L’autore, l’untore, l’attore

Livio Borriello



Il rapporto che si stabilisce fra autore a lettore, attraverso il curioso medium di un parallelepipedo di carta trafilata di tratti neri, è uno dei più sconcertanti che si possano osservare tra organismi viventi, e sembra prescindere dalla logica, dall’estetica e dall’etica. Anti-istintivo e insieme abbandonato, intimo e alienato, individuale e impersonale, esso stabilisce un legame passionale fra 2 corpi, il primo dei quali sovente è già defunto e putrefatto, e agisce da un punto del tempo passato che "funge" ancora, funziona ancora, e comunque è collocato spazialmente in un luogo disgiunto e distante – si trovasse pure a un metro di distanza. Ingiusto anche, perché esso, come quello fra analista e paziente, fra amanti, o con i personaggi pubblici, è intimamente gerarchico, alterato dalla lente deformante di un investimento libidico, e dall’asimmetria percettiva determinata dall’autorità, l’autorevolezza o preferibilmente solo l’autorialità dell’autore. Se la nostra "amichetta" o un disgraziato su un blog ci proponesse i versi: "Tu m’hai rinfrescato l’anima, che bruciava d’amore...", la nostra reazione sarebbe senz’altro di noia o disprezzo, attribuendo quel frammento a Saffo, quelle nostre stesse orecchie e carne or ora annoiati produrrebbero un turbinio di sollecitazioni elettrochimiche risolte nell’ammirazione e nel piacere. Lo ammetteva già Leopardi, quel materialista disincantato che è pure Leopardi, che quantificava al 70% il piacere fittizio indotto dalla fama.

Se di questo ci sia da prendere atto o contestarlo, è un’altra questione. Proust, nel Contro Sainte Beuve, che aveva probabilmente di mira la sua (beninteso sacrosanta) privacy sessuale, e poi Mallarmé, e infine nel 900, fra gli altri, Beckett, Barthes, Foucault, hanno decretato l’autonomia dell’opera dall’autore e, di conseguenza, la morte di quest’ultimo. Guarda caso però costoro sono tutti civilmente e biologicamente morti, ma vivi e vegeti proprio come autori: basterebbe dire che avrei orripilato qualunque critico "collettivista" se non li avessi citati, e che or ora è stato pubblicato un libro addirittura su un certo "cappotto" di Proust, che si suppone del tutto inservibile. D’altronde a occhio e croce gli scrittori "collettivi" contemporanei, tipo Wu-ming, sembrano essere costretti per compensazione a un presenzialismo maggiore degli individuali Celati o Zanzotto. L’autore sarà forse morto, ma evidentemente è ancora infetto, e continua a propagare i suoi germi. Forse allora è meglio prendere atto che il rapporto con l’autore non è mai puro o neutro, non è mai un semplice passaggio da un atto grafico a uno interpretativo, ma coinvolge i corpi a cui il libro, "telegraficamente", fa riferimento. E che il fatto ad esempio che ogni testo sia preceduto da una biografia dell’autore, o nel caso di contemporanei da una breve nota e spesso una fotografia, non serve a soddisfare una curiosità accessoria, non è una "debolezza" che si concedono a oltranza editore e lettore, ma concerne l’essenza della lettura. D’altra parte, cosa ci può interessare davvero di un oggetto così noioso, assurdo e insignificante come un libro? Di quella brulicante catena di asole e zampette, di questa interminabile e quasi raccapricciante fila di scutigere? Ci voleva il coraggio di Artaud per ammettere che l’uomo conta più dell’opera, che l’opera ha valore in quanto aura e estensione dell’uomo, coinvolgendo in quanto tale la sua fondamentale dimensione etica. La letteratura non è una mania o un esercizio intellettuale come la malacologia o i giochi nintendo, ma assomiglia più a una preghiera o un grido di stupore, perché concerne l’essenza dell’uomo. Non informa, non diverte e non emoziona, ma fa di linguaggio la materia, e in tal modo fonda l’agire umano (lo fonda, così, nella stessa insignificanza dell’uomo).

A queste riflessioni mi ha condotto inevitabilmente la lettura di Nero sonetto solubile, un libro scritto da Valerio Magrelli, che considero il mio autore italiano di riferimento (almeno fra le generazioni finitime), che si occupa di Charles Baudelaire, e cioè dell’unico autore a cui mi concedo di attribuire ancora uno statuto mitico, e il cui tema effettivo non è guarda caso nemmeno Baudelaire, ma il riverberarsi (o appunto, solubilizzarsi) della sua opera in quella degli autori successivi.
Ancora: la problematica del rapporto fra originale (testo come pretesto) e copia, fra autore e plagiario, è al centro di alcune acute riflessioni di Magrelli, che partono di nuovo da Baudelaire, questa volta in veste di citatore, nel volume che egli ha dato contemporaneamente alle stampe, Il violino di Frankenstein, esperimento insolitamente riuscito di libro-ornitorinco, di libro-frankenstein appunto, di testo-paratesto, parlato nei diversi linguaggi della scrittura, della musica e dell’immagine (il che permette, fra l’altro, a Magrelli, incursioni straordinarie e folgoranti, come ad esempio una straniata quanto straziata descrizione della Passione di Cristo, che vale una bella quota di tutto quanto è stato scritto sull’argomento).
Infine: il signor Valerio Magrelli ho anche avuto l’eccellente ventura di conoscerlo, o almeno di contattarlo personalmente, e di poter quindi osservare da vicino il singolare fenomeno della sua trasmutazione da autore in persona. Ho potuto così constatare con un certo sconcerto che Magrelli aveva delle mani, delle gambe, una conversazione intelligente, se si sedeva lasciava l’impronta nella sedia e spesso non parlava (a differenza dell’autore, che è ininterrotto e gassoso).
Particolarmente interessante da questo punto di vista fu il secondo incontro che ebbi con lui.
Magrelli era finalista al premio Napoli, col Condominio di carne, ma non vinse. Ebbene, quella serata la ricordo molto bene, anche perché al suo termine ebbi un malore e vomitai. Non dico a causa dell’incompetenza dei giurati, ma in qualche modo anche in conseguenza del senso di estraneità che mi indusse quella situazione, vedere un’ "autore", un albatro a suo agio fra i nembi delle alte parole, ciondolare senza una collocazione su quel palco, fuori posto, fuori luogo, ridotto a "concorrente", intruppato in quella fiera di anime sensibili, di bestiame intellettuale, che lo privava di tutta la necessaria aura di sacralità (che va ben distinta da quella divistica), o semplicemente alterava i termini del giusto rapporto fruitore-autore. La colpa evidentemente non era di Magrelli, semmai era suo il merito. Egli era in una situazione tutta esteriore che non poteva riconoscere il suo "valore", e infatti non lo riconobbe. Si giocava evidentemente lì il dramma semiotico del mondo moderno, la sconvolgente mutazione socio-antropologica determinata dall’elettrificazione e accelerazione mediatica dei segni. In questo mondo l’estremità della cosa e del fatto, il segno, ha inglobato e inghiottito il suo referente, il suo contenuto, o insomma lo ha dimagrato (specie se fatto di sostanza magra come quella del magro Magrelli) e consumato. La sostanza è affiorata tutta, ma in questo spostamento ha svaporato le sue qualità e funzioni di sostanza, come il cloro alla luce o la radice scalzata, perché paradossalmente è entrata nell’inghiottitoio del determinabile, dallo spazio infinito dell’interiorità si è strozzata negli spazi discreti dell’esteriorità, restandone soffocata. A rappresentarmi in quel mondo c’era la figura di punta del mio, Magrelli, ed era "fuori posto". Perciò (può darsi) vomitai. L’altra ipotesi, è quella dei supplì avariati.

Il signor Charles Baudelaire, sciame e compagine di cellule che si sono aggirate, a parte qualche viaggio, in un certa area circoscritta del mondo e di Paris 150 giri di sole fa, compilando alcuni fogli di cellulosa pressata, replicandosi e iscrivendosi nella sua cosiddetta opera, è riuscito – certamente al di là di ogni intento – a influenzare ancora più potentemente la mia esistenza. Non semplicemente perché è l’autore cui ho dedicato più tempo, le cui frasi mi sono rigirato e rosolato nel cervello infinite volte, ma perché è stato per così dire il mio autore-maieuta, leggendo il quale, a 16 anni, nella insuperabile traduzione Dall’Oglio dei Diari Intimi di Decio Cinti, si è plasmata, disposta in una certa cassaforma linguistica quella che si potrebbe dire la mia personalità. Senza Baudelaire, sarei stato certo un altro. Una cosa che era sempre nel mio corpo, o meglio il mio corpo, ma esisteva in maniera diversa.
Baudelaire è peraltro, dal mio punto di vista, l’autore per antonomasia, l’inventore dell’idea moderna di autorialità. E’ il primo autore per il quale l’espressione non consiste nell’adeguamento a un canone, come era stato nell’età classica fino al romanticismo incluso, ma alla forma caotica e dinamica della propria configurazione psichica, alle pieghe e alle grinze, alle tasche e alle creste, alle discontinuità di flusso e accidenti di profilo della propria interiorità. Non per nulla le innovazioni che introduce non riguardano, ad esempio, la metrica, la cui scelta può dipendere da contesti storici, ideologici o di scuola, ma semmai l’aggettivazione, che definisce campi di dominio percettivo individuale (corpi diversi possono attribuire il colore rosso alla carota o al sangue, al cremisi o allo scarlatto), o l’uso allegorico della metafora.

Ma veniamo a Nero sonetto solubile. Nella sua precedente opera saggistica di maggior impegno, Vedersi vedersi, su Valery, Magrelli aveva avuto l’intelligenza di scansarsi a Valery, di limitarsi a "condurlo". Quel libro, grazie a una straordinaria tessitura di citazioni, era in realtà scritto da Valery, e tuttavia era stato Magrelli a farglielo scrivere, operazione di servizio nel senso più alto, e insieme spiritistica, che quasi rimetteva la penna in mano al defunto, nella convinzione appunto che uno scrittore non defunge, e anzi come quella certa lavastoviglie "funziona sempre". Il senso dell’inappartenenza delle parole era quindi già operante nel Magrelli saggista. In Nero sonetto solubile, egli setacciando una gran mole di parole scritte occidentali, alla ricerca delle "particelle esogene", delle spore, delle polveri sottili e i particolati che vi ha disperso un famoso sonetto di Baudelaire, Recueillement, egli compie un passo ulteriore. La stessa acribia, la stessa meticolosa e quasi pretestuosa ostinazione con cui conduce la ricerca dimostra che il suo non è un semplice studio sull’intertestualità, e men che meno una ricerca di fonti a carattere filologico e tassonomico, ma mira ad altro. A Magrelli interessano le "insorgenze" remote, nel tempo e nello spazio, delle parole di Baudelaire (non a caso trascura la sua diretta discendenza, i "maledetti"), il dischiudersi "dell’uovo, della cisti che si annida nei testi altrui", lo scatenarsi e riattivarsi dei codici morti dalla quiescenza, le leggi idrauliche che agiscono nello smisurato acquifero carsico che alimenta la lingua. Gli interessa ritrovare una debolissima traccia di Baudelaire nel testo più insospettato, come a dimostrare che la sostanza ultima della materia letteraria, al di sotto degli avvolgimenti formali, non può essere costituita che da altra letteratura. Quel che lo affascina in ultima analisi è l’invisibile, è il meccanismo "essenziale", il fatto che non siamo quel che pensiamo, e più plausibilmente siamo quel che non pensiamo, che dietro l’io baldanzoso dell’autore Celine, ad esempio, agisca abusivamente, sordamente, una legione di vivi e morti che l’hanno preceduto, che l’autore sia infine un posseduto, uno "zombi", o l’attore e l’attante di un processo che lo impiega. Questa, dunque, sembrerebbe in un primo tempo la prospettiva teorica dischiusa dal libro: la letteratura (e in un ordine dimensionale maggiore: il logos) è una sterminata tessitura di citazioni e di maniere, una "replicazione" incessante; circoliamo in un linguaggio solo, un linguaggio ecumenico. Prospettiva, infine, piuttosto rassicurante. Ma Magrelli non poteva mancare di additare acutamente la prospettiva opposta, alquanto più inquietante, che può aprirsi invertendo il punto di vista: se ogni parola, trasposta nell’altro, inoculata nell’altro, inevitabilmente si flette, si deforma a sua forma, ne è diffratta, tutto è fraintendimento e dislettura, e il logos è questo sterminato e atroce intreccio di equivoci. La convivenza umana è un immane e indissipabile equivoco, che si sorregge sulle casuali sovrapposizioni di significati incondivisi. Ciascun corpo rimanda ciascun segno a un campo psico-fisico, e dunque a un significato, diverso - ogni segno, ogni operatore comunicativo, è opaco e dissimulatorio, nessun materiale o supporto esterno al corpo, per quanto convenzionalmente munito di una coda immateriale, di quel riverbero che diciamo significato, può far trasparire ciò che ultimamente e fisicamente siamo. La pertinenza con cui ci esprimiamo non è forse mai molto maggiore di quella di Caspar Hauser, che quando voleva che gli portassero una brocca d’acqua diceva: Vorrei diventare un cavaliere abile come mio padre – che era l’unica frase che aveva imparato a memoria, e costituiva dunque tutto il suo repertorio linguistico. Infine si può azzardare una terza inferenza: se la psiche è linguaggio, e se questo linguaggio è impersonale e diffuso, demaniale e epidemico, allora non esiste alcuna psiche individuale, alcun io: nonostante la nostra ostinata e interessata convinzione di essere qualcosa, non siamo altro che il risuonare in un corpo passivo di un’altra voce, di altri discorsi. Quel che abbiamo di individuale e proprio, è solo questo corpo.

In questa chiave, ritorna la domanda iniziale: chi è l’autore? In che misura abbiamo ancora bisogno di un autore? E’ forse perché abbiamo metabolizzato questa verità che è venuta meno ogni autorità dello scrittore, e con essa ogni autorialità? E se è così, se questo processo è fondato in un’esigenza effettiva, perché in sostituzione del sano e genuino autore, in campi intercomunicanti con la letteratura, è sorta una figura inautentica, degenerata e produttrice di ingiustizia sociale, il divo, o ancor peggio il "personaggio"? C’è forse nel mondo contemporaneo un’"autorialità" di miglior lega nelle pubblicità, nei blog anonimi, nelle scritture collettive, nei film di genere, nelle scritte sui muri, negli idiomatismi gergali, nei luoghi e non luoghi comuni, che nei libri firmati da uno scrittore? Un certo intellettualismo fondato su una lettura troppo zelante e letterale delle teorie linguistiche più recenti, oltre che un certo sociologismo alla moda, risponderebbero di sì, ma non si accorgerebbero di rinunciare in tal modo, insieme alla psiche, anche al corpo. L’autore, infatti, nel senso in cui lo abbiamo inteso, l’autore baudelairiano che si distingue dallo scrittore tecnico, dal resocontista dell’immaginario, è colui che porta il proprio corpo nella scrittura, ovvero che fa del corpo scrittura. Ma anche l’autore pre-baudelairiano, l’autore nel senso più ampio, divenendo titolare di un libro che fa se non compiere un gesto fisico? Dichiararsi autore di un testo significa attestare di essere il titolare dell’ultimo corpo in cui ha transitato la sua sostanza linguistica, del corpo che l’ha incarnata, che l’ha trattenuta infondendogli una certa coloritura e "gestalt", e di conseguenza dichiararlo parte di sé, propaggine distale di sé, dislocazione più o meno isomorfa. L’autore in tal senso è colui che possiede una parte del corpo di carta. Per quanto quest’organo dislocato possa essere attraversato da altri linguaggi, da una lingua che è in sé immateriale, globale e quasi trascendentale, esso resterà suo perché l’ha dichiarato tale. Non è sua la parola, è sua la carta epigrafata col suo nome. E’ dunque firmandosi che egli attesta la sua individualità, la sua interiorità, e in questo modo anche se non c’era, la produce. E’ imprimendo dei segni continui e isomorfi al nostro corpo, o comunque legati ad esso, su un supporto fisico, che sia l’aria fuoriuscita da noi e vibrante all’intorno o il sottile piano solido della carta, che noi generiamo anima. Il signor Charles Baudelaire e il signor Valerio Magrelli, trasponendo il proprio nome dallo stato civile al libro, si impossessano dell’opera che non hanno scritto, e in tal modo sventano quel processo di esteriorizzazione dell’interiorità, di progressiva anoressia, riduzione e atrofia dell’io, che coincide con quello di esautoramento dell’autore.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica in teoria il 21 ottobre 2010