giovanni sembra un’intromissione, o almeno qualcosa di forzato. Innaturale. Gli mandano a comprare del latte parzialmente scremato ed altra roba da cucinare per quando Anna si sveglia (E la sveglierò io, ha sentenziato Carmen mentre riempie una bacinella d’acqua fredda per farci Dio solo sa cosa).
Giovanni, che ha quasi quarantadue anni ed è marito di quella donna-coperta-letto da sei, vive nel dubbio da quando l’ha trovata sul letto nuda e piegata su se stessa, per questa ragione li ha chiamati. Sperava che glielo sciogliessero loro, il dubbio. Dopo tre sole ore aveva capito di essersi sbagliato perché nessuno aveva chiesto cosa ci facessero tutti quei test di gravidanza inutilizzati in bagno. (Prima avrebbero, però, dovuto dirgli che di tutto questo lui non aveva colpa. E quale colpa avrebbe potuto averne mai?) In seguito avrebbe spiegato che ogni sera Anna lo obbligava a fare l’amore e il giorno successivo andava a pisciare, di prima mattina, sul test e aspettava un minuto e poi si rivolgeva alla piccola penna della fertilità come se parlasse al suo personale specchio incantato TestTest delle mie brame chi è la più incinta del reame? Mentre risale le scale prova a immaginarsi che effetto farebbe ritrovarsi la moglie davanti come se nulla fosse stato, rientrando. Cosa dovrebbe fare? Sedersi a tavola mentre Carmen urla che c’è il pollo che sta bruciando nel forno e che solo lei sa quale è la giusta quantità di peperoncino da aggiungere sulla pasta e patate e dimenticarsi che Anna, gli ultimi giorni soprattutto, le era sembrata un polletto rachitico sul letto? Darle un bacio sulla guancia mentre le si siede accanto, senza stupirsi degli abiti che ha indossato, del fatto che non è sdraiata? Che è uscita dalla camera con solo due gambe, solo due braccia, i suoi bellissimi occhi, ma che, cazzo, sempre solo due sono? Della semplice verità che è ancora lei, solo lei e non altro, l’altro che Anna sarebbe tanto voluta diventare? Perché bisogna volerlo d’immenso se si va in letargo in attesa che sopraggiunga il cambiamento e ci si svegli e si ci dimentichi del tempo che è passato dell’uno che si è stati, felici di quella primavera che si ha addosso come se fosse la vigilia di natale. Entrando, Giovanni, ha avvertito un profumo diverso, un odore di gente. È corso da Anna per capire se è ritornata ad essere una donna, grazia assoluta miracolo inatteso, e siano le sue, le molecole che gli arrivano al naso. Invece lei è sempre là supina, mentre la camera si affolla di persone che vanno e vengono e portano con loro secchi e si avvicinano al capezzale in fila indiana, si fanno il segno della croce e gettano l’acqua gelida sul corpo nudo mentre Carmen dall’altro lato si allunga per cospargerle il seno e il ventre di sale. Figlio di figlia, Figlio di figlia ripetono. La madre scandisce figlio e figlia sempre più velocemente e ad un certo punto lo ripete tanto in fretta che sembra incattivirsi mentre strofina il sale allo stresso ritmo; non capisce se gli stanno ammazzando la moglie o pregando per un figlio, o se il figlio è la moglie e lui è fortunato il doppio senza saperlo. Suonano alla porta ed entrano, gli angeli vestiti di rosa gli vanno incontro cantando Papà Papà Papà e le donne recitano a bassa voce l’Angelus. Lo conducono al letto, davanti ha Anna distesa con il suo corpo di sempre, liscio e asciutto e la testa di un feto coperta di luce come in un liquido amniotico, a vederlo da vicino è di una pelle tanto sottile che gli sembra di scoprire la faccia chemiotica di una malata terminale.
Nella stanza è solo con Anna. Si alza dalla sedia e va ad aprire le tapparelle, adesso che è sera. La moglie si è mossa lasciando cadere la coperta. Le si avvicina per allontanarla dalla sponda, la spinge dai fianchi e la rimette in parallelo prendendola sotto le braccia, tutto delicatamente come se esistesse la possibilità di svegliarla. Sollevando il corpo prova come una tenerezza. Dovrebbe essere una madre ma gli sembra di aver sgravato una figlia.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 29 ottobre 2010