Mafie S.p.a.

Franco Archibugi, Alessandro Masneri, Giorgio Ruffolo e Elio Veltri



La classificazione congiunta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e dell’Ufficio di Statistica della Commissione europea (Eurostat) distingue le varie componenti dell’economia non direttamente osservabile in: economia sommersa (economia legale che sfugge al controllo e alle rilevazioni della pubblica amministrazione a causa dell’evasione fiscale – il cosiddetto “sommerso d’impresa” – nonché della mancata osservanza della normativa previdenziale e giuslavoristica, ovvero il “sommerso di lavoro”); economia illegale e criminale (attività di produzione di beni e servizi la cui vendita, distribuzione e possesso sono proibite dalle norme penali ovvero svolte da personale non autorizzato); economia informale (attività legali svolte su piccola scala con rapporti di lavoro basati su relazioni familiari o personali e scarsa divisione dei fattori produttivi, capitale e lavoro).

L’economia sommersa

La dimensione dell’economia sommersa in Europa viene stimata fra il 7 per cento e il 16 percento del Prodotto interno lordo (PIL) degli stati membri (dal 5 per cento dei paesi scandinavi e dell’Austria al 20 per cento dell’Italia e della Grecia).
La stima più contenuta dell’economia in nero viene fornita dall’ISTAT che la valuta per l’anno 2006 tra il 15,3 e il 16,9 del PIL con un’evasione fiscale di circa 110 miliardi di euro e contributiva di circa 50 miliardi, e dal Ministero dell’Economia e delle Finanze che indicava il gettito delle imposte perdute pari al 7 per cento del PIL, l’evasione contributiva al 10 per cento ed il valore aggiunto dell’economia sommersa al 18 per cento. Altri – come il professore Friedrich Schneider, economista dell’Università di Linz – la valutano, in linea con il Fondo Monetario Internazionale, pari al 26,2 per cento circa del PIL. Il Fondo Monetario Internazionale ha analizzato per gli anni 1999-2001 l’incidenza del sommerso sul PIL in 84 paesi. Tra i paesi dell’OCSE l’Italia occupava il secondo posto con un incidenza del 27 per cento, dopo la Grecia, a fronte di paesi come gli USA, Austria, Svizzera la cui incidenza non superava il 10 per cento, di altri come Russia, Bulgaria collocati tra il 30 e 40per cento e Nigeria, Thailandia, Bolivia con oltre il 70 per cento. Rispetto ai paesi OCSE, nei quali negli ultimi 10 anni il sommerso è stato pari al 15-20 per cento del PIL, il sommerso italiano supera la media di oltre il 60 per cento.
L’Eurispes nel 2007 dava valori ancora più elevati: 549 miliardi di euro equivalente alla somma del PIL di Finlandia (177 mld), Portogallo (162 mld), Romania (117 mld) e Ungheria (102 mld), con una integrazione in “nero” del reddito familiare pari a circa 1.330 euro mensili e ne individuava la cause nella insufficienza e permissività dei controlli, nell’eccesso di burocratizzazione e regolamentazione, nella struttura industriale fatte di piccole e micro-aziende.
Il 19 dicembre 2007 in una videoconferenza nazionale, Mario Notaro, chiamato a Roma nel 2004 da Roberto Maroni (allora Ministro del Welfare) per rimettere in sesto il servizio ispettivo del ministero, ha dichiarato: «Dal 2005 al 2007 sono state ispezionate 846 mila aziende e oltre 522 mila sono risultate fuori regola con oltre il 61 per cento di irregolarità; sono stati trovati 534 mila lavoratori sotto-inquadrati, 337 dei quali in nero».
Il 12 aprile 2010 Sergio Rizzo cita una stima di Kris network of business ethics pubblicata nel corso del 2008 che valuta l’evasione fiscale italiana in 300 miliardi di euro, una quarantina dei quali ascrivibili alla criminalità organizzata, «compatibili con le gigantesche proporzioni dell’economia sommersa del nostro Paese».
L’ultimo aggiornamento è dell’Ufficio Studi della Confindustria, coordinato da Luca Paolazzi. I ricercatori dell’CSC nello studio pubblicato il 13 Settembre 2010 scrivono: «C’è una parte dell’economia italiana che non ha subito recessione: il sommenso». In effetti di tratta di un incremento di almeno tre punti di PIL rispetto ai dati Istat con un balzo che raggiunge nel 2010 il 20 per cento del Prodotto interno lordo e una pressione fiscale effettiva ben oltre il 54 per cento del PIL, pari a più di 125 miliardi di euro, l’evasione più elevata in Europa.

Conseguenze

Secondo uno studio della Banca d’Italia, «L’uscita dall’economia legale delle imprese determina una riduzione delle entrate dello Stato, il quale a sua volta dovrà decurtare i servizi pubblici ovvero aumentare la pressione fiscale, riducendo ulteriormente l’incentivo a permanere nell’economia legale. Il sommerso contribuisce al non corretto funzionamento dei mercati di beni e servizi e del lavoro, introducendo una distorsione della concorrenza all’interno del paese e tra i paesi e favorisce i legami tra attività criminali e attività legali. Nuoce ai lavoratori coinvolti, che rimangono privi di protezioni e garanzie…» (Roberto Zizza, Metodologie di stima dell’economia sommersa: un’applicazione al caso italiano, dicembre 2002).
In effetti, dal momento che una parte consistente della ricchezza prodotta sfugge a qualsiasi controllo dello Stato, è necessario distinguere tra pressione fiscale “apparente” e pressione fiscale effettiva. La distinzione, necessaria, è tra l’enorme quantità di economia sommersa “legale” che viene computata nel PIL dei singoli Paesi e quella illegale e criminale che ne resta fuori perché, essendo la valutazione molto difficile, rischierebbe di stravolgerne i dati effettivi. Rischio che l’Europa non vuole correre perché i contributi dei singoli Paesi all’Unione sono calcolati sul PIL.
Ora, mentre la pressione fiscale “apparente” si aggira sul 42 per cento ed è nella media europea, la pressione fiscale effettiva – dovuta all’economia sommersa e a quella criminale – per chi le tasse le paga è superiore di circa 8-10 punti percentuali.
Secondo il Centro Studi Investimenti Sociali (Censis) nel 2006 la prima oscillava tra il 40 e il 44 per cento come in Francia ed in Germania, la seconda era pari al 50,4 per cento e cioè la più alta in Europa. Secondo le stime 2007 dell’Eurispes «a fronte di una pressione ufficiale tra il 42 per cento ed il 43 per cento, si sarebbe avuta una pressione effettiva, sui contribuenti che versano regolarmente le imposte, oscillante tra il 52 per cento ed il 53 per cento».
La stima dell’Eurispes è confermata da Francesco Giavazzi il quale sul “Corriere della Sera” del 26 agosto 2009 scrive che la «pressione fiscale effettivamente subita da chi non evade è maggiore di quella ufficiale di circa 11 punti».
Per cui, nel mettere mano alla riforma del fisco, sembrerebbe necessario e doveroso tenerne conto, affrontando contestualmente il problema di circa un terzo della ricchezza prodotta che non rispetta le leggi dello Stato o, come quella criminale, viola il codice penale.

Le opinioni degli italiani

Secondo l’indagine campionaria condotta nel 2004 dall’Eures, tra i principali motivi che portano il cittadino ad evadere le tasse vengono indicati: l’elevato livello di imposizione fiscale (60 per cento); la scarsa cultura della legalità fiscale e contribuiva (35,3 per cento); i controlli troppo blandi degli organi competenti (33,6 per cento); i condoni fiscali (16,4 per cento).
Come si vede sono tutte indicazioni di carattere politico e quindi gli interventi non possono essere tecnici. Il Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, a sua volta sottolinea che tra le cause dell’evasione fiscale c’è anche «l’asimmetria tra una economia largamente diffusa sul territorio e una macchina fiscale che è invece totalmente accentrata» (“Il Sole 24 Ore”, 24 maggio 2008).

Dimensioni dell’economia criminale-mafiosa

Il metodo più usato per calcolare le dimensioni dell’economia criminale-mafiosa è il Currency demand approach, che calcola il rapporto tra il denaro circolante e le transazioni che avvengono in contanti.
In un recente articolo de “Il Sole 24 Ore” il sommerso complessivo in Italia equivale a 420 miliardi di fatturato, di cui 170 riguardano l’economia mafiosa e al suo interno, al primo posto, il ricavo del traffico di stupefacenti. D’altronde, il Return of Investiment (ROI) della cocaina è di 1 a 3. E cioè su 1.000 euro di cocaina la prima settimana se ne guadagnano 3.000, la seconda 9.000, la terza 27.000, ecc. Nessuna attività imprenditoriale ha guadagni di questo tipo. Il volume dei traffici di droga è in costante espansione a causa dell’aumento contestuale dell’offerta dovuta all’aumento della produzione e della domanda dei cittadini-consumatori, che in Italia superano il milione. Gli arresti e i sequestri di ingenti quantità di droga non cambiano la situazione perché – afferma il Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso – «il ricambio dei trafficanti è assicurato con prontezza, le cosche dispongono di personale umano inesauribile, non necessariamente associato, anzi, preferibilmente esterno e sfuggono quasi sempre i meccanismi e le procedure di pagamento, gli intermediari di cui si servono, i canali di riciclaggio dei profitti» (25 febbraio 2010).
Pietro Grasso, sottolinea che «l’attenzione è puntata sul reato di detenzione della droga, sicché l’operazione si ritiene conclusa con il sequestro delle quantità di droga detenute da uno o più spacciatori, con il loro arresto, mentre poca o nessuna attenzione viene dedicata alla ricerca della “rete” degli organizzatori, finanziatori, fornitori». Invece, sarebbe necessario «individuare i canali di rifornimento, individuare e neutralizzare i canali del riciclaggio e tutto ciò a livello internazionale o quanto meno europeo».
Il fatturato annuo delle mafie italiane, valutato da organismi diversi, si aggira all’incirca sui 170-180 miliardi di euro ed è uguale alla somma del PIL di Estonia (25 mld), Romania (97 mld), Slovenia (30mld) e Croazia (34 mld).
Un rapporto del Censis (realizzato per la Commissione Parlamentare Antimafia) rileva in quattro regioni meridionali (Sicilia, Calabria, Campania e Calabria) presenza mafiosa in 610 comuni con una popolazione di 13 milioni di abitanti pari al 22 per cento della popolazione italiana e al 77 per cento della popolazione delle 4 regioni. A questo 22 per cento corrispondono il 14,6 per cento del PIL nazionale, il 12,4 per cento dei depositi bancari ed il 7,8 per cento degli impieghi. Nel 2007 il PIL pro capite delle quattro regioni interessate era il più basso del mezzogiorno mentre il tasso di disoccupazione era il più alto. I dati smentiscono l’ipotesi, ancora caldeggiata, secondo la quale la mafia, investendo il denaro illecito nel Sud, ne favorirebbe lo sviluppo. Nella relazione a commento dell’indagine Censis, il Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Giuseppe Pisanu, ha sottolineato che «In Italia a 150 anni dall’unificazione nazionale, il divario Nord e Sud, invece di attenuarsi, aumenta. Mentre Berlino risorgeva come una splendida capitale, Napoli affogava nell’immondizia». Inoltre, «nelle aree svantaggiate della Germania e della Spagna gli investimenti pubblici complessivi sono stati in tutti questi anni costantemente superiori a quelli delle aree più dinamiche».
Il Ministro dell’Interno Roberto Maroni, a margine di un convegno organizzato da Aspen Institute a Milano ha affermato: «Il Fondo Monetario Internazionale stima che l’attività di riciclaggio del denaro mafioso sia in Italia di 118 miliardi di euro. Il denaro pulito, al netto della spesa di riciclaggio, è di circa 90 miliardi di euro» (3 maggio 2010).
La mafia S.p.a. è la prima azienda italiana per fatturato e utile netto e una delle più grandi per addetti e servizi. Il solo ramo commerciale della criminalità mafiosa e non, che incide direttamente sul mondo dell’impresa, ha ampiamente superato i 92 miliardi di euro anno. Così ogni giorno una massa enorme di denaro passa dalle mani dei commercianti e degli imprenditori italiani a quelle dei mafiosi: qualcosa come 250 milioni di euro al giorno, 10 milioni l’ora, 160.000 euro al minuto.
La mafia è diventata una grande impresa multinazionale che opera nell’economia globale esattamente come una qualsiasi multinazionale. Non ha più bisogno di uccidere perché corrompe e compra.
In periodi di crisi economico-finanziaria – quale quello che stiamo vivendo – «le imprese hanno difficoltà a stare in piedi e ci sono situazioni di difficile accesso al credito» mentre, osserva il Presidente di Confindustria Sicilia, «le organizzazioni mafiose trovano un terreno fertile e possono entrare in una relazione devastante con gli imprenditori. In un momento di crisi, di restrizione di credito (credit crunch), a maggiore ragione tutti noi dobbiamo vigilare con molta attenzione, perché queste condizioni rendono più facile l’accesso delle imprese mafiose alle imprese legali».
Negli ultimi tempi in molte città italiane del centro e del nord sono stati sequestrati beni per decine di milioni di euro. Il caso più significativo è quello di Modena dove il Procuratore della Repubblica, Vito Zincani, rivolto ai modenesi ha dichiarato: «Se per magia avessi il potere di sradicare il crimine dalla città, mi caccereste perché l’avrei rovinata».
A Modena 600 aziende sono in odore di mafia. E a Milano? In una mappa pubblicata dal “Corriere della Sera” la città appare circondata da cosche della ’Ndrangheta di cui è certamente la capitale.
In uno studio condotto dal Senatore John Kerry con la collaborazione dell’Università di Pittsburgh, diventato successivamente un rapporto al Congresso degli Stai Uniti e poi un libro (The new war. The web of crime that threatens America’s security, ignorato in Italia), l’ex candidato alla Casa Bianca esamina il rapporto mafia-economia e mafia-democrazia delle cinque mafie più potenti del mondo (cinese, giapponese, russa, italiana, sudamericana) e conclude affermando che esse costituiscono la terza potenza economica mondiale, capaci di stravolgere le regole del mercato e di condizionare fortemente l’economia legale e la democrazia. Per quanto riguarda le mafie italiane (indicate come mafia) Kerry sottolinea che «per assicurarsi protezioni ad alti livelli i mafiosi italiani si concentrano sui politici, comprano numerosi ufficiali di grado elevato e corrompono politici di altri paesi. Inoltre sono rispettate perchè hanno fornito alle altre il know how».
Il 30 maggio del 2008, prima di lasciare la Casa Bianca, George Bush ha inserito la ’Ndrangheta nella lista nera delle organizzazioni “canaglia” istituita con il Kingpin Act del 1999. La notizia è clamorosa ma anch’essa ignorata in Italia.
Secondo i dati accertati da una società olandese, la Inter Risk Management, che si occupa di riciclaggio, all’inizio del terzo millennio il PIL della criminalità organizzata ha toccato i 1.000 miliardi di dollari, cifra superiore ai bilanci di 150 paesi membri dell’ONU.
«La battaglia contro le mafie è una battaglia di libertà, anzi una guerra di liberazione». L’affermazione è del Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Giuseppe Pisanu, il quale aggiunge: «Ogni anno si riversano sul paese fiumi di danaro sporco che inquinano l’economia, insidiano la vita pubblica e infangano la nostra reputazione nel mondo. Non a caso ci troviamo in posizioni umilianti nelle graduatorie mondiali sulla corruzione, le libertà economiche e gli investimenti stranieri». I beni consolidati delle mafie italiane vengono stimati 1.000 miliardi di euro. La loro confisca risolverebbe il problema del debito pubblico. Ma i sequestri vanno a rilento e costituiscono il 10 per cento dei patrimoni mafiosi e di questi solo la metà arriva a confisca. Il che significa che finora è stato confiscato solo il 5 per cento dei patrimoni, di cui una parte consistente non è stata nemmeno assegnata. Per cui «è evidente la sproporzione fra la ricchezza e la complessità delle leggi e i risultati effettivamente raggiunti sul terreno nevralgico della repressione delle accumulazioni finanziarie illecite e della loro utilizzazione a fini di infiltrazione dell’economia legale» (Pietro Grasso). Volendo essere più chiari si può affermare che «la ricchezza di elaborazione normativa sembra quasi inversamente proporzionale alla dimensione dei risultati concretamente conseguiti». Come sempre, la moltiplicazione delle leggi è inutile e dannosa e non consegue gli obiettivi. L’approvazione di un testo unico della legislazione antimafia e il funzionamento a pieno ritmo della “Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata” potranno dare un contributo positivo alla soluzione del problema.
Confesercenti informa che nel 2009 sono state sequestrate 595 aziende di cui 9 al nord, 19 al centro, 42 nel Lazio e le rimanenti nelle regioni meridionali.
Secondo un’opinione diffusa, la mafia italiana rimane un problema del Sud. Questo è il più grande errore che si possa commettere. Il fenomeno mafioso ormai si è esteso a tutto il territorio nazionale ed ha invaso l’Europa. La capitale della mafia è indiscutibilmente Milano: non a caso più di un terzo delle segnalazioni sospette di riciclaggio degli operatori finanziari (5695 su 14.500) sono state eseguite in Lombardia, mentre le segnalazioni dei professionisti in tutto il Paese ammontano a 139.
Dal 1992 al 2008 secondo la Confesercenti sono stati sequestrati beni per 6,7 miliardi di euro circa e ne sono stati confiscati per 1,4 miliardi di euro circa. L’associazione, alla luce dei ritrovamenti di pizzini, libri mastri e files fornisce un’informazione dettagliata anche degli stipendi mensili ai vari livelli: capo clan (amministratore delegato) 10.000/40.000 euro; capo zona (direzione e progettualità) 5/10.000 euro; vice capo zona (direzione e progettualità) 3/5-6.000 euro; autori attentati e omicidi (operatività) 2.500/25.000 euro; esattore (operatività) 1.500/2.000; pusher (operatività) 1.500/2.000, se minorenne 1.000 euro; sentinella/palo (operatività) 1.000/500 euro.
A sua volta il Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha fornito alla Commissione Antimafia i seguenti dati: i beni sequestrati dal 7 maggio 2008 al 20 marzo 2010, suddivisi per categorie, sono 15.490 per un valore complessivo di 7.829.539.406,65 euro; i beni confiscati dal 7 maggio 2008 al 20 marzo 2010 sono 4.228, per un controvalore di 1.965.740.252,00 euro.
Secondo il Ministero della Giustizia, i beni complessivi sequestrati sono stati 51.793 e i 28.959 relativi agli ultimi cinque anni evidenzia una costante che si mantiene nel tempo: gli immobili (15.868 nel 2005-2009) sono sempre più della metà dei beni oggetto di indagine, mentre i beni mobili registrati (5.184) sfiorano il 20 per cento; i beni mobili (3.399) si mantengono al di sopra del 10, soglia non raggiunta singolarmente dai beni finanziari (2.480) e dalle aziende (2.028). I beni immobili confiscati e assegnati sono 3.441 di cui 506 assegnati allo Stato e 2.935 ai comuni.
Nonostante questo ancora tanto deve essere fatto se «nella più gran parte degli uffici giudiziari e di polizia italiani non è dato rilevare alcuna applicazione delle misure preventive patrimoniali del sequestro e, soprattutto, della successiva confiscaii» e se viene lamentato dal Procuratore Grasso che «da tempo il mio ufficio segnala che le indagini patrimoniali a fini di sequestro e di confisca degli enormi profitti del narcotraffico hanno uno sviluppo limitato connesso alla perdurante riluttanza degli apparati giudiziari e di polizia ad investire le risorse disponibili in attività tanto onerose ed ardue quanto essenziali alla tenuta di ogni ambizione di effettività dell’azione di contrasto così come sottolineato nelle raccomandazioni de Consiglio dell’Unione Europea» (Pietro Grasso).
Come si vede, inoltre, i numeri variano da una banca dati ad un’altra e il problema si potrà risolvere solo quando la “Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata” funzionerà a pieno ritmo e con personale qualificato. In ogni caso, rispetto alle stime riportate si tratta veramente di poca cosa.
In conclusione, la globalizzazione ha reso evanescente la dicotomia tra economia e criminalità, favorita dalla caduta delle frontiere e dalle nuove tecnologie come internet oltre che dalla mancanza di organizzazioni internazionali con poteri necessari per fare rispettare le leggi ed il diritto, che rimane confinato entro le frontiere degli Stati nazionali. Per cui si combatte contro iniziative e interessi globali con armi spuntate.
Questo vale in particolare per il riciclaggio di denaro sporco che trova nei paradisi fiscali, spesso irraggiungibili, i luoghi adatti per le transazioni e il lavaggio in modo che possa entrare nel circuito dell’economia e della finanza legale.
A questo si aggiunge l’inadeguatezza della legislazione italiana che esclude la responsabilità per reato di riciclaggio di chi ha compiuto o concorso a realizzare il reato presupposto, per il quale spesso sono previste pene inferiori a quella per riciclaggio. I processi per riciclaggio che arrivano a sentenza definitiva sono pochissimi. Eppure, ogni giorno nel mondo viene ripulito più di 1 miliardo di dollari e l’Italia vi concorre in maniera determinante fungendo da canale riciclatore per almeno l’80 per cento dell’intera somma.

Riciclaggio e paradisi fiscali

Secondo il Gruppo di Azione Finanziaria Internazionale (GAFI) il riciclaggio si articola in tre fasi: collocamento (placement stage) con il quale ci si “sbarazza” del denaro contante proveniente dalle attività criminali, con trasformazione del contante nella “moneta scritturale”, rappresentata da saldi attivi dei rapporti costituiti presso intermediari finanziari; completamento del camuffamento del denaro (layering stage) ed eliminazione delle tracce contabili del denaro “sporco” tramite ulteriori trasferimenti; inserimento nel mercato legale del denaro “centrifugato” (integration stage).
La prima fase avviene regolarmente nei paesi off-shore, cosiddetti paradisi fiscali, agevolata dallo sviluppo della rete informatica, formidabile strumento di promozione del commercio e di circolazione della “moneta elettronica” in grado di assicurare anonimato, convertibilità, trasferibilità, economicità ed efficacia senza precedenti. Con il sistema delle garanzie – costituite da titoli come primary bank guarrantees, prime bank notes, prime bank stand-by letters of credits, ecc. – che sfugge a qualsiasi controllo, i capitali sporchi restano immobili mentre si muovono le garanzie tramite triangolazioni fra istituti bancari ai quali intermediari e mafiosi chiedono anche prestiti garantiti.
Tutto ciò evidenzia che senza interventi europei e mondiali sui paradisi fiscali, a cominciare dalla rottura delle relazioni economiche e finanziarie e da embarghi finanziari, limitati per ora alle buone intenzioni e alle affermazioni di principio nei meeting dei capi di governo, non si va da nessuna parte. Si calcola che le società off-shore presenti nei paradisi fiscali sono 680.000 e le banche 10.000. Ma esistono anche sistemi bancari paralleli che operando al di fuori dei sistemi ufficiali, sfuggono anche agli obblighi formali e agli strumenti di vigilanza e di controllo delle autorità competenti. Vale la pena ricordare che il paese che conta più “paradisi” è l’Inghilterra, e lo Stato più impenetrabile è la Città del Vaticano nella quale opera l’Istituto per le Opere di Religione (lo IOR, la banca vaticana), al riparo da qualsiasi controllo internazionale. Non si sa quante siano le rogatorie richieste ma è certo che nessuna di esse è stata concessa dallo Stato del Vaticano.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica condividere il rischio il 15 ottobre 2010