Il miglior uomo-prodotto del settore

Lorenzo Mercatanti



Io sono un’enciclopedia, te lo puoi vedere o te l’immagini e t’hai bell’e capito, chi ti dice altro o s’atteggia a industriale o vuole acquistare da te e ti dice che è serio, che ti pagherà… io ti dico domani forse non potrò pagarti, perché ti sto raccontando una storia.

Sono nel lager della moda. Quando la sera me ne torno a casa e vengo via da questo loculo di prostituzione -che aspira a lager della moda- a casa trovo mia moglie i figli che sono preoccupati, mi dicono il cane ha abbaiato al vicino, io li guardo stupito, incantato, loro mi prendono per pazzo e si danno di gomito, come a dirsi lasciamolo fare. Lasciamolo un po’ in pace.

Un fuoriuscito, un evaso, basta che abbia dei quattrini da parte, un bottino nascosto, prende e mi ricopia un articolo che ho speso sangue, sudore e le spese per metterlo a punto, se lo fa fare da un altro perché di suo c’ha una stanza meno di questo loculo, ecco, in questo settore uno così è già un industriale. Io posso dire basta, lasciar perdere quell’articolo, lo faccio fare fuori anch’io, lo compro fatto, solo che io non c’ho una stanza, io c’ho miliardi di merda, sì perché la gente che lavora, non è colpa loro, ma oggi è merda. Il magazziniere che dà la roba al terzista, quello al computer, chi fa una sega, chi un’altra.

I rappresentanti, i mediatori, i fiduciari, quintessenza della delinquenza, come chi lavora in banca, gestiscono un potere che non è loro. Se n’accorgono quando smettono col lavoro, camminano per strada e le macchine fanno a gara a schizzargli l’acqua delle pozzanghere.

Quello è un industriale: quello lo seppelliranno in piedi, con la testa fuori al posto della lapide.
Quell’altro è un industriale: è un araldo, quando lo vedo a volte in montagna, che io ci scappo in montagna, lui ci va a cavallo, in cima a un colle in sella al cavallo, lo guardo di tra i rovi, lui lassù col sole dietro le spalle, come uno stemma, e io tra me dico: se non esisteva questo settore, come ti campavi te?
Come mi campavo io.

Non sappiamo le lingue, non abbiamo forse più voglia di lavorare. Tutto quello che ci capita è giusto e dovuto. Ed è dura.

E’ il mercato e il mercato è cambiato anche in quest’ultimo anno, oggi stesso, io stamani mi chiedevo perché ero in questo stato confusionale, eppure mi dicevo non è cambiato niente, e invece no. Eppoi che altro c’è, io ho tre figli, uno ha fatto 2-3 scuole, poi cambiava scuola, passava una classe, poi gliene levavano due, mi chiedevano che classe fa tuo figlio, io non lo so bisogna chiediate a sua madre. I contadini hanno la mania del pezzo di carta e alla fine l’ha preso il pezzo di carta, in una scuola dove probabilmente non è mai andato, di cui ignora le materie insegnate. Indovina, dove sarà finito a lavorare? Questo è il nostro settore. Rimarranno i cosiddetti ricchi - i tecnologici -, e quelli che per 3 etti di lavoro corrono per mille. I medi, come noi, moriranno. La polpa ce l’hanno bell’e presa gli altri, a noi ci rimane la cosiddetta moda.

Chi s’accontenta di montare in macchina ed è gratificato di essere in una mercedes, o al ristorante di lusso, e quando esce fuori gli pisciano addosso, niente, sentono fresco.
Chi ci pensa invece, è bene ne venga fuori.

Io mi vesto male, tengo la macchina sudicia come gli zingari, per sopportarli, per starci insieme, mi seguono fin nelle bettole dove vado a mangiare, loro vestiti di tutto punto mangiano lì con me in mezzo ai camionisti agli operai, io gli dico che sono dei grandi industriali e sono già contenti, me lo vedo già quello d’oggi, bravo gli dico, te sì che sei un grande industriale, parlano di te anche a Poggio a Caiano.

L’unica fortuna è che ho una cultura umanistica, non so l’inglese, l’unica fregatura.
La fortuna di questa mia ditta è di avere il miglior uomo-prodotto del settore, che sono io.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 19 ottobre 2010