Gorbaciof

Teo Lorini



«Con quella bocca può dire ciò che vuole». Il vecchio slogan di Carosello dev’essere tornato alla mente di Stefano Incerti mentre ritagliava a misura del talento di Toni Servillo, il soggetto di Gorbaciof, presentato fuori concorso a Venezia 2010.
Da tale premessa è scaturito un film che all’ottimo attore napoletano tocca sostenere integralmente sulle sue – pur larghe – spalle. Non è peso da poco dato che Gorbaciof sembra perennemente incerto sulla strada da prendere e oscilla in continuazione tra registri (dalla volontà di denuncia al grottesco più spinto) e generi (il melò, il noir in salsa partenopea e, a tratti, persino il poliziottesco anni ’70).

Servillocentrico dalla prima inquadratura, il film scivola a ogni piè sospinto nel già visto, tanto da far sospettare che all’origine di tanto citazionismo ci sia – ancora – la convinzione che un attore di quel calibro possa far brillare di luce nuova anche i rimandi più smaccati (è il caso, ad esempio, del telefonatissimo colpo di scena che chiude il film e che arriva di peso da un’arcinota sequenza di Pulp Fiction).
Oberato di tanto gravame, Servillo fa ciò che può ma nemmeno il suo carisma e un ammirevole repertorio di smorfie, tic e meticoloso controllo gestuale, possono bastare quando lo spettatore si rende conto (e basta un quarto d’ora di film) che la vicenda a cui sta assistendo sembra un clone delle Conseguenze dell’amore, la pellicola di Paolo Sorrentino che nel 2004 consacrò proprio Toni Servillo: lì nei panni, eleganti quanto anonimi, di un cassiere della mafia condannato all’algido esilio del Canton Ticino, qui in quelli chiassosi di un cassiere di Poggioreale col vizio del poker. Entrambi i personaggi vedono la propria routine sconvolta dall’irrompere di una passione amorosa, entrambi vi sacrificheranno prudenza, forma mentis, razionalità, sino a trovare la morte.
Ma mentre le Conseguenze convincevano proprio in virtù dell’equilibratissima misura con cui erano sviluppati i personaggi, le sequenze, persino le inquadrature, Gorbaciof punta tutto sull’impatto tosto e dal primo istante cala lo spettatore nel baccano di una Napoli fracassona e losca, e nella frenesia di una camera a mano che incalza costantemente – e senza motivo – i personaggi con inquadrature ravvicinatissime, convulse e, ben presto, fastidiose.

La brevità dello spunto rende ardua impresa arrivare al minimo sindacale degli 80’ e così il film torna spesso sui suoi passi, col povero Servillo costretto a ripetere infinite volte le stesse scene: il furto dalla cassaforte del carcere, le partite nella bisca clandestina allestita nel retrobottega di un ristorante cinese e persino i pestaggi a cui il protagonista si abbandona per raddrizzare torti o per dar sfogo a una vitalità incontenibile. Fa contraltare a tanta ripetitività, la sfilacciatissima sceneggiatura, firmata a quattro mani con Diego De Silva e nella quale si alternano sfoggi di guapparia da sceneggiata meroliana (la prima battuta, dopo oltre 10’ di film è un trucissimo: «’mmoccammammeta!») e frasi da bacioperugina. Fra queste ultime spicca per stucchevolezza l’apoftegma che la giovane immigrata recita – in cinese – al protagonista: «Quando le tigri non ci sono, le scimmie si atteggiano a tigri... Tu sei una tigre».
Al desolato Servillo tocca rispondere: «Non capisco».
La sala, impietosa, sghignazza.








pubblicato da t.lorini nella rubrica cinema il 25 ottobre 2010