Parapendio

Roberto Pusiol



Allora io li vedevo, cioè erano la prima cosa che vedevo dopo la curva lì nella strettoia dopo la gobba o dosso dopo la cunetta con la pozzona merda sempre con l’acquetta dentro. E li scrutavo dopo, dalla mia Golf Trendline come scruta il carrista fuori dal suo mezzo blindato e gli dicevo dopo interiormente, conseguentemente: Cazzo! mi pareva! Sempre lì eh cazzo di un cazzo! Eterni, indistruttibili, sempre controllori della situazione … Eh? stronzetti di granito, e mi ero bloccato intanto con la mia Golf Trendline nella la strettoia dopo la gobba, o dosso, e la pozzona merda per cui, dopo: Be’? Cos’é che fai? Fai l’uovo? avevo sentito lei che mi diceva, lei, Federicca, che era lì di fianco, tutta ben piazzata mi dimenticavo che aspettava le seguenti mosse perché noialtri si doveva entrare, con l’auto. Per cui mi riscuotevo e No niente, dopo gli dicevo, solo pensavo, e invece c’era da vedere di trovar le chiavi. E già io sollevavo quel coperchio lungo, bombato, del contenitore portaoggetti per cominciare dentro a rimestare e dopo trovare. E quelli, no, per dire, non eran mica niente, erano due gnomi, Gan e Sbilf, scolpiti nel granito, messi su nel loro tabernacolo nel muro del Palac dall’altra parte della strada, che era tutta la vita che li vedevo lì quando venivo. Erano le sentinelle, erano i doganieri, gli spioni, e quando ero bambino con quelle braghe rosse e le bretelle tirolesi tenevo tutta stretta la mano di mia mamma e nel prato dove io facevo le tortine coi vari stampini colorati tiravo su la testa e li vedevo e allora mi prendevo con tutta la mia roba e andavo, a fare i miei giochetti meglio dove stavo riparato da quegli occhi fissi.

Tiravo il freno a mano ricercavo, vedevo dentro al portaoggetti, rimestavo, mi si spaccava un’ unghia anche, dopo trovavo. Aprivo la portiera, ma, cazzo! ero sotto il muro troppo, messo così per prendere la curva bene in quel posto stretto e entrare. Cazzo! sbattevo, grattavo la portiera contro il muro, forzavo, mi sforzavo, però io non passavo. Gli dicevo di smontare lei allora, che dopo smontavo dalla parte sua per andare ad aprire quel cancello dove noialtri si doveva entrare. Smontava, mi spostavo di sedile, alzavo su le gambe, avevo il modo di evitare il cambio e il freno a mano, ma passando scardinavo con il culo potente tutto ben tenuto dentro alle sue braghe quel coperchio nero bombato che era rimasto alzato causa ricerca precedente, lì, del portaoggetti, che si trovava collocato in mezzo ai due sedili. Cazzo di un cazzo! E dopo sbattevo giù sul tappettino quel pezzo bombato nero scardinato e uscivo e la vedevo appesa nel cancello col culone in fuori che guardava pacificamente dentro.
Permesso? Scusi! Mettevo la chiave nella serratura, sbattevo dopo il cancello, giravo di qua di là la chiave, ma mica apriva. Tiravo via, e dopo reinserivo, sbattevo, sbattevo ulteriormente. Spingevo, mi agitavo molto, to’! dopo si apriva
Dai monta, vieni dentro tu, gli ho detto. Veniva dentro con la massima prudenza. Ma comunque lei sterzava malamente, accelerava esageratamente, quasi andava su per la colonna, Alt! io la bloccavo in tempo. Re-imboccava dopo, e dopo entrava dentro.

Lei si stiracchiava, alzava su le braccia, mostrava la sua bella pancia, respirava. Ah, verde! natura!
Spostava un telo dopo, e prendeva da lì sotto una sedia, grigia, anticamente bianca. Lei si sedeva, lei allungava le sue gambe, lei si frugava. Calava i pantaloni e le mutande, gettava via i suoi pantaloni e insieme anche le mutande. Mi tirava giù il mio zip e mi tastava, mi tirava fuori il cazzo da dentro le mutande, si assestava, allargava bene bene le robuste gambe e mi tirava. Ma non si induriva mica il cazzo prontamente. Perché era stato preso troppo di sorpresa chiaramente. Allora un po’ me lo menavo, così lui mi prendeva la giusta consistenza e entravo. Mi tenevo nei braccioli grigi anticamente bianchi e azionavo i tricipiti e azionavo i pettorali oltre ai miei fianchi. Dopo l’entrata a fondo, io uscivo praticamente fuori, appena appena toccavo con la punta o glande, poi temporeggiavo, dopo rientravo, perché io procedevo secondo sue istruzioni e gusto. Dopo, quando ha ritenuto lei che fosse il suo giusto momento, lei mi ordinava di dare il colpo forte e quindi eiaculare, per cui allora, nel momento giusto, io davo il colpo forte e quindi eiaculavo.

Dopo cercavo ancora chiavi, ma quelle per aprir la casa. Mi veniva in mente dopo che erano fuori, che erano appese con quell’ altra, cazzo! non ritirata dalla serratura del cancello astioso. Provavo le chiavi nella serratura, trovavo le due giuste. Spingevo tutte due le ante della porta, che poteva accomodarsi gli dicevo che poteva iniziare la visita alla casa ma lei non c’era mica, a chi parlavo? Perché era andata invece ad accomodarsi sotto il melo pieno di belle mele ancora acerbe, lei Federicca! Che poi, la casa, l’ultima volta che era stato aperta era stata quella volta dopo il funerale (di mia nonna).

Io dicevo dentro intanto che facevo la mia ricognizione: Puzza puzza puzza! Aria! E dopo allora aprivo, io spingevo forte e rimbalzavano contro i muri allora quegli scuri e si chiudevano di nuovo dopo quegli scuri. Allora li riaprivo dopo, vedendo, e spingevo dopo con più calma.
Io salivo, scendevo. Mi guardavo nello specchio, mi dicevo: Eeeh! Così! l’eredità! e prendevo quel bastone da montagna, lì sotto lo specchio, con il manico che era fatto con un corno con la punta che era fatta in ferro e lo facevo girare, lo facevo roteare.
Ho tovaglie! ho detto. Buttavo fuori da un armadio un sacco di tovaglie. Andavo per le stanze, aprivo armadi e non li richiudevo. Io prendevo io mollavo, io palpavo io frugavo, io estraevo e visionavo. Incasinavo, poi dopo lasciavo. Parappappà!, Prrrut! Prrrut!, Cuccù! Cuccù! Bùbù! Curuccuccù! Biiiii! Baaaa!
Eeeeeh!, dopo dicevo, bottiglie, sei bottiglie di grappe di marche differenti dentro alla vetrina. Prendevo tre bicchieri, io sceglievo, prendevo tre bottiglie, io sceglievo (una sì e una no, una sì e una no, una sì e una no). Versavo nei bicchieri ed annusavo, dopo sorseggiavo dopo degustavo, in gran parte però dopo sputacchiavo.
Vedevo un pacco di biscotti, aprivo quel pacco di biscotti. Masticavo, dopo, quei biscotti con sapore strano. Guardavo, mi era venuta in mente la scadenza, e la scadenza era passata ormai da mesi, quattro! Sputavo quella merda masticata scaduta ereditata qua e là sul pavimento in cotto.

Tiravo i cassetti della scrivania, duri, forzavo. Mi restava in mano una maniglia . Saggiavo con mano le sedie imbottite verde scuro, dopo mi buttavo giù nella poltrona verde scuro.
Calcavo successivamente quell’ interruttore, aprivo la dispensa: Ehi! cazzo! provviste! Stavo dentro con la testa sulla porta stretta il corpo fuori piegato in direzione interna. Vedevo dentro fagioli tonno pasta caffè sottaceti marmellata zucchero frutta sciroppata carta igienica olio aceto di mele aceto di vin rosso due forme di formaggio un salame camomilla pelati pasta riso farina zero zero farina con un solo zero. Robaaaaaa!!!
Andavo su, un’altra volta ancora, disopra. Affondavo le mani nei lenzuoli nelle federe negli sciugamani nei tendaggi piegati. Tiravo il primo cassetto del comò. Eeh! La biancheria di nonna! Ben conservata, bene rammendata, constatavo. Giallognola nei bordi. B i a n che r i a i n t i m a, articolavo molto lentamente. Che buon odore di lavanda! Che delicato odore di lavanda! Tiravo su un pacco di mutande. Dopo andavo davanti alla finestra. Ehi! ehi! Federicca! Mutandoni! Così sulla finestra gli annunciavo. Ehi! Guarda la misura! Ehi! Federicca! Io sciorinavo, io li sbandieravo. Ecco un paio più pesanti! Rinforzati! Mutandoni! Taglie forti! Profumate! Gli mettevo sopra il naso. Io sceglievo il fiore, e facevo volare giù, sotto, in cortile.

Entravo nella camera ultima dopo i tre scalini, che lì non mi ricordavo neanche di esser mai entrato, in tanti anni. Però io non entravo, sbattevo il naso contro il tavolame della porta che era chiusa a chiave. Cazzo! chiusa a chiave, e dove sta la chiave? Vedi. Tavolino, dentro al cassettino, scatola, vaso... No, niente… Ma cazzo di un cazzo! Era in piena vista, nel gancio, a fianco della porta!
Dentro, scrrreeec scrrriiic scrrr scriii, tavole di legno, pavimento. Interruttore... Tasta... boh... apri la finestra. Ne apro mezza di finestra, cosa vedo? dentro. Un ordine perfetto, scuri i colori. Tutto in tonalità marrone, escluso quel muro biancogrigio che vedevi che spariva dietro agli abbondanti armadi e quadri.
Intanto c’era il letto, nel mezzo, intarsiato, alto, matrimoniale e corto. Aveva sopra il copriletto con le righe che calava, che andava giù fino per terra. C’erano i tappetini di qua di là e davanti colle nappe colle code tutto intorno ai quattro lati. C’era la brocca alta messa sul catino, dentro nel catino, sopra il mobile col marmo e lo specchio mobile dietro. Ho visto dopo anche che c’era quella mensola fatta di lamiera pitturata con sopra un mezza palla in stoffa nera ricoperta di spilloni e di aghi extralarge piantati dentro nella semipalla. C’erano sedie belle massicce traforate nello schienale con il cuore. Nel comò c’erano le maniglie pendenti di metallo. Dietro la porta c’era l’ attaccapanni di corno col cappello da montanaro appeso col cordone grosso, con scopino, tipo Carinzia. E nei quadri, dentro, c’erano foto, ingrandimenti, foto di paesani, di gente, di parenti. Cazzo, facce tutte secche con gli occhi fissi coi loro vestiti tipo primo novecento. C’erano due donne vestite come con un sacco, tutte piatte di petto coi capelli divisi sulla testa. C’era un uomo col colletto duro, con un nodo maxi di cravatta, con cappello, con baffi. C’era il soldato che stava appoggiato col braccio a un comodino alto. Dopo c’erano anche quadri più grandi dove c’ erano coppie a mezzo busto.
Ecco due bianchi di capelli. Ecco la donna col naso grande colla faccia tutta con le rughe coi capelli divisi nel mezzo della testa. Ecco l’ uomo con le grandi orecchie, baffuto, anche spelato, che sotto la foto era come cancellata e quella testa lì era una testa come tagliata via, sospesa, testa senza corpo.
C’erano altri con cappelli con cravatte con baffi e con baffetti. C’era uno tutto figo elegante. C’era il prete con cappello tondo. C’era il mutilato con la manica dentro nella tasca. C’erano due donne con bandana in testa. C’era una donna con la bocca stretta, con l’ occhio strabico con la collana lunga. A me mi parevano incazzati tutti quanti, e avevano gli occhi spiritati!
C’era nella stanza tutta quella gente che fissava che gli ho detto allora: Ehilà! Signori! ma che cazzo c’è? eh, cazzo c’è? signori.
Ehilà signori! Be’? Che cazzo c’è? gli ho tornato a dire. Eh ... bella giornata no? gli ho detto, Vero? no? Vero no, signori?
Ehi! Ehi! Ehi! Ehi! e le tette dove sono? gli ho detto a quelle due nei sacchi, incazzate, anzi incazzatone nere.
Ehilà! Mummie! Mummie di merda!....Ehilà! Vecchio coglione! Ehilà! teste di cazzo!
Ehilà! finocchi! culattoni... Troie baldracche puttanacce vecchie... To’! che mi sbassavo i jeans che gli mostravo il culo e mi tiravo fuori il cazzo e gli mostravo il cazzo a tutti e mi masturbavo lì davanti e gli sborravo dentro, lì, in quella loro stanza.

Stava sul prato lei, la Federicca, sistemata al sole, sdraia, e le vedevo un po’ di testa, la parte superiore della testa … Ti aveva i piedi girati per di fuori lei, Federicca, ti aveva le braccia aperte, strane, tutte abbandonate ... E io non procedevo, e mi mettevo invece giù seduto silenzioso sul gradini mi sedevo a vedere quali sarebbero stati gli sviluppi della situazione. Passavano i minuti … immobile, boh, neanche un movimento. Così ho avuto una intuizione: è morta. Per un motivo X lei era rimasta improvvisamente secca, a venticinque anni e un mese e a me mi toccava dopo anche di mettermi a cercare un’ altra donna allora. Ho pensato: cazzo! con meno tette magari, ma più sode. E anche meno culo. Magari bionda no, magari, naturale. Io sbirciavo, io spostavo la testa appena appena, un po’ a sinistra e dopo un poco a destra, dopo a sinistra e dopo ancora a destra, per verificare.
Dopo: Che cazzo fai là dietro? lei, non morta, mi aveva detto cazzo onniveggente altro che morta, e: Ehi Federica!, io gli avevo detto allora e mi tiravo su dallo scalino freddo (cemento) che mi aveva raffreddato il culo a starmene seduto. Ti stavi riposando nella pace montana sul prato verde sotto l’ arbusto di sambuco? io gli dicevo intanto che io andavo dopo, lì, dove stava lì su quella sedia a sdraio e dopo lì gli accarezzavo il seno e: Ecco le belle membra di colei che sola a me par donna, gli dicevo anche, e anche: Nella pace alpestre ... E campestre e agreste e pure silvestre … E pure rupestre e pure lacustre, io dopo dicevo ancora a Federicca tanto prosperosa.
Ma non c’è proprio un cazzo di nessuno in questo cazzo di paese? ha detto. Ma cos’é un paese abbandonato? Siamo nell’isola deserta? siamo in cimitero?

Scattava su lei Federicca dopo e lei diceva allora che lei allora in quel momento voleva proprio mettersi in azione, assolutamente: Lavo questa auto lercia, ha detto.
Forza! dove sta una pompa? Cerca un secchio, una bacinella. Metteva i guanti, tirava fuori spugna pelle e il detersivo apposito per auto. Okay! Dammi dammi dammi!, prendeva la tenaglia ti strappava via filo di ferro e gommapiuma dal rubinetto ancora impacchettato per l’ inverno. Si impadroniva della pompa. Forza! Forza! acqua!, diceva la Federicca attiva.
Partiva il getto dalla pompa che spruzzava potentemente l’ auto che stava a mezzo metro, si prendeva lo spruzzo di ritorno si faceva la doccia in un secondo la Federicca attiva. Cazzoooo! faceva un salto indietro, mollava giù la pompa, lei Federicca, si dibatteva lei la pompa come un serpente che é tarantolato e allora lei Federicca si prende una bella sventagliata di acqua anche sui piedi! e anche sulle gambe! Spara la pompa e lei fa il salto sì, ma dopo, quell’attimo in ritardo! Per cui eccola lì che è tutta prosperosa (troppo) e dice Vaffanculo! Vaffaculo vaffanculo! e si tira via le scarpe e si tira via i suoi jeans e si toglie la T-shirt e va al sole ed è incazzata in slip, e in reggiseno a fiori (viola sono questi fiori).
Io rovesciavo la bacinella con la schiuma dopo, io la prendevo a calci, io ti prendevo a calci pure la spugna.
Olè! olè! io dopo mi ero armato di cesoia, io dopo tagliavo tralci, stecchi, rami, fiori. Io mi appendevo dopo a un ramo, io dondolavo, io urlavo, io trovavo dopo un piccone e allora davo picconate su cassette che erano impilate, tante, vuote, tenute, fatta la raccolta, patrimonio di cassette accumulate col passare degli anni.

Uauuuh! dopo io dicevo invece a un certo punto precipitandomi verso la cucina. Dicevo che era ora: Adesso qua se magna! Roba a volontà! Volavo verso la dispensa. Vino! ho detto, ecco due bottiglie! Una per ognuno, Una bottiglia a testa!, ho detto.
Azionavo il cavatappi dopo, riempivo due bicchieri dopo, tracannavo due mezzi bicchieri uno dietro l’ altro dopo. Federicaaa! Federicaaa! a pranzo! gli gridavo, da dentro, dalla grande cucina.
Io aprivo scatolame, io disponevo piatti e posate su una tovaglia grande messa e scelta per il suo colore: rosso fuoco! Lei però si portava dentro la sua spesa che era stata fatta su previsione errata: Qua c’è prosciutto speck salame e pane, mi ha detto. Ma qua c’é tutto!, ho detto.
Anche il salame, ho detto, e sbattevo il salame, cioè un salame intero, sopra il tavolone con la tovaglia grande, rosso fuoco. E formaggio anche! E le presentavo un mezzo chilo di montasio tagliato dalla forma e piantato nel coltello.
Alla salute, pupa! Brindiamo!
Ma cazzo! qua c’è roba per trentatre persone! ha detto.
Roba buona! ho detto.
Eredità! Magna! su magna!
Io ci davo dentro. Forchettate, cucchiaiate. Bicchierate! Ero già mezzo ubriaco, e ruttavo!
Ci dava dentro anche lei, la Federicca, che lei non si tirava mai indietro mai nelle occasioni varie.
Buon appetito e alla salute eh, pupa!
Lei mi tirava in faccia il grasso scartato del prosciutto che mi si attaccava al naso e bocca e io lo tiravo dentro con la lingua e con le dita.
Cadeva la bottiglia semivuota dritta e rimbalzava dopo correva per la stanza fin sotto l’armadio. Allora io prendevo il mio bicchiere e io lo alzavo lo tenevo lì per aria con la mano dopo io aprivo la mano. Stech! Saltavano le schegge e andavano in giro per tutto il pavimento.
Eeredità! gli ho detto.

Si pigliava aria dopo fuori tra prato e deposito legname dopo il pasto e inquadravo nella nebbia la tettoia la catasta i pali che tenevano su il deposito legname. Inquadravo anche due accette piantate in uno di quei pali che tenevano su. Ho detto: Dai! che consumiamo calorie! Al lavoro! Forza al lavoro!
Tiravo via l’accetta e rinculavo. Piazzavo sul ceppo un tocco di legno da spaccare. Spaccavo il tocco grosso in quattro tocchi. Io ero partito e io ci davo dentro. Mollavo giù bei colpi. Ti veniva lì la Federicca sotto la tettoia: Ti diverti eh... Ti diverti eh, fustone spaccalegna, bravo! Lei ti era venuta lì a trenta centimetri e osservava e si piegava dopo a prendere su un bel tocco e ti scopriva fianchi maniglie molta carne e il collo, quel tenero collo. Mi partiva giù l’accetta che sfiorava la sua ciccia e collo che finiva dopo si piantava nel legno del grande ceppo vetusto.
Si raddrizzava lei la Federicca allora che sgranava gli occhi: Oooh? cosa succede?
Gli dicevo: Coosa? La guardavo in faccia e gli dicevo: Coosa? Cos’è che dici eh, Federica? Dici oh cosa succede? Ma non succede niente, no! eh, Federica! Sto spaccando legna! no? non vedi?
Mi sentivo diventato bianco, disponevo il tocco nuovo da tagliare. Intonavo successicamente pacato sottovoce un canto montanaro: Laa mon/tanara ueeeeee/ si sen/te/ cantaaaare/…Cantiam/ la mon/tanaaaara/ per chi nonn/ la saa….

Però venivo meno dopo e andavo sul cancello mi appendevo, tenevo le mani su, chiuse sulle sbarre, e tenevo la testa tra le sbarre. Gan e Sbilf eccoli là, gli universali controllori eterni. Eh? visto no?, gli ho detto alle due mummie eterne, forse sono un po’ fuori di testa no? vero? Eh? quasi quasi la squartavo, visto? no, signori? Non ci è mancato mica molto … no? visto signori?
Peraltro a voi che ve ne fotte no? che ve ne fotte … Voialtri siete le videocamere collocate per la sorveglianza, voialtri fatte la registrazione, no? punto, e dopo basta ... Perché a voialtri non vi prende mai qualche brividino, no? vero? O non vi capitano mai determinati cazzi e scazzi, é vero? O palpitazioni, é vero? O qualche paranoia, vero? Cazzo! Voialtri attraversate i secoli voialtri, non vi scomponete mica, voialtri siete di granito… Si prende bene il sole no? lì sopra. Si respira l’ aria fresca montana e pura pura lì sopraelevati al terzo piano ...Voialtri state pacifici e tranquilli, eh, ai piani superiori… e siete superiori... Voi siete i sapientoni con le barbe... Voialtri state in alto, altri mondi, no? ci guardate dall’alto no? noialtri bamboccioni i quali siamo rasoterra...
E a me che stavo incastrato con la testa sporta e con le mani appese, mi veniva in mente di altri due, personaggi residenti in loco, alle mie spalle in qualche scatolone, cioè Arrotino e il suo collega Zappatore, statuette da presepio, le più grandi che c’erano nel presepio di mio nonno che lo faceva sempre.
Tirati fuori mi aspettavo qualche cosa sempre, qualche cambiamento, cioè che magari c’era una gamba messa differente o il capello non in testa ma vicino a un piede, così che si capiva che c’era stato magari un minimo casino prima, cioè in quei dodici mesi, che magari avevano giocato, cazzeggiato, rovesciato spinto ... Invece niente, a loro, pensavo, non gli piace di cambiare, di scherzare, a loro gli piace di andare avanti con il paraocchi, loro ci danno sempre dentro duri duri con i loro attrezzi, senza sosta, e convinti. E mi ricordo che restavo male, che già quella volta a me non mi andava mica tanto lo stacanovismo e anche, insieme, mi metteva anche in ansia questo fatto che tutto resta uguale ...

Dopo comunque appeso nel cancello dopo mi svegliavo, e col risveglio sentivo dei rumori strani. Era come sentire un inspirare con l’altoparlante, come un rantolare, nella parte in fondo dove c’era il muro alla fine del prato. Era come un soffocarsi con l’altoparlante.
Ma cazzo! Ma cazzo! Ma cos’è? porco di un cazzo! mi aveva detto Federicca emersa che aveva sentito come me. Cos’ è la calata degli zombi? ha detto. Stava all’erta lei Federicca , sulla difensiva, con le braccia strette sotto le sue tette.
Vedo, e andavo a vedere di una scala ma non trovavo scala e allora vedevo certe feritoie orizzontali basse a filo di terreno per lo scolo così io mi mettevo giù con i ginocchi culo in aria faccia giù a livello del terreno per spiare oltre ma non vedevo niente, proprio niente. Perché c’era tutta l’erba non segata che chiudeva tutta la visuale, però restavo intanto lì con la faccia sull’ erbetta verde fresca fresca, non mi tiravo su proprio per niente, stavo col culo all’ aria, alto, e mi accorgevo che lì come aspettavo … Aspettavo … sììììì! Aspettavo che magari, sìììì, arrivava qualcheduno, sììì, tipo un cazzone, duro, che mi entrava tranquillo dentro al culo!

Invece mi entravano nel condotto auricolare le bombe il terremoto, cioè una scarica di rombi impressionante.
Ma che cazzo è?! io ho detto, e mi era corso un brivido freddo per la schiena, Ma che cazzo è?! ha detto Federicca in ritirata in marcia indietro mentre si aggrappava col la mano alla T-shirt.
Mah..., io ho detto dopo e stavo con la bocca semiaperta, Mah…e mi si formava pian piano dopo fortunatamente dentro nella testa una parola in quel frangente così rabbrividente, una parola, cazzo! liberante in quel ridicolo frangente: Ragli! Ragli ragli ragli ragli!
Cazzo! cazzo! cazzo! cazzo! Sì!, gli ho gridato allora a Federicca: Ragli! Sono ragli! Ragli di merda ... Cazzi di ragli! Di una mandria, si vede, di un esercito di asini somari teste di merda di somari!
Ahi capito! no? Eh? Federicaaa!!
Vaffanculo! vaffanculo! vaffanculo! lei ha gridato. Ma andate a fare in culo merde di somari merde!, e tirava la sedia che aveva lì vicino di plastica bianca diventata grigia contro il muro.
Asini merdosi vaffanculo! E questo qua è un posto del cazzo! ma del cazzo cazzo!, sbraitava Federicca dopo. E dopo: Ma vaffanculo! Andiamo via da qua! E si andava via, e si lasciava il campo di battaglia e nel campo di battaglia si vedeva che era sparso: bacinelle rovesciate sedie a sdraio, mutande vecchie seminate, sedie scassate, schiuma di detersivo apposito per auto, pozzangherette fatte, cassette ben sfondate, pompe, attrezzi vari sparsi. Si scavalcava e si calciava in giro pel campo di battaglia.
Via via! Dai sgomberiamo!

Allora andavo su per gli scalini e chiudevo con la chiave. Prendevo su lo zaino, ma lo mettevo giù, stavo lì a chiudere lo zaino e dopo lo riprendevo su, e allora mi volta e mi tiravo su. Mi bloccavo, allora, lì, un momento in quel momento perché vedevo qualche cosa in cielo. Scrutavo scrutavo e dopo dicevo, io gli dicevo con lo zaino che era mezzo su, ma anche mezzo giù e con le chiavi in mano (in quell’altra mano, sinistra): Ehi! Ma guarda là! ma guarda là, lassù… Eh, vedi? Vedi là? Federica.
Si muoveva nel cielo un punto colorato, e dopo si muoveva nel cielo un altro punto colorato, e dopo ancora un altro punto colorato. Mi mettevo le mani sopra gli occhi dopo, mi facevo una visiera dopo, di mani. Sono i parapendio lassù lassù! li vedi? Piccoli piccoli, guarda lassù, li vedi eh? Federica!
Si facevano più grandi e ne entravano in scena pure altri. Rosso, verde, giallo. Rossi, verdi, gialli. Arancioni, gialli, verdi. Bianchi. Verdi e blu. Gialli verdi, rossi blu. Contro il cielo azzurro liscio dentro nella luce grande, solare.
Parapendio fluttuanti. Su e giù. Oscillanti, dopo scartanti, facevano i balletti, facevano i molleggi, si dondolavano gli ometti messi sotto. Non andavan mica giù, stavano sospesi, anzi, prendevano aria, loro andavan su. Fermi. Mezzo giro. Appesi gli ometti in altalena.
Brillavano i colori!
Si stava in mezzo al prato a guardare con la testa in alto con le mani messe in fronte a fare da visiera.
Fioccavano i parapendii, giravano i colori.
Si era mezzi ciechi anche, a guardare controsole!
Eeeh! Eeeh! dicevo. Eh! eh! eh! diceva. Si metteva pure a salutare, anche a saltare, con le due tette che si sbattevano davanti con uno sfasamento strano.
Allora lei, Federicca, mi ha preso per le mani, e saltava, lei mi sbatteva le mie braccia e mani, e buttava su una gamba, e con quella gamba, con quel buttare su quella grossa gamba, mi stava per mollare una scarpata quasi, nei coglioni. Così che ho fatto un salto, indietro, giusto in tempo.
Ehi! ehi! ehi! gira gira gira! Giro girotondo, giriamo intorno al mondo ... Girotondo, giriamo intorno al mondo …
Mi faceva girare, mi faceva roteare. Giro girotondo giriamo intorno al mondo...
Uhei! Uhei! Uhei!, gridavo. Gira! Gira! Gira! Giriamo intorno al mondo! Alé! alé! alé! alé! alé ! alé! alé!!!
Eeeeeeh! lei ha gridato, e tutto si è fermato, il girotondo … E tutti giù per terra! lei poi ha gridato. E si andava giù di conseguenza, nell’ erba, col culo e con le schiene e con le gambe buttati giù nell’erba. E stampato là nell’ erba, da molto non segata, alta, e tenera, e accogliente, come una X spessa, con gambe e braccia aperte, io già andavo, io mi addormentavo.

Ma dopo lei gridava: Sveglia! Sveglia! Sveglia! e mi calciava i piedi e: Guarda guarda guarda! Guarda lassù lassù lassù! lei mi gridava. Nevica! Nevica a colori! Nevica d’estate, nevica col sole! Mi si aprivan gli occhi e io vedevo il cielo. Era popolato il cielo … ma di cosa? Ma dei parapendio a colori! belli colorati! Belli sfarfallanti! tutti luminosi! Tutti dondolanti tutti fascinosi. Aaaaah! C’è la bella festa, ho detto, Sì! Sì! lo sballo!, ho detto. La grande parapendiochermesse, ho detto.
Mi tiravo su: Ehi! ehi! ehi! Guarda! sì Federiccca! i parapendio multicolori! La fiera del parapendio! die Messe! Die Parapendiomesse! Sì sì! questa è la chermesse!
Del parapendio sospeso, del parapendio che vola, zompa nell’aria, del parapendio che gira, del parapendio che fa girar la testa, che rimbalza, del parapendio volubile! ch’é privo di peso! Viva la girandola del cielo! E intanto lei saltava, e saltavano con lei le sue tettone e allora dentro di me io mi dicevo: Sìsì, troppo troppo e già troppo molle.
E dopo: Ehi Federiccca!, la festa dei colori! le vele veleggianti! Su e giù, giù e su, qua e là, là e qua! Ehi guarda gli ometti! Guardali lì come i bebè, in tutina. Vanno dietro alle correnti! non hanno mica rotta! Niente gravità per loro. Alè! eh? Federiccca!
Le agganciavo io le mani: Giro girotondo giriamo intorno al mondo... Girano le trottole veloci! Gira! gira! gira! gira! e stavo attento intanto che non mi arrivassero scarpate nelle gambe, oppure nei coglioni (peggio).
E giù col cul per terra!! ha detto. Mi son buttato giù, lei si buttava giù … Si stava stampati dopo giù con gambe e braccia aperte, nell’erba, che era non segata, alta, che era tenera che era anche accogliente, che ti invitava al sonno … sonno … sonno ….

Ma scattavo su, stavo ginocchioni, mi tenevo la mano sulla fronte, tenevo la mano sopra agli occhi, aguzzavo gli occhi.
Federicaaaa! Ma guarda là!, gli ho detto, ehi! Fe-de-ric-ca. Ma guarda un po’! gli ho detto. Vedi là mia Federica, ho detto, Vedi vedi? ho detto. Vedi? Vedi vedi? vedi vedi? ho detto.
Vedi là in fondo? vedi lassù nel grande e luminoso cielo?
Vedo vedo sì! mi ha detto. I colori, i tanti colori! Le farfalle che han tanti colori! ha detto.
Fluttuanti. Zup! zup!, io ho detto. Vanno su e giù, gli ho detto. Federica! I parapendiooo!, gli ho detto. Federica guarda! Ma guarda quanti! quanti! Le farfalle! ha detto.
Sfarfallanti! ho detto. Federicca, li vedi i bei parapendio? Leggeri!
Girano girano! lei dopo mi ha detto. Che leggeri! ha detto. Come girano! Come sono belli!
E giriamo giriamo anche noi giriamo! dai! mi ha detto.
Sìììì giriamo! Giriamo sì giriamo, io così gli ho detto. Giriamo giriamo! su giriamo! ho detto. Giro girotondo! ho detto.
Giriamo intorno al mondo! ha detto.
Giriamo intorno al mondo! ho detto.
Giro girotondo! ha detto
Giro girotondo! ho detto.
Noi si girava, veloci veloci noialtri si girava. Veloci veloci veloci, veloci si girava … si girava, si girava …
E giù col cul per terra! lei dopo esclamava, E giù col cul per terra! si esclamava. E giù che noi si andava! col culo, giù per terra noialtri due si andava, nell’ erba, che era alta l’erba, abbastanza, da molto non segata ultimamente l’erba, del prato.
E dopo io mi alzavo, e dopo io vedevo, e dopo mi tenevo, dritto, sotto il grande cielo e allora gli dicevo: Ehi Fede! guarda là nel cielo!
Parapendii nel cielo! Uuuuh! Parapendii nel cielo! Che son come facelle! Facelle pitturate facelle tinteggiate! Tu cosa vedi, Fede?
Facelle pitturate facelle tinteggiate, mi rispondeva Fede, lei, tanto tanto bona, tanto culo e tette.
Girano lassù, dopo gli dicevo, Noi giriamo quaggiù, dopo gli dicevo.
Girano lassù, dopo lei diceva, Noi giram quaggiù, dopo lei diceva, però mi dava un calcio, intanto.
Guarda guarda su! allora io dicevo, però io gli strizzavo una delle tette, intanto.
Dai! Giriamo! Da noi erano prese quelle nostre mani, io gli storpiavo un dito di una delle mani, lei mi graffiava una delle mani.
Giro giro tondo giriamo intorno al mondo..., lanciava su la gamba, io stavo molto attento.
Eeeeh, come vanno…
Eeeh, sì, mia Federiccca!
E giù col cul per terra! lei dopo esclamava.
E giù col cul per terra! noialtri si esclamava. E giù che noi si andava, col culo e con le gambe col culo e con la schiena, stampati giù nell’ erba, alta, mica segata, da molto non segata, ultimamente.
E dopo io mi alzavo e dopo io vedevo e allora gli dicevo: Cosa vedi là nel ciel tu Federicca?
Girano girano, dopo io dicevo, E noi giriamo, dopo gli dicevo. Noi giriamo, dopo gli dicevo, Come i parapendio nel cielo, dopo gli dicevo, Niente gravità, dopo gli dicevo ... Giro girotondo giriamo intorno al mondo… , dopo io dicevo.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica racconti il 13 ottobre 2010