A casa

Sergio Nelli



E mi sono anche prostituita. L’eroina restava in circolo a sostenermi intera e a quanto pare funzionavo bene. Nelle loro macchine facevo tutto ciò di cui avevano voglia, pensavo di doverlo fare al meglio e mi riusciva. Questo propiziava anche un qualche piacere per me. Entravo nelle automobili e nelle case con una determinazione che non avevo mai posseduto nell’intimità mia normale. Provavo come una vocazione a dare piacere e loro erano sorpresi di questo e di quello, contenti perfino del mio cappello di lana. Erano come bolle gli incontri, e dentro le bolle non sentivo male. Daouda era il mio fornitore. In Africa aveva una moglie che si chiama Idrissa e una figlia di nome Pape. A volte facevamo tutto insieme, mangiavamo, e dormivamo nello stesso letto. Ero una delle sue donne. Un momento il panino era pieno, il momento dopo vuoto; cinque minuti bene, cinque male. Ma non mi sono mai innamorata. Da Dauda incontrai Marta che diventò mia amica, qualcosa di più di una persona che si frequenta per un interesse o un bisogno. Ci piaceva mangiare, parlavamo, guardavamo la televisione in un appartamento che divideva con altre quattro persone. Marta studiava per infermiera ma come me s’era arenata in tutto, studio e lavoro. Aveva dei genitori ancora giovani che le passavano un mensile. Per me invece c’era questa risorsa di alzare soldi scopando. I clienti si affezionavamo e dovevo spegnere il cellulare e battere altre piste se non volevo compagnia. Incontravo spesso un uomo piccolo e buono che mi dava troppo. In genere i maschi dopo essere venuti si fanno mesti, hanno lo sguardo opaco. Lui diventava generoso, pieno di premure, mi infilava in mano delle banconote ripiegate, proprio come aveva fatto mia nonna. Guardavo i suoi occhi tondi, vicini. Gli dicevo no, è esagerato, non li voglio tutti. Qualcuno voleva portarmi a cena, arrivava con dei fiori, con dei regali. Un giorno un cinquantenne mi diede una poesia che aveva scritto sul mio nome, antico (diceva lui): S-I-L-V-A-N-A. Avevo deciso di conservarla, ma la persi qualche giorno dopo (la lessi a Marta in un momento in cui avevo le mestruazioni dolorose). Una sera mentre pioveva un altro mi tirò giù i pantaloni e mi mise il cellulare tra le gambe: non portavo mutande. Mi disse: faccio un ingrandimento al computer e me la metto sopra la testa del letto al posto della Madonna. A proposito di madonne, c’era un pittore (l’avevo già incontrato una volta) che cercò di fotografarmi mentre facevamo l’amore anzi mentre mi leccava - il suo braccio in alto sul mio volto e in mano la macchinina digitale. Mi coprii il viso d’istinto e mi arrabbiai. Lui mi spiegò che aveva bisogno di una faccia giusta per un quadro d’ispirazione religiosa. Cazzi tuoi, gli dissi: non la mia faccia. Delle volte non andava così bene, si poteva incappare in un aggressivo, in un bislacco, in un fulminato, ma non me ne curavo, non avevo granché paura. Arrivavano invece momenti in cui mi si apriva dentro un buco e risucchiava tutto. Cominciavo a pensare a mia madre accanto a un cencio sporco, alla spesa ai supermercati (che odiavo), alla scuola, a quando avevo trovato il mio gatto stecchito sul lettino con il pelo che sembrava bagnato, come un pelouche mostruoso. Il sesso anche era guasto, tutta quella sborra, e avevo la sensazione di essermi come pitturata la fica, le grandi labbra rosse di rossetto intossicato. Daouda se esageravo con la roba o con i lamenti mi sgridava. Quando cominciavo a piangere e non la smettevo e parlavo dei miei genitori scombinati, e di me peggio ancora, di tutto ciò che non so essere, e mi attaccavo alla sua casa come una pazza, mi faceva un cazziatone italo-franco-senegalese con la sua voce legnosa. Oppure diceva basta, via, così poi ti sciupi davvero, e comunque non ti sopporto. Mi cacciava, anche brutalmente, la sera in cui avevo meno risorse, senza una lira, senza alcuna possibilità se non di ricominciare un giro che allora non mi andava perché ancora piangevo e piangevo ed ero triste. Nemmeno Marta volevo che mi vedesse così. Di fronte a quel buco aperto anche l’amicizia faceva un passo indietro, diventava insufficiente. Era come passare un limite e io uscivo di casa come una bambina sgridata che si merita le punizioni. Andavo alla stazione centrale lato est, prendevo un caffè, mi mescolavo ai barboni, ad alcuni che già conoscevo. Incontravo sorrisi rivolti ai miei lucciconi. Le lacrime mi si asciugavano. Trovavo dei naylon e dei cartoni, fumavo le loro sigarette, bevevo le loro birre e il loro vino, mi stendevo lì, mi addormentavo, ed era l’unico momento, davvero, in cui mi sentivo a casa.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 10 ottobre 2010