Marinaio.

Andrea Tarabbia



Tutto è sogno in Inception di Christopher Nolan, anche ciò che viene chiamato realtà. Costruito secondo il modello (desueto) delle scatole cinesi, il film non dice mai troppo chiaramente di essere esso stesso una scatola più grande, un grande sogno sognato dal protagonista, in cui tutto viene imprigionato e la vita viene vissuta nella sua interezza (come accadeva al Marinaio di Pessoa). Dove si capisce tutto questo? Dall’assoluta freddezza e razionalità dei sogni sognati nel sogno; dalla loro (per quanto sia paradossale, è così) mancanza di fantasia e oniricità (tutto nei sogni è sempre lineare, non compare niente di irrazionale, non si vola, non si cambia di stato – chi è ferito rimane tale sempre –, non ci sono scambi di persona o furti di identità); dalle motivazioni deboli e assurde su cui si regge la trama; dal fatto che, anche quando nel sogno sognato nel sogno si dice che il sogno è sognato da qualcuno che non è il protagonista, è comunque l’immaginario del personaggio di Di Caprio e mai quello di un altro a imporsi. Dunque tutto si svolge nel subconscio di Di Caprio, gli altri non esistono se non come comparse e proiezioni. E tutto è inoltre piatto, moscio: qualsiasi sogno sognato stanotte da uno spettatore del film è più ricco d’invenzione di tutto Inception.

Come nel Cavaliere oscuro – pessimo videogioco che qualcuno dice sia il miglior film di supereroi di sempre e che mette in scena un Batman afono – i dialoghi nel cinema di Nolan non esistono. Ogni scambio di battute ha una funzione ben precisa: non delinea i personaggi, non fa progredire la storia, non ingarbuglia l’intreccio, ma spiega allo spettatore il film scena per scena e letteralmente. I dialoghi di Inception sono, come erano quelli del Cavaliere, dei cartelli, delle spiegazioni di fatti che lo spettatore ha visto, sta vedendo o vedrà. Il film viene spiegato dagli stessi personaggi fotogramma per fotogramma, viene sviscerato, commentato, ripreso e direzionato a ogni cambio di scena. Dove siamo?, si chiedono continuamente i personaggi-spettatori di se stessi, Perché?, Come faremo a uscirne?, e qualcuno, implacabilmente, spiegando risponde.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica cinema il 15 ottobre 2010